INTRATTENIMENTO E LETTERATURA: uno sterile dibattito (italiano)

“La letteratura d’intrattenimento non è letteratura”
Se gli intellettuali e i critici marciassero per le strade, questa scritta sarebbe su almeno dieci cartelli, e far passare questo messaggio sarebbe l’obiettivo dell’intera protesta. Perché questo è un dibattito vecchio quanto la scrittura che, soprattutto in Italia – dove la tradizione della letteratura di genere è meno legittimata, ed è storicamente forte la produzione di narrativa generale – non smette mai di auto-alimentarsi.
“Intrattenimento” diventa una parola sporca, legata al soddisfare un prurito estemporaneo come potrebbe fare la televisione (anche qui, perché in Italia abbiamo iniziato a sviluppare un senso di qualità del prodotto televisivo solo di recente, dato che prima la qualità era propria solo di un certo tipo di cinema impegnato). Insomma, per nessuna ragione un concetto da avvicinare all’arte.
Una visione semplicistica e superficiale che non dovrebbe appartenere agli ambienti intellettuali – se proprio per l’intelletto questi ambienti si distinguono –, ma che esiste e di cui vorrei parlare in questo articolo.

Intrattenere
Partiamo dalle ovvietà: la narrativa generale non esclude l’intrattenimento, e viceversa. Se smettessimo di pensare a compartimenti stagni, mettendo qui il bello e lì il brutto, e apprezzassimo le sfumature senza la paranoia di perdere le definizioni (e quindi le nostre certezze), la vita sarebbe molto più semplice. Perché, diciamolo, far rientrare la vita nelle nostre costrizioni è molto più complicato che accettarla così com’è. Ma sto filosofeggiando. Il punto è questo: nella “vera letteratura” l’intrattenimento è sempre stato presente, perché l’arte tutta è potenzialità di fruizione. Altrimenti non esisterebbe produzione letteraria, cinematografica, figurativa, e tutte le opere se ne starebbero ad ammuffire in cassetti e soffitte. Un pubblico è previsto, è preso in considerazione, e uno degli scopi è sempre tenerlo lì, a fruire di qualcosa.
Intrattenere, quindi, come tenere lì, tenere occupati, senza limitarsi all’accezione del termine che associamo al divertimento.

La “vera letteratura”
Molti di quelli che oggi consideriamo autori di “vera letteratura” sono stati, a loro tempo, qualcosa di molto simile all’intrattenitore: mentre la letteratura andava sdoganandosi e non era più materiale per soli intellettuali, fioccavano i romanzi d’appendice. Romanzi che, ad oggi, sono grandi classici della letteratura inglese, francese, russa.
Qual è la differenza?
Perché una differenza c’è, è ovvio.
Dickens, Flaubert, Dostoevskij e tutti i loro simpatici amici sono stati in grado di resistere alla prova del tempo invece di essere dimenticati, perché le loro opere hanno qualcosa di universale e profondamente umano che continuerà a parlare ai lettori anche in futuro. Non importa se stiamo cercando di portare a casa la pagnotta (o di pagarci il vizietto del gioco, vero Fëdor?), l’importante è metterci l’anima, puntare al meglio che si possa creare, tenere a mente che anche la più banale esperienza umana può essere narrata in modo che parli all’anima. Intrattenere, quindi, una parte più profonda di noi che va oltre la soddisfazione di una voglia superficiale.

L’importanza (ignorata) della qualità
A questo punto può sorgere spontaneo chiedersi come spingersi più a fondo e se sia davvero necessario farlo.
Sulla seconda domanda, la mia risposta è semplice: sì. L’obiettivo non dovrebbe mai essere, scrivendo, “voglio che la mia storia sia dimenticabile”. Le autrici e gli autori che conosco, quelli di cui posso sperimentare indirettamente il processo creativo, non si pongono il problema del loro pubblico quando ideano una storia, ma non sputano sulla carta tutto quello che esce dal loro cervello senza selezionare o ragionare e, in seguito, rivedere e sistemare. Questo significa che il loro obiettivo è – anche involontariamente – quello di fare bene il loro mestiere, in modo da essere letti e apprezzati (per quanto possibile, com’è sempre ovvio quando si parla di processi creativi e percezione da parte del pubblico).
Ricordati, quindi.
Con questa predisposizione mentale, si risponde anche alla seconda domanda: perfino nella dinamica più scontata (mi si passi il termine denigratorio) – ad esempio “lui e lei si incontrano” –, se esploriamo i personaggi, le circostanze, gli ostacoli e i motivi delle scelte, possiamo trovare spunti per far sorgere domande, riflessioni e pensieri involontari. Non è necessario filosofeggiare e dispensare grandi verità, quando si scrive, ma fare bene il proprio compito di scrittori. Il resto viene da sé.
Pare ovvio, seguendo questo ragionamento, che la vera distinzione non dovrebbe riguardare la letteratura di genere e la narrativa generale, ma la qualità del singolo libro e le capacità del singolo autore. A mio parere si dibatte mancando il punto per l’ennesima volta.

