“Il pittore scozzese” di F. Sanders

Sono secoli che non recensisco qualcosa per bene, ma se c’è un libro che se lo merita è “Il pittore scozzese” di F. Sanders, uscito a febbraio di questo 2026 per Triskell Edizioni.
Un romanzo che è stato un viaggio, letterale e metaforico, che mi ha sfiorato l’anima con la sua delicatezza e la sua intensità e che mi ha regalato due dei personaggi che porterò nel cuore per sempre.

Trama:

Due anime ferite, una terra selvaggia e un viaggio che cambierà per sempre i colori del loro destino.
Dopo la perdita del padre e intrappolato in una vita che non gli appartiene, Callum decide di abbandonare le certezze dell’alta società romana per rifugiarsi tra le Highland scozzesi. Il suo obiettivo è semplice: ritrovare se stesso e quel legame spezzato con le proprie origini. Non immagina, però, che il destino lo metterà sulla strada di Keithen, un poeta girovago dal cuore libero, un Golden Retriever randagio e un’auto in panne.
Quello che inizia come un semplice passaggio si trasforma in un’avventura attraverso paesaggi mozzafiato, dove il silenzio di Callum incontra l’esuberanza di Keithen. Ma mentre il loro legame si approfondisce, i fantasmi del passato e le insicurezze sulla propria identità iniziano a riaffiorare. Riusciranno a superare le barriere che hanno costruito intorno ai loro cuori per concedersi la possibilità di un nuovo inizio?


Partiamo da un punto a cui tengo molto, sia perché sono particolarmente fiera del lavoro che abbiamo fatto, sia perché getterà luce sulla profondità del mio affetto per questa storia. La cover e le illustrazioni interne sono opera mia. È stato uno dei lavori più belli, perché mi ha permesso di conoscere Flavia e la sua penna. Detto questo, non parlerò bene di questo romanzo solo per il mio coinvolgimento, no. Ne parlerò bene perché è genuinamente un bel romanzo, scritto con un’immediatezza che trasforma subito la parola in immagine, che però non si risparmia quando c’è da emozionare o descrivere. Ne parlerò bene per il modo in cui tratta i suoi temi e per il modo in cui sono caratterizzati i suoi personaggi. E ne parlerò bene per le dinamiche non solo romantiche, ma anche di amicizia e familiari, nonché per il rapporto con l’interiorità di ognuno, con il passato pieno di fantasmi e il futuro pieno di dubbi.

«Non si è mai troppo vecchi per fare quello che si vuole. Per essere chi si vuole. […]»

Ma entriamo nello specifico. La penna di Flavia è stata una boccata d’aria fresca. Ne sto leggendo di libri belli, ma questo è arrivato in un momento in cui avevo proprio bisogno di mettermi in viaggio, scoprire posti nuovi, abbandonarmi a un’avventura, un po’ come per Callum e Keith. Le descrizioni dei luoghi sono davvero vivide, così come sono vivide le interiorità dei personaggi. La Scozia è a tutti gli effetti una dei protagonisti e l’amore per questa terra viene fuori da ogni singola pagina e da ogni singolo luogo che i due ragazzi visitano nel loro viaggio on the road. Ho segnato e amato così tante frasi da poter riempire di citazioni tre recensioni, e so già che sceglierne solo una manciata per questa sarà difficile.

A volte, incontrava qualcuno che diventava speciale per lui, ma alla fine, per un motivo o per un altro, non durava mai. Era abituato a dire addio, eppure, in quel momento, staccarsi da Cal gli risultò difficile.

Ma il vero punto di forza sta nei due personaggi principali. Callum che ha appena perso il padre e parte alla ricerca di se stesso, seguendo una scia lasciata in eredità proprio dal genitore che è appena mancato. Keith che è in viaggio da tempo, che non si ferma mai, e che – proprio come Callum – ha iniziato quel viaggio perenne in risposta a una perdita. A unirli non solo la coincidenza di trovarsi nel momento giusto e nel posto giusto, ma la ricerca di sé, del proprio posto nel mondo, di un futuro possibile. E, ancora, la paura dei propri fantasmi interiori e delle loro inadeguatezze.

C’era una tale fragilità nel suo sguardo che faceva venire voglia a Keith di proteggerlo; eppure, aveva notato in lui anche una forza che a volte premeva per venire a galla. Cal era una contraddizione vivente e questo lo rendeva la persona più interessante che avesse mai conosciuto.

