EDITORI E BLOGGER: come (non) fare la corte ai recensori

In questi giorni, soprattutto su Instagram, si sta parlando molto del rapporto fra editori e blogger, fra chi i libri li pubblica e chi aiuta a spargere la voce – positiva o negativa – su quegli stessi libri.
Vorrei approfittarne per fare qualche riflessione, per capire come funziona il sistema, come potrebbe funzionare meglio e qual è il nostro ruolo di lettori comuni che fruiscono dei libri pubblicati e recensiti.

Come funziona?
Funziona che un profilo o un blog hanno determinati numeri di visualizzazioni, seguaci, interventi e, in base a quanto sono grandi, ricevono dalle case editrici delle copie gratuite di cui parlare. Se i soggetti sono influencer, i libri arriveranno dalle big o dalle medie “prestigiose”, se sono numericamente più piccoli avranno a che fare con case editrici più piccine o direttamente con gli autori (per esempio nel caso del selfpublishing), se magari hanno la reputazione di cacciatori di perle rare potrebbero ricevere i libri da case editrici che non sono conosciutissime ma hanno una buona reputazione in tal senso, se invece hanno il potere di farlo possono essere loro a richiedere determinati titoli alle case editrici, e così via.
Insomma, salvo casi specifici, il sistema funziona in base alla visibilità.
Nel sistema, però, c’è anche qualcosa che non funziona. Sì perché ricevere un libro in cambio di una recensione non significa sempre ricevere un libro in cambio di una recensione onesta. Per questo alcuni editori tendono a rendere più o meno note le loro richieste: fra non-detti, sottintesi e pretese esplicite, c’è chi manda copie solo in cambio di recensioni entusiaste. Pubblicità (positiva) che costa quasi nulla, giusto le copie del libro, ma che fa girare titoli e autori per il web, dove potranno raccogliere qualche vendita in più.
Ai bookblogger, poi, conviene avere collaborazioni con le case editrici: le case editrici condivideranno i loro articoli – con un ritorno di visibilità per il blog –, e in più loro non dovranno svenarsi per comprare tutti i libri da recensire. Anche perché si parla di ultime uscite, una spesa non indifferente, quindi. Inoltre c’è sempre un po’ di prestigio nel collaborare con una casa editrice, perché significa aver i numeri per farlo, iniziare ad avere la tanto sudata visibilità, essere tenuto in conto anche dagli addetti ai lavori.
Questo discorso non vale per tutti i blog o per tutti gli editori, com’è ovvio che sia, ma è da questa parte meno nobile del rapporto fra blog ed editori che nasce la riflessione del post.

La Libridinosa e La Corte editore
La mia riflessione parte, però, da un evento ancora più specifico, anche se è da tempo che il tema di questo rapporto – editori e bookblogger – viene discusso sui gruppi e fra chi si interessa di libri o con i libri ci lavora.
La Libridinosa pubblica – sul suo blog e, di rimando, con una foto su Instagram – la sua recensione di “A cosa servono le ragazze” di David Blixt. Il libro, pubblicato da La Corte Editore, non le è piaciuto, e la recensione non ne fa segreto, soffermandosi su tutti i motivi per cui il romanzo non funziona come tale.
Sotto la foto Instagram appare poi un commento fatto con il profilo dell’editore che le spiega il libro e che la accusa di averlo recensito negativamente per il semplice fatto di non aver ricevuto la copia gratuita su cui si erano accordati. Una caduta di stile da parte dell’editore, fra l’altro espressa pubblicamente, in cui la blogger coglie l’accusa di non essere onesta nelle sue recensioni.
Consiglio, per evitare che questo mio scarno resoconto banalizzi lo scambio, di seguire La Libridinosa e le sue storie in evidenza.

