INTRATTENIMENTO E LETTERATURA: uno sterile dibattito (italiano)

“La letteratura d’intrattenimento non è letteratura”
Se gli intellettuali e i critici marciassero per le strade, questa scritta sarebbe su almeno dieci cartelli, e far passare questo messaggio sarebbe l’obiettivo dell’intera protesta. Perché questo è un dibattito vecchio quanto la scrittura che, soprattutto in Italia – dove la tradizione della letteratura di genere è meno legittimata, ed è storicamente forte la produzione di narrativa generale – non smette mai di auto-alimentarsi.
“Intrattenimento” diventa una parola sporca, legata al soddisfare un prurito estemporaneo come potrebbe fare la televisione (anche qui, perché in Italia abbiamo iniziato a sviluppare un senso di qualità del prodotto televisivo solo di recente, dato che prima la qualità era propria solo di un certo tipo di cinema impegnato). Insomma, per nessuna ragione un concetto da avvicinare all’arte.
Una visione semplicistica e superficiale che non dovrebbe appartenere agli ambienti intellettuali – se proprio per l’intelletto questi ambienti si distinguono –, ma che esiste e di cui vorrei parlare in questo articolo.

Intrattenere
Partiamo dalle ovvietà: la narrativa generale non esclude l’intrattenimento, e viceversa. Se smettessimo di pensare a compartimenti stagni, mettendo qui il bello e lì il brutto, e apprezzassimo le sfumature senza la paranoia di perdere le definizioni (e quindi le nostre certezze), la vita sarebbe molto più semplice. Perché, diciamolo, far rientrare la vita nelle nostre costrizioni è molto più complicato che accettarla così com’è. Ma sto filosofeggiando. Il punto è questo: nella “vera letteratura” l’intrattenimento è sempre stato presente, perché l’arte tutta è potenzialità di fruizione. Altrimenti non esisterebbe produzione letteraria, cinematografica, figurativa, e tutte le opere se ne starebbero ad ammuffire in cassetti e soffitte. Un pubblico è previsto, è preso in considerazione, e uno degli scopi è sempre tenerlo lì, a fruire di qualcosa.
Intrattenere, quindi, come tenere lì, tenere occupati, senza limitarsi all’accezione del termine che associamo al divertimento.

La “vera letteratura”
Molti di quelli che oggi consideriamo autori di “vera letteratura” sono stati, a loro tempo, qualcosa di molto simile all’intrattenitore: mentre la letteratura andava sdoganandosi e non era più materiale per soli intellettuali, fioccavano i romanzi d’appendice. Romanzi che, ad oggi, sono grandi classici della letteratura inglese, francese, russa.
Qual è la differenza?
Perché una differenza c’è, è ovvio.
Dickens, Flaubert, Dostoevskij e tutti i loro simpatici amici sono stati in grado di resistere alla prova del tempo invece di essere dimenticati, perché le loro opere hanno qualcosa di universale e profondamente umano che continuerà a parlare ai lettori anche in futuro. Non importa se stiamo cercando di portare a casa la pagnotta (o di pagarci il vizietto del gioco, vero Fëdor?), l’importante è metterci l’anima, puntare al meglio che si possa creare, tenere a mente che anche la più banale esperienza umana può essere narrata in modo che parli all’anima. Intrattenere, quindi, una parte più profonda di noi che va oltre la soddisfazione di una voglia superficiale.

L’importanza (ignorata) della qualità
A questo punto può sorgere spontaneo chiedersi come spingersi più a fondo e se sia davvero necessario farlo.
Sulla seconda domanda, la mia risposta è semplice: sì. L’obiettivo non dovrebbe mai essere, scrivendo, “voglio che la mia storia sia dimenticabile”. Le autrici e gli autori che conosco, quelli di cui posso sperimentare indirettamente il processo creativo, non si pongono il problema del loro pubblico quando ideano una storia, ma non sputano sulla carta tutto quello che esce dal loro cervello senza selezionare o ragionare e, in seguito, rivedere e sistemare. Questo significa che il loro obiettivo è – anche involontariamente – quello di fare bene il loro mestiere, in modo da essere letti e apprezzati (per quanto possibile, com’è sempre ovvio quando si parla di processi creativi e percezione da parte del pubblico).
Ricordati, quindi.
Con questa predisposizione mentale, si risponde anche alla seconda domanda: perfino nella dinamica più scontata (mi si passi il termine denigratorio) – ad esempio “lui e lei si incontrano” –, se esploriamo i personaggi, le circostanze, gli ostacoli e i motivi delle scelte, possiamo trovare spunti per far sorgere domande, riflessioni e pensieri involontari. Non è necessario filosofeggiare e dispensare grandi verità, quando si scrive, ma fare bene il proprio compito di scrittori. Il resto viene da sé.
Pare ovvio, seguendo questo ragionamento, che la vera distinzione non dovrebbe riguardare la letteratura di genere e la narrativa generale, ma la qualità del singolo libro e le capacità del singolo autore. A mio parere si dibatte mancando il punto per l’ennesima volta.