Scrivere per scrivere, non scrivere per vendere
Tutta l’arte è commercio. Bisogna scendere a patti con questa materialistica verità.
Però, come accennato sopra, a mio parere non è vendere lo scopo con cui l’arte dovrebbe nascere. La narrativa (di genere o generale che sia), dovrebbe partire dal desiderio di scrivere, di raccontare al meglio una storia, e porsi il problema del pubblico solo in modo collaterale.
Quando commerciare prevale sul creare, si dà fondamento al pregiudizio che affligge la narrativa di genere: la sua scarsa qualità.
Se il nostro obiettivo è vendere, infatti, tenderemo a restare entro le regole del genere di riferimento e a rispettarne i paradigmi, in modo da proporre qualcosa di familiare e facile da acquistare. Se siamo abituati a comprare carote arancioni, difficilmente compreremo carote viola, per intenderci; se vendiamo carote, quindi, meglio produrle arancioni e farla semplice.
Il problema è che non stiamo facendo bene il nostro mestiere di scrittore (al contrario di chi vende carote, che può venderle un po’ come gli pare). Anzi, non lo stiamo facendo affatto.
Evitare i cliché, imparare le regole e infrangerle, raccontare le banalità della vita con uno sguardo diverso, sono le caratteristiche che faranno ricordare a qualcuno la nostra storia, che la faranno amare, che sia una storia d’amore, di pirati, di serial killer poco importa.

Un invito per chi legge
Questa piccola analisi – che come ogni venti del mese nasce dalla voglia di chiacchierare di un tema specifico e, magari, conoscere le opinioni altrui in merito – non ha lo scopo di sminuire chi legge scritti di scarsa qualità per la voglia divertirsi un paio d’ore e poi passare oltre. Io vivo secondo il motto che si può leggere ciò che si vuole, senza eccezioni.
Vorrei solo far notare, però, come credo si possa ottenere questo e qualcosa in più cercando meglio e non accontentandosi. Leggere un thriller, un giallo, un romance non significa farsi andare bene una pessima qualità perché “questo passa il convento”. Di opere che possono intrattenere e stimolare allo stesso tempo, infatti, il mondo dei libri è pieno. Siamo solo pigri. Siamo solo bulimici. Siamo solo fermamente convinti che si debbano leggere “Guerra e pace” oppure “Cinquanta sfumature”, o l’uno o l’altro, o l’opera letteraria per eccellenza o l’intrattenimento di qualità infima che solletica una voglia estemporanea.
Non è così.
Anzi, questo lo pensa chi è d’accordo con gli intellettuali di cui ho parlato in apertura, anche se lo fa senza la consapevolezza di farlo ed è schierato dalla parte bistrattata (quella dell’intrattenimento, della letteratura di genere). In questo specifico caso, schierarsi significa credere in questa contrapposizione e rinforzarla.

Un invito per chi analizza
Se chi legge ha piena libertà decisionale su quello che legge, meno libertà dovrebbero avere i critici, gli intellettuali, i giornalisti letterari. Il pregiudizio, lo snobismo e l’elitarismo non dovrebbero essere accettati come la norma. Anche questi sono un accontentarsi, infatti, un farsi andare bene l’opinione comunemente accettata senza porsi davvero delle domande, senza scavare più a fondo. Si sta facendo male il proprio mestiere, esattamente come lo scrittore che si accontenta di scrivere opere mediocri allo scopo di vendere. Denigrare la letteratura di genere per essere accettati come competenti non ci rende davvero tali. I libri sono un modo per creare connessioni fra esseri umani (come tutta l’arte), accomunandoli attraverso le storie che leggono e le emozioni che queste storie suscitano; non un modo per creare distanze e differenze o, peggio, umiliazioni.
Vorrei leggere di intellettuali in grado di sfidare l’opinione diffusa nei loro ambienti e dar vita a dubbi e dibattiti. Vorrei un mondo dove parlare di letteratura non significhi fare copia e incolla di visioni vecchie di decenni che forse è arrivato il momento di mettere alla prova.