L’immagine pubblica dell’editore e l’importanza della giusta comunicazione
Arriviamo subito al punto della questione: una casa editrice non è un passatempo, ma un lavoro. Può appassionare chi lo svolge, può essere il frutto di un amore smisurato per i libri, ma resta una questione professionale. Chiunque si interfacci con il pubblico, quindi – dall’editore più piccolo in cui le stesse persone ricopriranno più ruoli, a quello più grande in cui c’è un ufficio stampa – dev’essere professionale e deve tenere in conto le possibili ripercussioni di un intervento fuori luogo. Su internet si ha sempre l’impressione che la comunicazione abbia un altro peso, che sia meno concreta, ma non è così: ha un suo codice, richiede attenzione e comporta delle conseguenze (proprio come la comunicazione fatta di persona). Soprattutto se si devono sfruttare i social per costruire la propria immagine professionale.
A questo non è stata data attenzione, ovviamente, e il ritorno negativo di pubblicità che La Corte Editore avrà da questa scivolata non è indifferente, anche se potrebbe durare poco grazie ai velocissimi tempi con cui tutto nasce e muore su internet.
Il motivo per cui si contatta un blogger – la pubblicità praticamente gratuita – in casi come questo si ritorce contro l’editore e porta alla luce quello che non funziona nel loro rapporto. A rimetterci, però, è più che altro il lettore dei blogger che preferiscono lo scambio vantaggioso con le case editrici a quello con i loro lettori.

Le recensioni: un parere personale?
Non mi ha mai convinta l’idea che una recensione sia frutto esclusivamente del parere personale di chi la sta scrivendo. Si ha sempre più l’impressione che chiunque possa scrivere una recensione, ma io ho sempre tenuto alla distinzione fra un commento, un’impressione, un parere, un consiglio (tutti diritti del lettore, anche di quello che ha un blog) e una recensione, che presuppone una – anche minima – capacità di analisi critica e di comprensione del testo. Questo non significa che solo i laureati in lettere possono permettersi una recensione, ma significa che sono necessarie certe competenze. Che poi vengano acquisite leggendo manuali o seguendo corsi di lettura consapevole, perché si ha a che fare con il mondo dei libri per motivi professionali o si ha una spiccata sensibilità letteraria, non è rilevante, per me. Non significa neanche dover essere seri e inamidati come le riviste di critica letteraria, perché un blogger può essere bravo ad approcciarsi a un testo e mantenere una vena ironica e leggera nelle sue recensioni.
Significa solo avere idea di cosa costituisca un testo e di come gli strumenti della scrittura possano essere usati bene o male.
Questa riflessione, che prescinde dal caso specifico con cui ho aperto questo post, mi serve per esporre i punti successivi.

Numeri e qualità
Gli editori dovrebbero avere fiducia nei prodotti che pubblicano e, grazie a questa fiducia, non dovrebbero temere un parere onesto da parte dei blogger.
Certo, emerge un altro problema: dal momento che tutti fanno recensioni, come potrà l’editore essere certo che quello specifico blogger colga per bene il libro e sappia argomentare le sue impressioni in modo accurato?
Gli basterebbe non guardare solo e soltanto ai numeri, ma anche alla qualità. I numeri – i follower, l’engagement e tutte le altre parole care al nostro tempo – sono un dato importante, che sicuramente aiuterà nel selezionare i blogger, ma poi si potrebbe dare un po’ di attenzione a come questi blogger lavorano, a cosa recensiscono e come analizzano i testi per motivare i loro pareri.
Avendo fiducia nel proprio prodotto e nelle capacità di chi lo riceve di leggerlo e capirlo, il problema dello “scambio di favori” non dovrebbe più sussistere. E può essere un pensiero naïve, non lo metto in dubbio, ma la spedizione sconsiderata di copie a chiunque abbia più di mille follower perché del libro “se ne parli” l’ho sempre trovata una pratica un po’ pericolosa. Perché nell’epoca di internet, basta un attimo perché tutti parlino di un libro nello stesso identico modo (non sempre positivo).