Scrivere per scrivere, non scrivere per vendere
Tutta l’arte è commercio. Bisogna scendere a patti con questa materialistica verità.
Però, come accennato sopra, a mio parere non è vendere lo scopo con cui l’arte dovrebbe nascere. La narrativa (di genere o generale che sia), dovrebbe partire dal desiderio di scrivere, di raccontare al meglio una storia, e porsi il problema del pubblico solo in modo collaterale.
Quando commerciare prevale sul creare, si dà fondamento al pregiudizio che affligge la narrativa di genere: la sua scarsa qualità.
Se il nostro obiettivo è vendere, infatti, tenderemo a restare entro le regole del genere di riferimento e a rispettarne i paradigmi, in modo da proporre qualcosa di familiare e facile da acquistare. Se siamo abituati a comprare carote arancioni, difficilmente compreremo carote viola, per intenderci; se vendiamo carote, quindi, meglio produrle arancioni e farla semplice.
Il problema è che non stiamo facendo bene il nostro mestiere di scrittore (al contrario di chi vende carote, che può venderle un po’ come gli pare). Anzi, non lo stiamo facendo affatto.
Evitare i cliché, imparare le regole e infrangerle, raccontare le banalità della vita con uno sguardo diverso, sono le caratteristiche che faranno ricordare a qualcuno la nostra storia, che la faranno amare, che sia una storia d’amore, di pirati, di serial killer poco importa.

Un invito per chi legge
Questa piccola analisi – che come ogni venti del mese nasce dalla voglia di chiacchierare di un tema specifico e, magari, conoscere le opinioni altrui in merito – non ha lo scopo di sminuire chi legge scritti di scarsa qualità per la voglia divertirsi un paio d’ore e poi passare oltre. Io vivo secondo il motto che si può leggere ciò che si vuole, senza eccezioni.
Vorrei solo far notare, però, come credo si possa ottenere questo e qualcosa in più cercando meglio e non accontentandosi. Leggere un thriller, un giallo, un romance non significa farsi andare bene una pessima qualità perché “questo passa il convento”. Di opere che possono intrattenere e stimolare allo stesso tempo, infatti, il mondo dei libri è pieno. Siamo solo pigri. Siamo solo bulimici. Siamo solo fermamente convinti che si debbano leggere “Guerra e pace” oppure “Cinquanta sfumature”, o l’uno o l’altro, o l’opera letteraria per eccellenza o l’intrattenimento di qualità infima che solletica una voglia estemporanea.
Non è così.
Anzi, questo lo pensa chi è d’accordo con gli intellettuali di cui ho parlato in apertura, anche se lo fa senza la consapevolezza di farlo ed è schierato dalla parte bistrattata (quella dell’intrattenimento, della letteratura di genere). In questo specifico caso, schierarsi significa credere in questa contrapposizione e rinforzarla.

Un invito per chi analizza
Se chi legge ha piena libertà decisionale su quello che legge, meno libertà dovrebbero avere i critici, gli intellettuali, i giornalisti letterari. Il pregiudizio, lo snobismo e l’elitarismo non dovrebbero essere accettati come la norma. Anche questi sono un accontentarsi, infatti, un farsi andare bene l’opinione comunemente accettata senza porsi davvero delle domande, senza scavare più a fondo. Si sta facendo male il proprio mestiere, esattamente come lo scrittore che si accontenta di scrivere opere mediocri allo scopo di vendere. Denigrare la letteratura di genere per essere accettati come competenti non ci rende davvero tali. I libri sono un modo per creare connessioni fra esseri umani (come tutta l’arte), accomunandoli attraverso le storie che leggono e le emozioni che queste storie suscitano; non un modo per creare distanze e differenze o, peggio, umiliazioni.
Vorrei leggere di intellettuali in grado di sfidare l’opinione diffusa nei loro ambienti e dar vita a dubbi e dibattiti. Vorrei un mondo dove parlare di letteratura non significhi fare copia e incolla di visioni vecchie di decenni che forse è arrivato il momento di mettere alla prova.