Un invito per chi scrive
A chi scrive, invece, va la mia chiusura. Il bisogno di vendere c’è ed è innegabile, perché vivere di scrittura è il sogno di (quasi) tutte le persone che scrivono, ma non bisogna dimenticare che lo avevano anche molti dei grandi nomi del passato e che questo non gli ha impedito di svolgere bene il loro lavoro. Alcuni sono morti poveri, certo, e la qualità delle loro opere è stata riconosciuta solo dopo, altri sono riusciti a sopravvivere e ottenere la fama. La qualità, però, è il denominatore comune, il fondamento, il punto di partenza. Se ce ne disinteressiamo, stiamo facendo del male a un mondo che non ha proprio bisogno che gli vengano inferti altri colpi; un universo – quello della letteratura – che ha già tante difficoltà, senza bisogno che venga alimentato il pregiudizio su una sua buona parte.
Scriviamo di quello che più ci piace, ma facciamolo bene.

ESSERE EMERGENTI SUL WEB: come NON comportarsi fra netiquette e promozione

Gli autori emergenti sono maleducati
Questa frase circola ovunque, nell’ambiente della scrittura underground (sì, l’ho ribattezzata come la musica) e, da esponente del gruppo preso d’assalto, vorrei poter dichiarare a gran voce quanto sia falsa.
Il problema è che, proprio da esponente di tale gruppo, non mi sento di difenderci a spada – o penna – tratta. Certo, è una generalizzazione, è un estremismo e io non sono né per gli uni, né per gli altri, ma è innegabile che sul web circolino soggetti in grado di far guadagnare una pessima reputazione all’intera categoria. L’animale-emergente assume diverse forme, spesso è educato, gentile, disponibile, altre volte è un po’ narcisista e si rapporta al prossimo con la delicatezza di un rullo asfaltatore.
A chiunque legga faccio un personale appello: le considerazioni che seguono non nascono dal desiderio di sangue, dalla voglia di scatenare flame e guerre di categoria fra autori e blogger, o autori e editori, o autori e altri autori. Sono, come vorrei fossero tutti gli articoli di questa rubrica, delle riflessioni più estese e approfondite su temi che mi appassionano. Per renderli accessibili a chiunque voglia dar loro un’occhiata, inoltre, tendo a spiegare anche questioni che per gli addetti ai lavori non hanno bisogno di essere spiegate.

L’animale-emergente
Chi è un “emergente” e perché le virgolette? Si tratta di autore che si avvia a una certa notorietà, almeno secondo le definizioni ufficiali. Non è ancora lì, ma è sulla strada che ce lo porterà, se sarà abbastanza – per non dire straordinariamente – fortunato e abile.
In realtà questa spiegazione fa storcere un po’ il naso. Prima di tutto, perché si concentra sulla fama, mentre esistono autori che da anni scrivono e vengono pubblicati da case editrici medio-piccole e che di certo farebbe ridere considerare ancora emergenti, pur senza una notorietà da prime pagine di Robinson. In secondo luogo, perché il termine sta iniziando a imprigionare una realtà varia e multiforme – come spesso accade con le etichette quando portate alle estreme conseguenze – che si ramifica nel self oltre che nell’editoria tradizionale e che spesso ha successo in modi alternativi. Infine, in certi ambiti sta assumendo un’accezione quasi negativa, distante perfino dalla definizione ufficiale: emergente come ingenuo, incapace, mr. nessuno, l’ennesima meteora.
Io mi considero un’autrice emergente senza troppi problemi, perché tendo a considerare l’emergente come qualcuno che sta muovendo i primi passi nelle pubblicazioni, che si sta facendo le ossa, che sta imparando come funziona il mondo della scrittura a un gradino più alto della sola passione. E poi perché, se sto emergendo, da qualche parte dovrò pur spuntare, come i funghi. Insomma, mi cullo nell’implicita speranza di questa definizione.