Le recensioni negative
Ci sono poi blogger che le recensioni negative non le fanno e preferiscono tacere se un libro non li colpisce. Premetto che io non faccio recensioni, né sui miei canali come youtube, dove mi limito ai consigli di libri che mi sono piaciuti (spesso di altri emergenti), né su goodreads, dove preferisco chiamare le mie considerazioni “commenti”. Quindi, a parte rare esperienze, non so cosa significhi davvero dover parlare costantemente di libri in modo motivato, curato e serrato su una propria piattaforma. Delle recensioni sono per la maggior parte una lettrice (almeno al momento di questo post).
Però sono d’accordo. Nel senso che ognuno dovrebbe essere libero di gestire il proprio blog come crede sia meglio: sì, se si pubblica un libro ci si deve aspettare anche un riscontro negativo, e un blogger può voler fare delle considerazioni anche su un libro che non è piaciuto visto che ha speso del tempo per leggerlo; di contro un blogger può anche nascere con l’intento di spargere la voce sui libri che reputa meritevoli e magari evitare di dare spazio a quelli che non rientrano nei suoi standard qualitativi , soprattutto se non si è riusciti a finire la lettura.
Quello che non credo, comunque, è che una persona con delle competenze (ripeto, anche minime) che le permettono di recensire un libro debba sentirsi in difetto nell’esprimere un parere negativo. Né credo che siano moralmente superiori i blogger che decidono di pubblicare recensioni negative dei libri. Come dicono oltreoceano “you do you”, basta fare le cose per bene, in modo onesto.

Il ruolo del lettore
Le mie letture sono in minima parte influenzate dai blog. Un po’ perché è difficile trovare un blog che parli dei libri con temi che mi piacciono, un po’ perché tendo a preferire alle recensioni i pareri di persone che so avere gusti simili ai miei, che magari seguo sui social e che, in generale, stimo per motivi personali. Persone che spesso non hanno un blog, non fanno recensioni, ma si limitano a dire “questo libro mi è piaciuto per questi motivi, questo libro non mi è piaciuto per questi altri”, soprattutto se sono addetti ai lavori (altri scrittori, editor e simili).
Questa però è una scelta – anzi, lo definirei più un istinto – personale, che niente toglie all’utilità dei blog. Un lettore approda su un blog di questo tipo, infatti, proprio per leggere le recensioni su un libro – magari perché è affezionato al taglio che ha quel blog, magari perché il libro in questione lo interessa – e, in alcuni casi, per tenerle in considerazione al momento di acquistarlo o meno. Un grande blog può muovere una buona quantità di gente, quindi, e la gente siamo noi lettori.
Se un blog decide di non pubblicare recensioni negative e magari collabora con le case editrici e si fa mandare le copie in cambio di pareri quantomeno positivi se non entusiasti, come lo sapremo noi lettori? E, anche nel caso pubblichi recensioni negative, come sapremo che non sono frutto di questioni altre rispetto alla qualità del libro?
Leggendo le recensioni.
Se una persona ha capacità critica, se sa riflettere su un testo, lo si legge. Si trovano osservazioni sul modo in cui sono trattati i personaggi, sull’ambientazione, sulla trama, sul lessico, sullo stile, sul modo in cui si adegua a un genere oppure ne sconvolge i canoni, eccetera. Sembrano considerazioni personali? Questo perché possono esserlo: un conto, per esempio, è apprezzare o meno un determinato aspetto di una storia, tutt’altro conto, invece, è sapere quando quella caratteristica sta bene in quel contesto, quando è sfruttata con attenzione, quando – nonostante possa non piacerci personalmente – è stata utilizzata con consapevolezza.
La differenza fra una recensione e un parere, per essere ripetitivi.
Se il lettore inizia a premiare i blog di buona qualità, quei blog avranno buoni numeri e per gli editori sarà facile mandare i libri senza la paura che a riceverli sia qualcuno che non è in grado di recensirli. Se l’editore avrà fiducia, poi, nei suoi prodotti, non dovrà mai e poi mai specificare – o sottintendere – che desidera un riscontro positivo.