C’è un mondo di temi legati a questi due stupendi personaggi e alcuni li ho amati in particolare. Se ogni tanto si leggono le mie recensioni, è evidente la mia passione per due argomenti nello specifico: il rapporto con la famiglia e l’elaborazione della perdita. Ecco, in questo romanzo ho trovato quello che vorrei sempre, quando si parla di questi due argomenti così diffusi ma anche così difficili. C’è la profondità di entrambi, la loro importanza, ma ci sono anche una cura e una delicatezza stupende nell’affrontarli. Non è drammatizzato nulla, perché il racconto accompagna per mano alla scoperta anche delle oscurità.
C’è poi la demisessualità di Callum, che è uno dei punti fondamentali nell’arco del suo personaggio, trattata con tutta la cura e la serietà che un argomento del genere richiede.
E poi c’è anche la salute mentale, che è strettamente legata a tutte le altre tematiche e qui è fatta di piccoli gesti, di momenti, di pezzi a volte minuscoli che servono a comporre un tutto realistico e solido.

Lì c’era la sua famiglia, c’erano le persone più importanti per lui. E per la prima volta dopo cinque anni passati a rincorrere non sapeva nemmeno lui cosa, si sentì di nuovo a casa.

Infine non posso non parlare della relazione romantica fra  Keith e Cal. È una storia che si avvia piano, in punta di piedi, fatta di comprensioni reciproche, di accettazione e del modo in cui due persone sanno farsi crescere a vicenda, dicendo verità a volte scomode e abbracciandosi quando le parole non bastano. È stata di una tenerezza incredibile, ma non sono mancate né le risate né i momenti più intimi. Così come non sono mancate le lacrime!

«Sì. Possiamo essere coraggiosi.» Dopo un attimo, con più determinazione, aggiunse: «Insieme.»

Insomma, potrei parlarne per ore ed entrare in dettagli che temo rovinerebbero l’esperienza di questo viaggio, così mi limito a consigliarlo a chi cerca storie delicate ma intense, a chi apprezza personaggi verosimili da cui sentirsi rappresentati, e a chi vuole nei suoi romance anche temi importanti, trattati con rispetto e delicatezza.
Per me è stato un viaggio bellissimo!

“La voce di Balavat” di Francesca Zuccato

Ho iniziato questo 2025 con tutta una serie di progetti che probabilmente crolleranno a marzo (sì, sono ottimista) e fra questi c’è quello di leggere tematicamente di mese in mese per conoscermi meglio come lettrice. Quindi ho iniziato l’anno con il fantasy e, nello specifico, con “La voce di Balavat” di Francesca Zuccato, primo libro di una trilogia, uscito per Triskell Edizioni alla fine dell’anno scorso.
Una storia che parla di ricordi, manipolazione, verità e bugie in un setting dal sapore distopico vissuto attraverso gli occhi di tre personaggi diversissimi fra loro.

Trama:
Remmy è una Vendifumo, grazie alla sua voce, riesce ad alterare i pensieri delle persone. Non ricorda il suo passato, forse è l’ultima della sua gente, quelli come lei sono stati sterminati dall’esercito del generale Ivanov. Scaltra e svelta, vive alla giornata, sempre in fuga da una città all’altra per far perdere le sue tracce.
Complice un attimo di distrazione, Remmy cade nelle mani di Yoel Braun e Albios Crane, due soldati appartenenti all’ordine dei Quietatori, i nemici giurati di tutti i Vendifumo. Remmy teme di avere le ore contate, ma i due uomini le rivelano che non la vogliono uccidere. Anzi, hanno bisogno del suo aiuto per una missione segreta da cui dipende la sicurezza di tutta la Nazione.
Ha inizio un viaggio durante il quale il confine tra realtà e menzogna si fa labile. Remmy si ritrova a mettere in discussione tutto ciò in cui ha sempre creduto, persino se stessa.


La storia viene raccontata in prima persona proprio dai tre protagonisti – Remmy, Yoel Braun e Albios Crane – partendo da un prologo criptico che troverà il suo senso solo con il procedere della storia, per arrivare poi a un finale che preannuncia un secondo volume pieno di snodi interessanti.
Secondo me, Francesca Zuccato ha trovato un equilibrio perfetto fra uno stile semplice ed efficace e le voci dei singoli personaggi, con le loro caratterizzazioni e i loro diversi punti di vista. Non mancano i passaggi atmosferici, soprattutto quando la storia si sofferma sui suoi temi interessanti – certi dialoghi hanno davvero un forte impatto – e sulle ambientazioni, ma in generale è stata una lettura scorrevole che ho divorato in pochissimo tempo.