“Ti piacerà sicuramente”
Succede che scrivere è un’arte, in linea di massima. Oppure, se vogliamo – e a volte dobbiamo – essere più modesti, è una forma di intrattenimento. Come arte o intrattenimento, la scrittura prevede quindi una fruizione, ossia che qualcuno la prenda e ne goda. Per farla semplice: si scrive per essere letti, per quanto sia importante scrivere qualcosa che ci appassioni in prima persona. E qui credo risieda l’origine del primo comportamento dannoso con cui mi è capitato di scontrarmi in questi anni di attività fra gli autori del web: il caso del “ti piacerà sicuramente”.
È capitato a me, che non sono blogger o booktuber nel senso stretto dei termini, non immagino quante volte possa essere capitato a chi aderisce perfettamente a queste due categorie. Inizia sempre con un messaggio privato di qualche tipo, magari perfino copia-incollato un miliardo di volte, e finisce sempre nello stesso modo: “questo è il link per comprare il mio libro, leggilo, ti piacerà sicuramente”. A volte la frase cambia, ma la sostanza è la stessa.
Chiariamoci, magari mi piacerà davvero, magari è il mio genere nello stile che adoro, ma questa non è sicurezza in sé, questo è puro ego e non piace a nessuno. O ci si conosce da anni, oppure non si può sapere cosa piacerà all’interlocutore. Di certo non si può saperlo sicuramente.
Il problema è che neanche interessa, perché il meccanismo è “l’ho scritto io, a me piace, piacerà anche a te”, unito a quel “ho bisogno di lettori” che ci riporta all’idea che la scrittura, in quanto espressione, voglia un suo pubblico.
Avere passione per quello che si scrive è importante, fondamentale, ma non deve farci perdere il contatto con la realtà, né l’accortezza nel considerare i gusti e gli spazi degli altri. Né questo è il modo corretto per attirare i lettori, che invece alzeranno gli occhi al cielo e ignoreranno il nostro invito alla lettura – se di invito si può parlare quando si usano gli imperativi.

Lo spam, il volantinaggio della rete
Quella di cui ho appena scritto è una forma di spam, una pubblicità non richiesta e invasiva, ma non ne è la forma più disprezzata. Infatti l’autore del “ti piacerà sicuramente” tende a fare questo discorso a chi può recensirlo o a persone che ha incrociato nel mondo dei gruppi e delle pagine Facebook apposite. Insomma, un aggancio con il mondo dei libri c’è e lui lo sfrutta nel modo sbagliato.
Una forma di promozione sgarbata più subdola è la risposta “c’è il mio libro” ai post che chiedono consigli di lettura: se non è spam nel senso stretto del termine, è quantomeno di cattivo gusto. Siamo tutti tentati di dare questa risposta, perché quello è un potenziale lettore, ma rischia di far storcere un po’ il naso e suonare bisognoso. Anticipo per un istante un discorso che farò più avanti: in questi casi, approfittiamone per consigliare il libro di un emergente che ci piace e con cui, magari, abbiamo creato un legame professionale (o d’amicizia, perché no), magari spendendo due paroline sulla trama invece di limitarci a copiare il link. Ovviamente, diverso è il caso in cui la richiesta di consigli di lettura riguardi i libri scritti dagli utenti del gruppo o della pagina, perché in quel caso è lecito rispondere promuovendosi.
Un discorso a parte lo meritano proprio i gruppi, in cui spesso compaiono figuri in grado di infrangere manciate di regole tutte in un colpo solo. La condivisione di link d’acquisto si può fare solo il mercoledì, riguardo a specifici argomenti? Ed eccolo di lunedì a fare pubblicità al suo libro, senza neanche curarsi del tema previsto. Così non si guadagnano lettori e l’unico risultato sarà di essere cacciati dai gruppi, che sono invece uno strumento fondamentale per la promozione sana dei nostri libri. Supponendo che chi scrive sia in grado di leggere, direi che sorbirsi mezza paginetta di regolamento è meglio che privarsi di un canale che non solo ci permette di farci conoscere, ma anche di creare le connessioni di cui discuterò più avanti.
La promozione aggressiva peggiore, però, è il tag di massa, fatto con tutti, indistintamente. “Esce il mio libro”, con una bella immaginona della copertina e il numero massimo di persone che è possibile citare in una foto contro la loro volontà. Sembra una leggenda metropolitana, ma è capitato, spesso da parte di persone che si sono approcciate tardi ai social e che, quindi, hanno poca confidenza con l’etichetta del web.