Conclusione
Parlando dell’evento in sé, non c’è dubbio che l’editore – o chi ne ha fatto le veci – abbia preso una decisione sbagliata. La questione, infatti, si è risolta con delle scuse molto più professionali del commento e sono certa che settimana prossima ce ne dimenticheremo tutti (complici altre questioni che infiammeranno il mondo di bookstagram, booktube e simili).
Più in generale, invece, credo siano i lettori a fare la differenza. Il sistema, infatti, è fatto di ottimi blog e di ottime case editrici, ma anche di blog meno buoni (seppure con grandi numeri) e di case editrici meno abili nelle pubbliche relazioni e nel rapporto con i blog e i lettori. Forse suona retorico e un po’ vuoto, ma potremmo pensare di premiare i primi e ignorare i secondi, imparando a distinguere fra chi ha per le mani gli strumenti per recensire un libro e chi invece si limita a dire se gli sia piaciuto o meno.
Per quello esistono le stelline di goodreads, dopotutto.

ORIGINALITÀ E BANALITÀ: fra scelte e competenze

“QUESTO ROMANZO NON È ORIGINALE”
Con molta più diplomazia e capacità retorica, questa frase si può trovare ovunque, fra le recensioni di Goodreads e Amazon. La risposta automatica – spesso da parte di chi ha il cattivo gusto di difendersi dalle recensioni negative – è che non esistono storie originali.
Nell’articoletto di oggi vorrei spiegare perché non sono d’accordo né con la critica, né con la risposta. Come sempre, esporrò la mia personale opinione e l’articolo sarà una scusa per ricordare anche a me stessa alcuni di questi punti.

L’ORIGINALITÀ ESISTE
Se si cerca sul web o si leggono manuali di scrittura creativa (soprattutto se scritti oltreoceano, dove sembrano amare le liste numerate) si troveranno svariate trame di base: c’è chi ne identifica sette, chi venti, chi altre quantità arbitrarie; c’è perfino chi vede nell’archetipo del viaggio dell’eroe la forma base di tutte le storie. In fondo, ridotte all’osso, tutte le narrazioni riguardano un personaggio, un desiderio, degli ostacoli (esterni o interni).
Quindi niente è davvero originale?
Non credo. Se una storia fosse fatta di sola trama, se un’idea si esaurisse in se stessa, allora sì. Ma una storia e un’idea hanno senso solo quando sono raccontate. Anche se si dovesse arrivare a un risultato scontato riducendo un’opera intera a una sola frase, quella singola frase non varrà mai tutta la storia.
In una narrazione, infatti, ha un peso non indifferente scegliere come esporre la storia, quali vie prendere per arrivare al lettore, perfino con un’idea semplice e dall’apparenza scontata. A rendere interessante un’idea che è già circolata, poi, c’è di certo anche il chi: lo sguardo di chi racconta la storia, il suo punto di vista, la sua specifica sensibilità. Per non parlare del momento in cui viene scritta e diffusa, del perché si è deciso di raccontarla, del mezzo attraverso cui viene fruita, e tanti altri dettagli che possono – a seconda delle circostanze – rendere interessante l’idea più ovvia.
Scrivere una groundbreaking novel non è semplice e non tutti hanno la folgorazione che porta a un romanzo in grado di riscrivere i confini della letteratura (sì, strano ma vero, non tutti sono Joyce). Quello che conta davvero, quindi, non è essere originali a ogni costo, ma evitare di essere banali.