Un invito per chi scrive
A chi scrive, invece, va la mia chiusura. Il bisogno di vendere c’è ed è innegabile, perché vivere di scrittura è il sogno di (quasi) tutte le persone che scrivono, ma non bisogna dimenticare che lo avevano anche molti dei grandi nomi del passato e che questo non gli ha impedito di svolgere bene il loro lavoro. Alcuni sono morti poveri, certo, e la qualità delle loro opere è stata riconosciuta solo dopo, altri sono riusciti a sopravvivere e ottenere la fama. La qualità, però, è il denominatore comune, il fondamento, il punto di partenza. Se ce ne disinteressiamo, stiamo facendo del male a un mondo che non ha proprio bisogno che gli vengano inferti altri colpi; un universo – quello della letteratura – che ha già tante difficoltà, senza bisogno che venga alimentato il pregiudizio su una sua buona parte.
Scriviamo di quello che più ci piace, ma facciamolo bene.

PERSONAGGI FEMMINILI FORTI: UN DIBATTITO

Introduzione: cos’è una “badass chick”
Come da titolo, oggi voglio affrontare un argomento che viene ampliamente discusso su blog e canali di lettura, soprattutto made in USA. La questione della badass chick, il personaggio femminile tanto “cazzuto” (non uso casualmente questo termine, che personalmente non gradisco) da essere uno stereotipo che mal rappresenta il mondo femminile. I personaggi di questo tipo sono forti – anzi fortissimi – sono abili – no, abilissimi – e sono duri, non hanno bisogno di niente e di nessuno, tanto meno delle emozioni. Si appropriano di caratteristiche tradizionalmente associate al mondo maschile solo perché appropriarsi di quelle associate al mondo femminile è visto come degradante (supponendo che le une e le altre caratteristiche esistano, cosa di cui sono personalmente poco convinta, come spiegherò più avanti).
Questi, insomma, i principali attributi di tali personaggi e, di conseguenza, i temi del dibattito.

Reazione estrema alla Mary Sue
La genesi del personaggio femminile stereotipicamente forte può trovarsi in reazione a un altro tipo di personaggio-stereotipo: la Mary Sue. Quindi, per capirlo davvero, forse è necessario ricordare un attimo cosa si intende quando si parla del suo predecessore.
La Mary Sue è il personaggio che ha caratteristiche tradizionalmente femminili nel senso più antiquato del termine, e possiede una serie di attributi che di queste caratteristiche fondanti sono una diretta conseguenza. È, insomma, l’evoluzione – anacronistica; no, proprio andata a male – dell’angelo celeste stilnoviano.
La Mary Sue è vergine o, quando deflorata, è convinta sostenitrice dell’accoppiamento solo in caso di grandi, strabilianti amori. Qualunque altro personaggio femminile che non adotti questa filosofia di vita è etichettato dalla stessa come una poco di buono dalla morale traballante.
La Mary Sue è bella, ma non lo sa, quindi non si trucca e non si acconcia i capelli, perché sarebbe una perdita di tempo. Soprattutto perché curarsi, nel suo mondo, ha il solo scopo di piacere agli uomini o, meglio, a uno specifico uomo di cui è follemente innamorata.
La Mary Sue non ha la capacità di reagire alle situazioni, tantomeno agli abusi a cui la sottopone la sua controparte romantica (a cui “reagire” è di per sé difficile), e la trama le succede abbastanza passivamente.
Ovviamente, tutto questo comporta dei gravi problemi non solo di tipo letterario, ma anche di tipo concettuale. Da qui nasce la basass chick, generata per rinnegare tutto quello che è sbagliato nella Mary Sue, senza però riuscire davvero a superare i suoi limiti, sia letterari che concettuali.

Su cosa si focalizza il dibattito
La discussione su questo personaggio-stereotipo, per come vi ho assistito io fino ad ora, ha alcuni punti che mi piacerebbe approfondire.
Il primo argomento spesso affrontato riguarda l’incapacità della badass chick di provare emozioni e di mostrare fragilità, tanto che la sua intera personalità si esaurisce nella sua forza fisica e mentale.
Il secondo punto riguarda invece proprio le sue capacità fisiche, spesso caratterizzate dalla forza bruta senza alcun tipo di preparazione. Una forza innata che, sempre per chi dibatte, è propria solitamente degli uomini.
Infine, ultimo punto, questi personaggi non sono femminili e, in questa mancanza di femminilità, sembrano voler dichiarare che i tratti ad essa associati siano debolezze da cancellare.
Sebbene le obiezioni mi siano apparse inizialmente sensate, vi ho poi intravisto delle estremizzazioni e delle contraddizioni interne che rendono ai miei occhi l’intero dibattito controproducente o, a tratti, proprio limitato.