Complotti e drammi emotivi
Esistono poi autori che vivono per essere al centro di complicati meccanismi che finiscono per soffocare l’opera e porre l’attenzione solo sulla persona. Litigi, frecciatine, fraintendimenti, veri e propri complotti ai loro danni… funziona, è innegabile, perché l’essere umano sul web è attirato dai flame e dagli scontri più di quanto non lo sia nella vita di tutti i giorni, ma bisogna essere davvero abili per uscirne con la reputazione professionale intatta. Se alcuni lettori verranno attirati, altri si stancheranno presto del teatrino e si allontaneranno, e il rischio che i secondi siano più dei primi è reale.
Allo stesso modo, non colgo i risvolti positivi in tutti quei meccanismi volti a suscitare compassione, sperando che questo comporti letture e vendite da parte dei passanti. “Non mi legge nessuno” è capitato anche a me di dirlo, come capita a tutti di sfogarsi nei momenti di sconforto, né dev’essere sempre e comunque vietato. Bisogna però cercare di mediare, di razionalizzare, di capire quando si sta usando il pietismo come arma promozionale e quando è puro e semplice sfogo emotivo. Il lettore si renderà presto conto della frequenza con cui ci si lamenta, con cui si additano come colpevoli quelli che non comprano e non leggono, e potrebbe lasciarci ad annegare nel nostro bisogno di attenzioni per rivolgersi a chi adotta metodi promozionali più professionali.
Peggio, forse, sono solo quelli che hanno sempre qualcosa da ridire sui colleghi, che criticano e correggono dall’alto delle loro competenze. Certo, un lettore ha sempre il diritto di criticare ed esprimersi, ma per uno scrittore la realtà è più complessa. In questo caso, ci viene difficile comprendere che tanto più ci poniamo su un piedistallo, tanto più dovremo dimostrare di meritarlo. Non verremo letti dai nostri colleghi con un occhio chiuso, perché in fondo “è la prima opera”, “siamo tutti emergenti”, “qualche refuso scappa”, ma verremo letti per come ci siamo posti: pretendiamo perfezione dagli altri, dobbiamo dimostrare che le nostre opere sono all’altezza. Talk the talk, walk the walk, come dicono oltreoceano.

Creare connessioni e raccontare storie
Come promuoversi, allora, se tutto è vietato?
I social sono un’arma affilata che, maneggiata bene, colpisce dritta il bersaglio. Tutto sta nel non darsela sui piedi e amputarsi gli alluci, ecco.
Conoscere altri emergenti, conoscere i potenziali lettori, è il punto di partenza e per farlo il segreto è esserci. Partecipare ai gruppi, quindi, sempre leggendo il regolamento e senza limitarsi al mero spam nei giorni prestabiliti; avere una presenza diffusa e costante, almeno su Facebook e Instagram (per i più svergognati, come la sottoscritta, vale anche YouTube); se si ha tempo per coltivarli, può andare bene anche crearsi una pagina (con il nostro nome, non il titolo dell’opera) o un blog.
Cosa fare di tutti questi mezzi sta alle nostre inclinazioni personali. Io sono per l’essere se stessi, con moderazione. I lettori, idealmente, non sono amici che vi perdoneranno l’essere sopra le righe a ogni costo, per esempio, anche quando è un tratto della vostra personalità. Non fingere, quindi, ma sapersi mettere in luce nel modo giusto. L’ideale, quando si parla di social, è condividere storie, far trasparire emozioni, connettersi all’altro toccandolo in punti che lo fanno sentire compreso.
Il passo dopo a “esserci” è “esserci per gli altri”: iniziamo a leggere i colleghi, magari condividendo quelli che ci colpiscono e spiegando perché ci piacciono, consigliando, chiacchierando, discutendo. I social sono connessione, nascono per creare comunità, e sarebbe bene approfittarne per crescere come autori e come persone, fra la condivisione di un gattino e l’altra (gattini che sono un diritto sacrosanto e inalienabile di tutti).
Visto il bagaglio culturale italiano, sorgerà spontanea in noi la domanda “cosa ce ne viene?” e la risposta è che – se quello che scriviamo è valido e curato in modo adeguato – gli altri potrebbero fare lo stesso con noi.

Ipocrisie, buonismi, opportunismi
Come per tutto, anche le opinioni che ho appena esposto hanno le loro estreme conseguenze. C’è chi dice che questa sia ipocrisia, che condividere gli altri sia solo un modo per ricevere in cambio qualcosa. Non credo sia così.
Personalmente non penso sia il caso, né sia salutare, promuovere tutti quelli con cui entriamo in contatto, senza curarci della qualità e del nostro personale apprezzamento per chi stiamo condividendo. Leggo una quantità indecente di emergenti, come dico spesso, ma in passato ho parlato solo di una manciata di loro. Sono quelli che mi sono piaciuti tanto da consigliarli e con alcuni ho poi creato, per stima e curiosità, anche rapporti personali per cui mi sento tutt’ora una persona molto fortunata.
Attaccati sono anche i blogger che non vogliono fare recensioni negative quando si trovano davanti prodotti di emergenti che le meriterebbero. Ipocrisia, per me, sarebbe parlarne positivamente, in modo che il blog non abbia problemi e continui ad avere pubblico anche grazie all’autore che condividerà volentieri l’articolo. Più corretto, invece – sempre se non si è a proprio agio con l’idea di fare una stroncatura –, decidere di evitare di pubblicarla, magari contattando l’autore per esporgli il parere in modo che ci sia comunque confronto e crescita, senza la pubblica ghigliottina che potrebbe annientare qualsiasi possibilità futura di chi magari è stato ingenuo e inesperto (“emergente” nella nuova e opinabile accezione negativa del termine). Certo, se ci si mette in gioco bisogna saper giocare e ogni blog ha la sua linea d’azione; da autori, è nostro compito imparare almeno a comprendere le critiche, per poi decidere se accettarle per crescere o ignorarle perché inutili. Anche in questo caso, è necessario prendere le distanze, razionalizzare, analizzare.