COSA RENDE UNA STORIA BANALE?
Potrebbe sembrare – e in certi contesti è così – che l’originalità e la banalità siano poli opposti.
Se è vero che una storia originale non potrà mai essere banale e viceversa, però, non è sempre vero che una storia sarà banale se non è originale. Mi spiego: l’originalità assoluta è propria di pochi, ma non per questo tutto il resto della produzione letteraria mondiale è scontata. Proprio per quello che ho scritto prima, le storie possono essere interessanti non tanto per la loro idea di base, quanto per come vengono esposte, per il punto di vista particolare che quell’autore ha sul mondo, per le tecniche usate, per il modo in cui si tratteggia la psiche del protagonista, e così via.
Un romanzo o un racconto sono scontati quando non sappiamo usare le tecniche narrative in modo adeguato, quando non riusciamo a sfruttare la costruzione dei personaggi a nostro vantaggio per interessare il lettore a seguirli durante il loro viaggio, quando tutto l’universo che una storia può essere si riduce a una pila di cliché.
Specifico: utilizzare i cliché che ci piacciono non è un peccato mortale, ma ci rende il lavoro più complicato. Per fare in modo che la nostra storia non si confonda fra altre che utilizzano la stessa identica dinamica, dobbiamo conoscere gli strumenti tecnici della scrittura e utilizzarli per fare in modo che sia interessante leggere tutto quello che gira attorno ai cliché da noi tanto amati.

IL PROCESSO CREATIVO
A volte ho letto di persone che definivano i propri lavori assolutamente originali, non influenzati da letture, visioni, altri prodotti creativi. Credo che questa percezione di se stessi e di ciò che si produce manchi di una certa consapevolezza. Sono infatti convinta che le persone creative siano spugne in grado di assorbire non solo dal mondo che le circonda, ma anche dalla fruizione di altri prodotti creativi. Non è per forza un percorso voluto (da questo, forse, deriva la mancanza di consapevolezza), ma le idee tendono a spuntare fuori rimescolando gli stimoli ricevuti.
A volte esce qualcosa di incredibilmente originale, altre volte esce qualcosa di interessante.
Altre volte ancora il risultato sarà banale. Magari perché ci è piaciuta molto un’idea e vorremmo averla scritta noi, altre volte perché pecchiamo di superbia e pensiamo che fra le nostre mani quell’idea possa avere una vita migliore, altre ancora dobbiamo allenare di più la nostra immaginazione. Insomma le ricette per il disastro sono infinite, in realtà, e non sto neanche parlando dei casi di plagio spudorati (quelli sono un discorso a parte che con il processo creativo non ha nulla a che fare).

IL PUBBLICO
Concentrarsi troppo su che pubblico vogliamo è una delle vie che potrebbe portarci alla banalità (sempre parlando per generalizzazioni), ed è più rischioso che guardarsi attorno o lasciarsi ispirare dai prodotti creativi altrui.
Questi, infatti, sono pensieri che sarebbe bene avere a prodotto finito. Non completo, ma finito. Dopo la prima bozza, quando è il momento dei primi – grandi – aggiustamenti, ci possiamo chiedere se la storia ha un suo pubblico dal momento che, nel migliore dei casi, ci toccherà renderla vendibile. Farlo prima potrebbe comportare un caso di prodotto-fotocopia, creato per essere consumato piuttosto che per sfogare la creatività: vediamo un pubblico e decidiamo di scrivere qualcosa indirizzato proprio a lui, creato su misura per quella domanda. È una scelta remunerativa, nessuno lo mette in dubbio, ma non è una scelta creativa. Solitamente quel pubblico consuma prodotti in modo quasi bulimico, andando sul sicuro nei suoi acquisti perché quella storia l’ha già letta in altre versioni e sa che gli piace. Chiuso il libro, spento il reader, se ne dimenticherà e passerà alla successiva.
Se ricorderà una storia, sarà quella che è stata creata così per istinto personale dell’autore, non quella creata così per il pubblico, per le vendite, perché il nostro nome giri fra i lettori. Non sostengo ci siano più storie proprie della prima categoria e meno storie scritte spontaneamente per lo stesso pubblico; credo solo che nelle prime si percepirà meno originalità che nelle seconde, per quanto la sostanza – sempre se ridotta all’osso – sia la stessa.