«È giunto il momento di stabilire la verità,» iniziò l’Allodola, «la Nazione reclama i tuoi servigi.»

Tutti i personaggi mi sono piaciuti molto e hanno trovato un posto speciale nel mio cuore. Il loro passato li plasma e li rende le persone che sono, e più ne scopriamo, più le loro scelte e le loro prospettive ci diventano familiari. Sono verosimili e, proprio per questo, moralmente grigi (perfino il più integerrimo fra loro), aspetto per me fondamentale nelle storie che leggo.
Non voglio svelare troppo, perché credo che conoscere pian piano i protagonisti sia una delle parti più belle di questa lettura, ma in particolare mi è molto piaciuto come la mancanza di ricordi abbia plasmato Remmy e come questo abbia un impatto sull’evoluzione futura del personaggio.
Remmy e Yoel sono, però, due giovincelli, mentre io sono una millennial stanca della vita, quindi non potevo che innamorarmi di Albios Crane. Ho amato il momento in cui è stato finalmente rivelato il suo vissuto, ho amato scavare nelle ferite sotto l’armatura fatta di gelido senso del dovere e della sua divisa da Quietatore, ho amato seguire (e scoprire) il suo rapporto con gli altri personaggi. Se non per tutto il resto c’è che di interessante in questo libro, di certo consiglio la lettura anche solo per questo personaggio!

«Ma imparerai presto,» continuò il Falco, «che per ogni verità esiste anche un’eccezione.»

Ma non sono qui solo a fangirlare su Albios Crane (forse).
Quindi parliamo dell’unica parte che forse ho sentito meno in questa bellissima storia – ma l’attribuisco al mio essere una vecchia cinica a cui piace più la sofferenza dell’amore – ossia la principale sottotrama romantica. Soprattutto all’inizio, infatti, non ero particolarmente coinvolta dall’evolversi della relazione, e vi ho preferito gli altri tipi di dinamica che Francesca Zuccato è stata così abile a intrecciare: il ruolo da mentore di Crane nei confronti di Yoel (e in generale), l’antagonismo fra Remmy e i due Quietatori, la sfiducia mista a curiosità fra i due giovani del gruppo, i giochi politici fra i potenti di Balavat.
Non per questo, però, ho trovato la sottotrama romantica scritta male. Anzi. Si prende il giusto spazio, si evolve con naturalezza, è basata sulle interazioni fra i personaggi, sui punti di contatto che si creano, e soprattutto va in una direzione che ho davvero apprezzato e che non vedo l’ora di seguire nei prossimi volumi (quindi direi che alla fine mi ha comprato). In più, parlando di sottotrame romantiche in generale, la storia non mi ha affatto delusa!
Ma non posso rivelare altro…

Il mondo spietato che esisteva là fuori si insinuava anche nei più piccoli istanti di felicità, li incrinava e, a volte, li mandava in frantumi.

Quindi passiamo ai temi della storia, dove le influenze distopiche si fanno sentire. Ho trovato interessantissima la premessa dei Vendifumo e del loro potere di manipolare i pensieri, perché è stratificata fin dalle prime pagine: hanno diritto di esercitare il loro potere (e di esistere)? e che dire della propaganda continua che arriva dagli altoparlanti di Balavat, allora? qual è il ruolo delle bugie e della verità in questo mondo che è così tanto plasmato da questa opposizione? che cosa saranno disposti a compromettere i personaggi per mantenere l’equilibrio prestabilito e cosa sacrificheranno se, al contrario, vorranno rivoluzionare lo status quo?
Ecco, non sono stata affatto delusa dall’evolversi di tutte queste premesse: i temi portanti non vengono banalizzati ma anzi esplorati in tutte le loro complesse sfumature (spesso acquisendone pure di nuove), anche grazie ai tre punti di vista così diversi attraverso cui vengono filtrati.
In più non mancano temi meno “evidenti” e più intimi che ho comunque apprezzato molto: l’eccellente rappresentazione queer (sì, anche bi), la fedeltà cieca in contrasto con la fiducia guadagnata, il ruolo della famiglia nel definire chi siamo, il contrasto fra predestinazione e scelta del proprio percorso, il modo in cui revisioniamo il passato perché aderisca alla nostra narrazione, e quindi quanto il passato sia soggetto a manipolazioni non solo volontarie.
Ho pianto per tutto questo a un certo punto?
Sì.
Sì, ho pianto.

