IL SALONE DELLA CULTURA 2019

A Milano, gennaio ci fa venire voglia di entrare in letargo e uscire solo quando un raggio di sole filtra oltre lo smog. Così, per tutta la strada che separava la fermata del tram dal Superstudio Più che ha ospitato il Salone della Cultura, non ho fatto altro che pentirmi di essere uscita di casa.

È andata meglio all’interno, ma solo dopo aver superato insoliti problemi con i biglietti: sono stata indirizzata alle casse per l’acquisto e sono tornata indietro per farli scansionare (fin qui tutto nella norma), peccato che il biglietto del mio ragazzo sia stato letto subito e il mio no; l’addetto agli ingressi ci ha provato una singola volta e poi mi ha chiesto di passare alle casse dove avevo appena acquistato l’ingresso, non si sa bene con la speranza in quale risultato. Perfino il cassiere mi ha guardato sperduto quando gli ho spiegato cosa stesse succedendo. Alla fine, in un altro ingresso, i biglietti sono stati letti senza problemi. A volte basta intestardirsi… o, beh, provare più di una volta.

E lo so, lo so che questa lamentela è sterile e non serve a niente, ma sto facendo il resoconto della mia giornata ed è l’una di notte, orario standard a cui mi ritrovo per scrivere questi post, quindi mi si passi un filo d’acidità.
Per il resto non mi posso lamentare dei giovani volontari (o poco più?) che sono stati selezionati come staff, perché sono giovani e volontari, appunto, e sono stati tutti gentilissimi a dare indicazioni, gestire il guardaroba e timbrarci il dorso delle mani per farci entrare e uscire (una cosa che le celebri fiere dell’editoria potrebbero imparare, evitando di imprigionare dentro chi paga il biglietto perché vale “un ingresso” e non “una giornata”).

Un punto a favore di quest’edizione è stata la disposizione degli stand. L’anno precedente i piccoli e medi editori erano relegati in una stanza che non era di passaggio e che è rimasta, di conseguenza, deserta (come abbiamo ricordato con Elena del blog Sogni di carta e altre storie, che consiglio di visitare). Quest’anno, invece, era obbligatorio passare per i loro stand prima di entrare nella parte dedicata all’usato e all’antico, e la loro sezione è sembrata molto più frequentata e vivace. Lo trovo giusto, perché sono realtà che molti conoscono poco e trovarsele davanti agli occhi è più facile che andare a cercarle con intento per i locali.
Nella sala che occupavano l’anno prima sono stati messi gli stand con i libri d’antiquariato e i laboratori di carta e rilegatura, perché quelli sì che hanno un loro pubblico e delle persone interessate a seguirli nonostante la sistemazione spaziale.

Non ho comprato molto. Come sempre il mio ragazzo ha razziato lo stand della Hypnos con quello che gli mancava e io ne ho approfittato per recuperare due volumi della prima edizione di Harry Potter che mio padre mi ha disperso fra un trasloco e l’altro (che. dolore.)
C’era molto da vedere, spulciare, selezionare, ed è stato divertente farlo, come ogni volta, ma se c’è una lezione che il trasloco e il nuovo anno mi hanno insegnato è quella di comprare solo i libri che voglio ardentemente, che desidero con tutta me stessa, che bramo con la potenza di mille soli… insomma, ci siamo capiti: ho fatto la brava e non ho inflitto alla nuova libreria più peso di quanto già non ne sopporti.

Se l’evento continuerà a migliorare e a trovare un modo sempre più efficace di accogliere il pubblico, come sta dimostrando, io continuerò a frequentarlo e ad affrontare il freddo d’inizio anno solo per lui. E, forse, ma solo forse, riuscirò a essere sempre più brava e a comprare sempre meno libri.

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