IL GENERE
Stesso discorso per il genere. “Voglio scrivere un romanzo fantasy” oppure “voglio scrivere un romance” non sono pensieri sbagliati di per sé, ma non sono necessari alla creazione. Meglio abbandonarsi al processo creativo (che sia pianificato o spontaneo) e pensare a prodotto finito – come per il pubblico – all’etichetta da appiccicarci sopra. Se partiamo con un’idea così rigida di quello che vogliamo, rischiamo di intrappolarci nelle regole dei generi, di seguirle come dogmi invece che come indicazioni, e di diventare banali per non rischiare di trasgredire e, magari, non piacere ai lettori di quel genere.
Certo, vale sempre la regola che tutto può essere reso interessante con il giusto approccio, ma ha senso imporsi limiti quando non sono necessari a scrivere una bella storia?

LE FANFICTION
Le fanfiction sono un esempio di storie interessanti anche se non originali per forza di definizione. Non vale per tutte le fanfiction, visto che molte sono i prodotti-fotocopia di cui ho scritto sopra (che è il motivo per cui certa produzione con standard qualitativi tipici della gratuità da fanfiction non dovrebbe essere pagato, a mio parere), ma quelle ben scritte sono un esercizio di creatività. Per trovare qualcuno che legga le nostre fanfiction, infatti, dobbiamo rendere interessante qualcosa di già conosciuto al lettore. Come? Incredibilmente (per chi non conosce questo universo, almeno), utilizzando gli strumenti della scrittura. La forza delle fanfiction sta nella capacità di utilizzare stile, punti di vista, analisi dei personaggi e tecniche narrative per ridare forza a qualcosa di già esistente. Non solo: i tag e gli avvertimenti non sono altro che i cliché propri della scrittura in generale (le famose trame di base), ma rielaborati e rivisti nella singola fanfiction avranno il potere di renderla interessante.

IL PREGIO DELL’ORIGINALITÀ, IL PROBLEMA DELLA BANALITÀ
Uno scritto creativo è come una torta. Che è una similitudine scontata (tanto per restare in tema), ma rende l’idea.
L’originalità è una decorazione sulla nostra torta, una glassa: un di più che può rendere il dolce delizioso e che sarà la parte preferita di molti, ma che non è strutturale.
Gli strumenti della scrittura, le tecniche narrative, sono invece la base, il pan di spagna. Difficile che da soli siano gustosi (per quanto ad alcuni piacciano), ma sono necessari, tengono tutto in piedi e danno una forma riconoscibile alla nostra torta. La banalità sta lì, quando non abbiamo un buon impasto del pan di spagna, quando le nostre difficoltà in cucina si ripercuotono sulla parte fondante della torta.
Per recensire criticamente (che poi dovrebbe essere un po’ l’unico modo di recensire, quello fatto con sguardo critico), la differenza è fondamentale. Così come è fondamentale per comprendere una recensione negativa che tira in ballo l’originalità.

CONCLUSIONE
Quando si critica un romanzo per mancanza di originalità si sta dicendo, in realtà, che è banale. L’originalità dell’idea non è propria di tutti e sarà un valore aggiunto per la storia. La banalità, invece, è un problema strutturale, di fondamenta, di incapacità nel maneggiare le tecniche. Si può essere interessanti senza essere originali, ma per curare la banalità bisogna scavare molto più a fondo, ripensare il nostro rapporto con la tecnica e con il processo creativo. Non tanto perché raccogliamo gli stimoli esterni – che trovo facciano parte della creatività – quanto perché li subiamo invece che rimescolarli e sfruttarli. Certo, scegliere di vendere, di partire da un pubblico alla ricerca di una specifica storia, da un genere entro cui incasellarsi, da percorsi fatti “al contrario”, non è sbagliato di per sé. Il rischio, però, è che qualcuno possa trovare la nostra storia banale e scriverci “questo romanzo non è originale”.