Personaggi femminili ed emozioni
Il mio problema con la prima argomentazione riguarda la sua associazione specifica ai personaggi femminili.
Mi spiego meglio: se un personaggio non prova emozioni e non ha fragilità, non è un “pessimo esempio di personaggio femminile”, ma un pessimo esempio di personaggio e basta, a prescindere dal suo genere. Se si attribuisce della problematicità alla questione solo nel caso in cui riguardi personaggi femminili, allora si dà per scontato – almeno nel sotto-testo dell’argomentazione – che i sentimenti, le emozioni e le fragilità siano proprie delle donne; visione superata da tempo che, a mio parere, necessita di essere sradicata dalle nostre convinzioni.
Se ci fossero le stesse osservazioni in merito a personaggi maschili o di altro genere, potrei fingere che è solo questione di attinenza (ossia: “si sta parlando di donne in questo contesto, per questo mi riferisco al caso specifico”); visto però che nessuno si lamenta mai del piattume emozionale dei personaggi maschili tanto da creare un’etichetta che ne identifichi tale stereotipo, non riesco a vedere quest’argomentazione come valida nell’ambito di una corretta rappresentazione femminile. I personaggi vanno creati con  luci e ombre a prescindere dal loro genere, proprio come in un disegno, altrimenti non si sta facendo un buon lavoro.

Forza fisica e lotta
Seguendo sempre lo stesso ragionamento, trovo controproducente affidarsi all’idea che esistano caratteristiche innate in base al genere di riferimento (idea nata dal limitante “binarismo di genere”, che ignora la realtà e le sue sfumature con forza e convinzione), soprattutto quando si parla di una corretta rappresentazione dei personaggi femminili.
Prendiamo l’esempio della forza fisica e delle capacità nella lotta, di qualsiasi tipo essa sia. Prima di tutto, queste due caratteristiche non sono prerogativa degli uomini e, di conseguenza, non rinnegano la “femminilità”. Sono prerogativa, invece, di chi si allena e si prepara, a prescindere dal suo genere. Il problema, ancora una volta, non risiede – a mio parere – negli attributi “rubati” dal personaggio femminile, ma nella sua povera scrittura come personaggio e basta: per lottare e sviluppare forza, ogni persona deve fare un percorso in tale direzione, anche nelle opere di finzione. Oppure, se l’universo letterario lo consente, tale caratteristica innata può essere frutto di situazioni particolari – magiche, magari – che al lettore devono essere comunicate, più o meno esplicitamente.
Ancora una volta, non si fa lo stesso discorso per i personaggi maschili: se un uomo letterario si appropria di caratteristiche tradizionalmente femminili – cucinare, crescere figli, pulire e tutte le altre attività tristemente relegate alle donne dalle frange reazionarie della società – nessuno sembra insorgere. Nessuno si lamenta del softass buddy, perché quest’etichetta non esiste. In fondo, anche nei dibattiti contro gli stereotipi, all’uomo è concesso essere un po’ quello che vuole, mentre la donna deve essere “qualcosa” di specifico.

Iper-femminilità come femminilità
L’ultimo punto ha per me dell’assurdo in generale. Se da una parte vedo la problematicità nel rinnegare trucco, vestiti e qualsiasi altra caratteristica associata all’universo delle donne (sempre per convinzioni sociali che non condivido) perché “troppo femminile” e quindi inadatta a una lottatrice – come se il truccarsi e il curare il proprio vestiario siano onte terribili –, dall’altra non trovo affatto che questi personaggi siano davvero, in tutto e per tutto, dei distruttori dello stereotipo femminile che tanto ci urta nella Mary Sue. Non sono armadi di due metri per due tutti muscoli. Non sono rasate e ferite dagli scontri. Non sono sepolte sotto chili di armature da guerriero.
Semplicemente, non sono iper-femminili. E, per questo dibattito, sembra quasi che tutto ciò che non sia iper-femminile sia un affronto, una negazione dell’essere donna.
Il problema di questo approccio, per me, sta nell’idea che un tipo di femminilità sia più o meno adeguata, più o meno accettabile. Non è così. Si è donne quando ci si identifica come tali, punto. Questo concetto aiuta, quando si deve scrivere un personaggio che si identifica così, perché tanto dovrebbe bastargli ad essere una vera donna™. Se è uno stereotipo è perché è scritto male in generale, non perché non è donna come dovrebbe esserlo, dal momento che non esiste un modo giusto di farlo.
E qui torna il paragone con gli uomini: anche loro soffrono di un “idea di mascolinità”, di uno standard da raggiungere per essere veri uomini™, ma il dibattito sui personaggi che non raggiungono tale livello non è mai efferato e implacabile quanto quello che riguarda le donne. Anzi: se un personaggio maschile rinnega tutte le fantomatiche caratteristiche tipiche degli uomini, anche a costo di trasformarsi in una macchietta, nessuno si lamenta della mascolinità negata. Come sempre, l’uomo difficilmente perde il suo essere uomo, perché a lui basta davvero identificarsi come tale per essere visto così.