Nessuno poteva sapere se le cose che dicevo fossero verità o finzione: il passato di una persona esisteva solo nella memoria e non c’era modo di dimostrare se fosse vero o falso.

L’ambientazione, poi, è un riflesso continuo di questi temi (e io apprezzo sempre quando tutti gli elementi di una storia comunicano fra loro): gli altoparlanti che trasmettono la loro propaganda, i residui della guerra in giro per la nazione, il modo in cui i ricordi sono intrecciati ai paesaggi e non riguardano solo gli individui ma intere regioni di Balavat e della loro storia. Le descrizioni per me sono sempre magia, e leggendo potevo quasi vedere lo scenario scorrere al fianco dei protagonisti.
In più, chiunque conosca anche un minimo cosa mi cattura in un romanzo sa della mia passione per le simbologie, per le frasi ricorrenti che hanno un peso importante, per tutti quei piccoli dettagli che cuciono insieme i significati di una storia. “La voce di Balavat”, ovviamente, non fa eccezione.

L’amore per Balavat era un sentimento fondamentale per poterla difendere al meglio, e anche io provai a guardare le valli e i fiumi del nord con la stessa reverenza. In loro, però, non riuscii a trovare il fascino inebriante del mio deserto.

Consiglio questa storia a chi legge fantasy e distopico ma anche a chi – come me – non ne mastica poi tantissimo, a chi è alla ricerca di temi complessi che non vengono semplificati e a chi apprezza protagonisti definiti (o indefiniti) dal loro passato, grigi perché grigia è la vita all’interno del mondo della storia, e infine a chi non disdegna un po’ di sana queerness di sottofondo e non ha paura di amare Albios Crane (io, io non ho paura)!

“Ocean eyes” di Nicole Londino

Sono un po’ in ritardo nel parlare di questo romanzo (come per tutti i libri, arrivo sempre ere geologiche dopo) nonostante mi abbia tirato fuori da un blocco terribile che per buona parte dell’anno scorso mi ha fatto leggere poco e a fatica.  Il romanzo in questione è “Ocean eyes” di Nicole Londino, pubblicato in modo indipendente nel 2022.
Una storia su cosa significa essere adolescenti queer, che all’inizio inganna un po’ con le sue atmosfere spensierate, ma che ha finito per guidarmi lungo un viaggio difficile ed emozionante.

Trama:

Tra un giro allo skatepark e una maratona su Netflix con la sua migliore amica, le giornate di Linda passano tutte uguali. Avere sedici anni può essere facile – e anche un po’ noioso – se non t’importa di quello che gli altri pensano di te.
Un giorno però Carlotta, l’ape regina del suo liceo, le si siede accanto, sull’autobus. E le cose non sono più tanto facili, né noiose.
Perché a Linda importa, adesso. Di Carlotta, del tempo passato insieme, dei suoi occhi così profondi da non poter distinguere un’illusione dalla realtà. Le importa al punto da rischiare di lasciarsi affogare, in quegli occhi color oceano, per non riemergere mai più uguale a prima.


La storia è raccontata in prima persona da Linda, che ci catapulta subito nei suoi sedici anni con una voce fresca e diretta. All’inizio ci racconta di episodi comuni più o meno a tutti gli adolescenti del mondo: i compleanni, la scuola, le amicizie, la famiglia. Scopriamo così i rapporti tesi con la madre, il legame profondo con suo cugino Simone che le ha insegnato ad andare in skate, e la dinamica con la sua migliore amica Daria.

La Linda all’inizio di questa storia non è interessata a tutto il circo della popolarità e preferisce passare del tempo genuino con le persone a cui tiene davvero. Questa tranquillità verrà stravolta proprio da Carlotta, che viene dalla parte opposta del microcosmo scolastico, con la sua popolarità e la sua bellezza.

La libertà ha un odore. A volte anche un suono. Per me, questo odore è quello del mare; il suono è quello delle ruote che sfregano contro l’asfalto.

Penso ci sia stato un buon lavoro di stratificazione delle protagoniste per cui non sono ridotte al loro archetipo di “ragazza popolare” e “ragazza alternativa” ma vengono esplorate e mostrate a tuttotondo. Sono personagge rese ancora più interessanti dal modo in cui il loro vissuto condiziona l’approccio che hanno una verso l’altra e, in generale, verso gli altri personaggi.

Non sono sempre facili da digerire (Carlotta, guardo te), ma proprio per questo sono verosimili. Non esistono molti adolescenti “facilmente digeribili”, dopotutto, ed è giusto così (come sono vecchia). È un’età di scoperte e trasformazioni, per certi versi terribile da vivere, in cui ci si sente allo stesso tempo al centro del mondo e completamente abbandonati a se stessi.