Conclusione
Non esiste una regola perfetta per stare sul web da emergenti, come non esiste una regola perfetta per stare al mondo nel modo giusto. Ci sono direzioni, però, che si possono seguire per dare e ottenere il meglio, restando fedeli a se stessi e promuovendosi allo stesso tempo. È un gioco da equilibristi che a volte può sembrare complesso, ma che è tutta questione di allenamento. Un passo alla volta, un errore e una correzione, e si può prendere la via giusta, magari emergendo per davvero.
E sì, tutto quello che ho scritto vale anche per me.

PERSONAGGI FEMMINILI FORTI: UN DIBATTITO

Introduzione: cos’è una “badass chick”
Come da titolo, oggi voglio affrontare un argomento che viene ampliamente discusso su blog e canali di lettura, soprattutto made in USA. La questione della badass chick, il personaggio femminile tanto “cazzuto” (non uso casualmente questo termine, che personalmente non gradisco) da essere uno stereotipo che mal rappresenta il mondo femminile. I personaggi di questo tipo sono forti – anzi fortissimi – sono abili – no, abilissimi – e sono duri, non hanno bisogno di niente e di nessuno, tanto meno delle emozioni. Si appropriano di caratteristiche tradizionalmente associate al mondo maschile solo perché appropriarsi di quelle associate al mondo femminile è visto come degradante (supponendo che le une e le altre caratteristiche esistano, cosa di cui sono personalmente poco convinta, come spiegherò più avanti).
Questi, insomma, i principali attributi di tali personaggi e, di conseguenza, i temi del dibattito.

Reazione estrema alla Mary Sue
La genesi del personaggio femminile stereotipicamente forte può trovarsi in reazione a un altro tipo di personaggio-stereotipo: la Mary Sue. Quindi, per capirlo davvero, forse è necessario ricordare un attimo cosa si intende quando si parla del suo predecessore.
La Mary Sue è il personaggio che ha caratteristiche tradizionalmente femminili nel senso più antiquato del termine, e possiede una serie di attributi che di queste caratteristiche fondanti sono una diretta conseguenza. È, insomma, l’evoluzione – anacronistica; no, proprio andata a male – dell’angelo celeste stilnoviano.
La Mary Sue è vergine o, quando deflorata, è convinta sostenitrice dell’accoppiamento solo in caso di grandi, strabilianti amori. Qualunque altro personaggio femminile che non adotti questa filosofia di vita è etichettato dalla stessa come una poco di buono dalla morale traballante.
La Mary Sue è bella, ma non lo sa, quindi non si trucca e non si acconcia i capelli, perché sarebbe una perdita di tempo. Soprattutto perché curarsi, nel suo mondo, ha il solo scopo di piacere agli uomini o, meglio, a uno specifico uomo di cui è follemente innamorata.
La Mary Sue non ha la capacità di reagire alle situazioni, tantomeno agli abusi a cui la sottopone la sua controparte romantica (a cui “reagire” è di per sé difficile), e la trama le succede abbastanza passivamente.
Ovviamente, tutto questo comporta dei gravi problemi non solo di tipo letterario, ma anche di tipo concettuale. Da qui nasce la basass chick, generata per rinnegare tutto quello che è sbagliato nella Mary Sue, senza però riuscire davvero a superare i suoi limiti, sia letterari che concettuali.

Su cosa si focalizza il dibattito
La discussione su questo personaggio-stereotipo, per come vi ho assistito io fino ad ora, ha alcuni punti che mi piacerebbe approfondire.
Il primo argomento spesso affrontato riguarda l’incapacità della badass chick di provare emozioni e di mostrare fragilità, tanto che la sua intera personalità si esaurisce nella sua forza fisica e mentale.
Il secondo punto riguarda invece proprio le sue capacità fisiche, spesso caratterizzate dalla forza bruta senza alcun tipo di preparazione. Una forza innata che, sempre per chi dibatte, è propria solitamente degli uomini.
Infine, ultimo punto, questi personaggi non sono femminili e, in questa mancanza di femminilità, sembrano voler dichiarare che i tratti ad essa associati siano debolezze da cancellare.
Sebbene le obiezioni mi siano apparse inizialmente sensate, vi ho poi intravisto delle estremizzazioni e delle contraddizioni interne che rendono ai miei occhi l’intero dibattito controproducente o, a tratti, proprio limitato.