Le estreme conseguenze
Un altro problema che ho con il discutere continuo su come dovrebbero essere i personaggi forti quando sono donne sta nelle sue estremizzazioni.
Ripeto: sono convinta che il vero nocciolo della questione risieda nell’incapacità di scrivere, perché l’utilizzo di uno stereotipo, dei personaggi-maschere in generale, è problematico per la storia e per chi quella storia la fruisce; sono convinta che non esista un modo corretto di essere donna, anche se si è un personaggio; sono convinta che il dibattito sia impietoso solo con i personaggi femminili e lasci campo libero a quelli maschili, anche quando scritti davvero male.
Eppure, se anche tutto questo non mi facesse sorgere dei dubbi sulla qualità della discussione, ci si mette chi fa rientrare nella categoria badass chick anche personaggi che non lo sono affatto.
Esempi? Katniss Everdeen dalla saga Hunger Games o Buffy Summers dalla serie Buffy.
Entrambe sono ottimi personaggi, hanno una personalità ben strutturata, hanno punti di forza e debolezze, hanno una storia alle spalle e un’evoluzione davanti; sono forti o hanno abilità particolari, certo, ma per ragioni coerenti con l’universo in cui si muovono o per un trascorso valido di cui il lettore è a conoscenza; provano emozioni più volte nel corso della narrazione, e non solo per amore.
Sono nominate spesso da chi parla della badass chick come uno stereotipo negativo, però, e questo mi fa credere che il problema siano le donne dai tratti forti in generale, più che l’utilizzo di uno stereotipo che appiattisce il personaggio. Se è così, allora non andrà mai bene nulla, dobbiamo esserne consapevoli. Non andranno bene neanche personaggi femminili con caratteristiche tradizionalmente associate al loro universo, anche se ben scritti, perché accorpabili sotto l’etichetta “Mary Sue”. Non andrà bene la donna che lavora, né quella che sta a casa con i figli: l’una troppo indipendente, l’altra anti-femminista.
Se si parte dal presupposto che non c’è un modo corretto di essere donna, invece (o, meglio, che si ha la libertà di essere donna come più ci piace), allora si avranno personaggi scritti male – stereotipi nel senso di “personaggi scritti rifacendosi a convinzioni antiquate della società”, ma anche “personaggi abusati in un particolare genere”, perché no – e personaggi scritti bene, ben strutturati, ben raccontati al lettore.
Inoltre, piccola parentesi, nessuno si lamenta di Peeta Mellark quando decora torte e si strugge per amore. Ancora una volta, avere il pene dà diritto a infinite uscite gratis dall’etichetta “stereotipo”.

Conclusione
Non credo, in nessun caso, che il confronto sia sbagliato in sé, ma il modo in cui si decide di argomentare un dibattito può esserlo.
Da una parte trovo degli spunti interessanti nella discussione che, se approfonditi, potrebbero essere stimolanti e su cui ho dei punti di vista e delle opinioni precise, anche se non ho potuto dar loro troppo spazio in questa analisi. Per esempio cosa si intende quando si parla di “femminilità” e se questo concetto è ormai antiquato o se considerarlo tale svalorizzi uno dei modi di essere donna. Cosa si intende quando si parla di caratteristiche innate e cosa, invece, quando si parla di caratteristiche acquisite. E, soprattutto, quanto sia dannoso un possibile stereotipo, sia concettualmente che letterariamente, se non ha alle spalle secoli di consolidamento sociale come invece accade per la Mary Sue (quest’ultima, infatti, attinge a una visione sociale dalle radici antiche e, a volte, dalle terribili conseguenze, che è davvero problematica per le donne in carne e ossa); cosa che non si può dire, per esempio, per la badass chick.
D’altra parte, però, penso anche che la stessa analisi critica vada rivolta ai personaggi maschili, che delle distinzioni fra personaggi femminili forti e personaggi stereotipati vada fatta, che sia necessario abbracciare l’idea che non esiste un modo corretto di essere – e quindi di “scrivere di” – donne.