In più punti ho proprio storto il naso all’atteggiamento di Linda che vede ogni cosa “da ragazze” come una perdita di tempo o all’umorismo fuori luogo in un paio di punti, ma è parte della crescita anche questo e non mi è mai davvero sembrato gratuito o immotivato (insomma, è imbarazzante, ma chi a sedici anni non ha avuto almeno un’uscita di slut-shaming?) Sono ragazze giovani, che avranno momenti di maturità e momenti di… beh, stupidaggine.

Però ho trovato l’arco di Linda davvero bello, se si può usare questo aggettivo nel descrivere un percorso così difficile.

Non me lo spiego, ma con Carlotta la concezione del tempo cambia: diventa sempre tardi troppo presto.

E, per restare in ambito di questioni difficili, i temi del romanzo non sono affatto presi alla leggera. Sì, perché se la storia si lascia leggere in fretta – un po’ grazie alla voce fresca di Linda, un po’ grazie allo stile diretto con cui è stato scritto – non per questo si attraversa con leggerezza. Si parla di depressione, di discriminazione, di scoperta di sé, di crescita. E, come sempre nei romanzi che finiscono per piacermi, si affrontano non solo relazioni di amicizia e romantiche, ma di famiglia, soprattutto per quanto riguarda il rapporto fra Linda e sua madre. C’è, poi, anche quell’indagine dell’adolescenza nelle sue gioie e nelle sue estreme crudeltà che ha sempre il potere di ricordarmi perché non tornerei mai indietro, ma che esercita su di me una certa fascinazione. La vulnerabilità di tutte le personagge è scavata a fondo, vivisezionata, anche in momenti all’apparenza più spensierati come la serata fuori con annesso makeover.

[…] io allo skatepark passavo dall’essere la cuginetta di Simo a Linda.
Linda e basta.

Detto questo, consiglio sempre di fare ricerche su eventuali trigger warning se ci sono argomenti verso cui si hanno particolari sensibilità, anche a costo di spoilerarsi un po’ le storie (qui non li metto proprio perché riguarderebbero principalmente la parte finale del romanzo).

E, parlando proprio del finale senza fare anticipazioni, l’ho trovato adattissimo sia all’arco dei personaggi (tutti, non solo la protagonista), sia per i temi di cui ho appena scritto. Vengono infatti introdotti fra le righe già dai primi capitoli, per diventare sempre più evidenti ed espliciti fino all’epilogo.

Insomma, l’ho trovata una storia che, dietro la sua apparenza fatti di colori pastello, rivela pian piano le sue oscurità.

«Simo, ho solo sedici anni» dico infine. «Ho tutta la vita davanti per organizzare questo viaggio. Però sarebbe bello affrontarlo insieme, non credi?»

Consigliata a chi ama i romanzi di formazione emotivi e intensi, raccontati con uno stile fresco e diretto che non rinuncia alle immagini evocative. Secondo me perfetta per lettorə giovani che vogliono immergersi in storie su scoperta di sé, rapporti complicati e queerness.

“You’ve lost a lot of blood” Eric LaRocca

Quest’estate, in un periodo di rifiuto totale della lettura, sono riuscita però a finire un piccolo libricino in inglese di cui sarà molto, molto complicato parlare. Si tratta di “You’ve lost a lot of blood” di Eric LaRocca, pubblicato in modo indipendente nel 2022.
Un viaggio stratificato e disturbante attraverso parti all’apparenza sconnesse fra loro, che mi ha lasciata con più domande che risposte.

Trama:

Each precious thing I show you in this book is a holy relic from the night we both perished-the night when I combed you from my hair and watered the moon with your blood.


Come evidente dall’inesistente quarta di copertina, è difficile parlare con precisione di questo libro. La descrizione più accurata che posso farne è “just vibes” e comunque mancherebbe qualcosa.
Questo romanzo breve è infatti travestito da una raccolta (o viceversa) composta da diverse parti: una novella dal titolo “You’ve lost a lot of blood” firmata Martyr Black, diari e poesie dello stesso autore e, infine, da delle trascrizioni di registrazioni audio in cui Martyr Black parla con il suo ragazzo, Ambrose Thorne. I due si sono macchiati di diversi omicidi e sono scomparsi al momento della fittizia compilazione della raccolta, o almeno così ci informa l’editore – Trent Pilcher – in quelle che possono essere considerate un’altra parte del libro: la prefazione e la postfazione.