Personaggi femminili ed emozioni
Il mio problema con la prima argomentazione riguarda la sua associazione specifica ai personaggi femminili.
Mi spiego meglio: se un personaggio non prova emozioni e non ha fragilità, non è un “pessimo esempio di personaggio femminile”, ma un pessimo esempio di personaggio e basta, a prescindere dal suo genere. Se si attribuisce della problematicità alla questione solo nel caso in cui riguardi personaggi femminili, allora si dà per scontato – almeno nel sotto-testo dell’argomentazione – che i sentimenti, le emozioni e le fragilità siano proprie delle donne; visione superata da tempo che, a mio parere, necessita di essere sradicata dalle nostre convinzioni.
Se ci fossero le stesse osservazioni in merito a personaggi maschili o di altro genere, potrei fingere che è solo questione di attinenza (ossia: “si sta parlando di donne in questo contesto, per questo mi riferisco al caso specifico”); visto però che nessuno si lamenta mai del piattume emozionale dei personaggi maschili tanto da creare un’etichetta che ne identifichi tale stereotipo, non riesco a vedere quest’argomentazione come valida nell’ambito di una corretta rappresentazione femminile. I personaggi vanno creati con  luci e ombre a prescindere dal loro genere, proprio come in un disegno, altrimenti non si sta facendo un buon lavoro.

Forza fisica e lotta
Seguendo sempre lo stesso ragionamento, trovo controproducente affidarsi all’idea che esistano caratteristiche innate in base al genere di riferimento (idea nata dal limitante “binarismo di genere”, che ignora la realtà e le sue sfumature con forza e convinzione), soprattutto quando si parla di una corretta rappresentazione dei personaggi femminili.
Prendiamo l’esempio della forza fisica e delle capacità nella lotta, di qualsiasi tipo essa sia. Prima di tutto, queste due caratteristiche non sono prerogativa degli uomini e, di conseguenza, non rinnegano la “femminilità”. Sono prerogativa, invece, di chi si allena e si prepara, a prescindere dal suo genere. Il problema, ancora una volta, non risiede – a mio parere – negli attributi “rubati” dal personaggio femminile, ma nella sua povera scrittura come personaggio e basta: per lottare e sviluppare forza, ogni persona deve fare un percorso in tale direzione, anche nelle opere di finzione. Oppure, se l’universo letterario lo consente, tale caratteristica innata può essere frutto di situazioni particolari – magiche, magari – che al lettore devono essere comunicate, più o meno esplicitamente.
Ancora una volta, non si fa lo stesso discorso per i personaggi maschili: se un uomo letterario si appropria di caratteristiche tradizionalmente femminili – cucinare, crescere figli, pulire e tutte le altre attività tristemente relegate alle donne dalle frange reazionarie della società – nessuno sembra insorgere. Nessuno si lamenta del softass buddy, perché quest’etichetta non esiste. In fondo, anche nei dibattiti contro gli stereotipi, all’uomo è concesso essere un po’ quello che vuole, mentre la donna deve essere “qualcosa” di specifico.

Iper-femminilità come femminilità
L’ultimo punto ha per me dell’assurdo in generale. Se da una parte vedo la problematicità nel rinnegare trucco, vestiti e qualsiasi altra caratteristica associata all’universo delle donne (sempre per convinzioni sociali che non condivido) perché “troppo femminile” e quindi inadatta a una lottatrice – come se il truccarsi e il curare il proprio vestiario siano onte terribili –, dall’altra non trovo affatto che questi personaggi siano davvero, in tutto e per tutto, dei distruttori dello stereotipo femminile che tanto ci urta nella Mary Sue. Non sono armadi di due metri per due tutti muscoli. Non sono rasate e ferite dagli scontri. Non sono sepolte sotto chili di armature da guerriero.
Semplicemente, non sono iper-femminili. E, per questo dibattito, sembra quasi che tutto ciò che non sia iper-femminile sia un affronto, una negazione dell’essere donna.
Il problema di questo approccio, per me, sta nell’idea che un tipo di femminilità sia più o meno adeguata, più o meno accettabile. Non è così. Si è donne quando ci si identifica come tali, punto. Questo concetto aiuta, quando si deve scrivere un personaggio che si identifica così, perché tanto dovrebbe bastargli ad essere una vera donna™. Se è uno stereotipo è perché è scritto male in generale, non perché non è donna come dovrebbe esserlo, dal momento che non esiste un modo giusto di farlo.
E qui torna il paragone con gli uomini: anche loro soffrono di un “idea di mascolinità”, di uno standard da raggiungere per essere veri uomini™, ma il dibattito sui personaggi che non raggiungono tale livello non è mai efferato e implacabile quanto quello che riguarda le donne. Anzi: se un personaggio maschile rinnega tutte le fantomatiche caratteristiche tipiche degli uomini, anche a costo di trasformarsi in una macchietta, nessuno si lamenta della mascolinità negata. Come sempre, l’uomo difficilmente perde il suo essere uomo, perché a lui basta davvero identificarsi come tale per essere visto così.

Le estreme conseguenze
Un altro problema che ho con il discutere continuo su come dovrebbero essere i personaggi forti quando sono donne sta nelle sue estremizzazioni.
Ripeto: sono convinta che il vero nocciolo della questione risieda nell’incapacità di scrivere, perché l’utilizzo di uno stereotipo, dei personaggi-maschere in generale, è problematico per la storia e per chi quella storia la fruisce; sono convinta che non esista un modo corretto di essere donna, anche se si è un personaggio; sono convinta che il dibattito sia impietoso solo con i personaggi femminili e lasci campo libero a quelli maschili, anche quando scritti davvero male.
Eppure, se anche tutto questo non mi facesse sorgere dei dubbi sulla qualità della discussione, ci si mette chi fa rientrare nella categoria badass chick anche personaggi che non lo sono affatto.
Esempi? Katniss Everdeen dalla saga Hunger Games o Buffy Summers dalla serie Buffy.
Entrambe sono ottimi personaggi, hanno una personalità ben strutturata, hanno punti di forza e debolezze, hanno una storia alle spalle e un’evoluzione davanti; sono forti o hanno abilità particolari, certo, ma per ragioni coerenti con l’universo in cui si muovono o per un trascorso valido di cui il lettore è a conoscenza; provano emozioni più volte nel corso della narrazione, e non solo per amore.
Sono nominate spesso da chi parla della badass chick come uno stereotipo negativo, però, e questo mi fa credere che il problema siano le donne dai tratti forti in generale, più che l’utilizzo di uno stereotipo che appiattisce il personaggio. Se è così, allora non andrà mai bene nulla, dobbiamo esserne consapevoli. Non andranno bene neanche personaggi femminili con caratteristiche tradizionalmente associate al loro universo, anche se ben scritti, perché accorpabili sotto l’etichetta “Mary Sue”. Non andrà bene la donna che lavora, né quella che sta a casa con i figli: l’una troppo indipendente, l’altra anti-femminista.
Se si parte dal presupposto che non c’è un modo corretto di essere donna, invece (o, meglio, che si ha la libertà di essere donna come più ci piace), allora si avranno personaggi scritti male – stereotipi nel senso di “personaggi scritti rifacendosi a convinzioni antiquate della società”, ma anche “personaggi abusati in un particolare genere”, perché no – e personaggi scritti bene, ben strutturati, ben raccontati al lettore.
Inoltre, piccola parentesi, nessuno si lamenta di Peeta Mellark quando decora torte e si strugge per amore. Ancora una volta, avere il pene dà diritto a infinite uscite gratis dall’etichetta “stereotipo”.

Conclusione
Non credo, in nessun caso, che il confronto sia sbagliato in sé, ma il modo in cui si decide di argomentare un dibattito può esserlo.
Da una parte trovo degli spunti interessanti nella discussione che, se approfonditi, potrebbero essere stimolanti e su cui ho dei punti di vista e delle opinioni precise, anche se non ho potuto dar loro troppo spazio in questa analisi. Per esempio cosa si intende quando si parla di “femminilità” e se questo concetto è ormai antiquato o se considerarlo tale svalorizzi uno dei modi di essere donna. Cosa si intende quando si parla di caratteristiche innate e cosa, invece, quando si parla di caratteristiche acquisite. E, soprattutto, quanto sia dannoso un possibile stereotipo, sia concettualmente che letterariamente, se non ha alle spalle secoli di consolidamento sociale come invece accade per la Mary Sue (quest’ultima, infatti, attinge a una visione sociale dalle radici antiche e, a volte, dalle terribili conseguenze, che è davvero problematica per le donne in carne e ossa); cosa che non si può dire, per esempio, per la badass chick.
D’altra parte, però, penso anche che la stessa analisi critica vada rivolta ai personaggi maschili, che delle distinzioni fra personaggi femminili forti e personaggi stereotipati vada fatta, che sia necessario abbracciare l’idea che non esiste un modo corretto di essere – e quindi di “scrivere di” – donne.