I’d like to crawl outside of my head and look back at the horrible thing I’ve become, the soulless spirit residing inside my shell.

Prima di parlare di ognuna di queste parti, vorrei fermarmi a descrivere cosa intendo con “just vibes”. Per me uno dei punti più belli di questo bizzarro libretto è infatti il modo in cui è scritto e, di conseguenza, la sua atmosfera: è poetico, decadente, barocco, è ricco di metafore e arzigogoli, si sofferma spesso su piccoli dettagli, il tutto nella sua declinazione più inquietante e sanguinolenta. In tutte le parti si fa poi un uso spietato dell’anticipazione, che ho trovato davvero ben riuscito e che è stato uno degli elementi che mi ha portata avanti nella lettura anche davanti alle parti meno efficaci del romanzo.
A volte, infatti, tutti questi stratagemmi sono fini a loro stessi, oppure il ritmo non viene controllato a dovere – questo specialmente nella parte finale della novella “you’ve lost a lot of blood”, in cui invece che urgenza, le frasi brevi iniziano a trasmettere una certa ripetitività – ma leggere questo libro è stato, in generale, un’esperienza.

It’s a terrible story. There’s no point to it other than to disturb the listener.

Questo stile è strettamente connesso a Martyr come personaggio: egocentrico, saccente, tutto apparenza e poco sostanza. Già nella prefazione viene descritto dall’editore come uno studente pigro sebbene animato da una certa curiosità e, in generale, una persona eccessiva ma mediocre. Questo si riflette in tutti i punti in cui Martyr parla direttamente (le registrazioni e i diari) e, soprattutto, diventa evidente la sua differenza con Ambrose, che invece è davvero una mente inquisitiva e che ha l’unico difetto – almeno secondo l’editore – di essere accomodante nei confronti degli altri. Com’è evidente da quello che ho scritto, nonostante io abbia trovato entrambi fedeli alla loro caratterizzazione, ho grandemente preferito Ambrose e i suoi ragionamenti a Martyr, verso cui ho provato un crescente fastidio fino alla rivelazione finale, del tutto in linea proprio con questa mia sensazione.

The best games are like viruses you can’t cure. They change us. Stay with us long after we’ve finished playing them.

Ma veniamo alle parti che compongono la raccolta-romanzo breve. Prima di tutto, non sono successive ma si alternano man mano, creando così un certo vuoto di tensione nel mezzo della raccolta (forse stemperato solo dalla novella nella novella). Questo non toglie che la parte iniziale e quella finale io le abbia trovate interessanti e inquietanti il giusto, con momenti che mi hanno proprio fatto rabbrividire o che mi hanno nauseato (in senso buono e volontario).

Il punto debole fra le varie parti sono, a mio parere, le poesie. Sarà che io di poesia capisco poco o nulla, ma non le ho trovate poi così interessanti. A tratti riescono a essere disturbanti e scomode da leggere, certo, ma nessuna mi ha davvero colpito, devo ammetterlo.

Don’t you hate who you are just a little? I’d like to meet the completely self-aware person who’s enraptured with themselves, in love with their entire being. That person doesn’t exist. And if they do, they won’t be alive for long.  

Il punto forte, invece, è la novella che dà il titolo all’intero libro. “You’ve lost a lot of blood” parla di Tamsen e del suo (inquetantissimo) fratellino Presley, in viaggio verso la sede del nuovo lavoro di Tamsen come sviluppatrice di videogiochi.
È evidente da subito che qualcosa non è come dovrebbe essere e le avvisaglie in merito si fanno sempre più disturbanti più ci addentriamo nella storia. Gli sconosciuti lungo la strada, la villa del nuovo datore di lavoro Zimpago, i suoi dipendenti, i datori di lavoro stessi, tutto è inquientante e “fuori posto”, almeno fino al colpo di scena che spiega cosa è accaduto per tutto il tempo. Colpo di scena intuibile da subito, sia chiaro, ma a me prevedere dove finirà una storia non mi ha mai impedito di godermela.

Ci sono parti davvero, atmosferiche, in questa storia, insieme a parti che ho trovato terrificanti e che mi hanno fatto evitare il romanzo di sera e parti più umane in cui si esplora un poco il tema della perdita, della colpa e delle responsabilità.
Insomma questa novella poteva essere un libro a sé, secondo me, se approfondita a dovere. Tratta, in fondo, un tema che ne varrebbe la pena, oltre a quelli già citati, ossia il rapporto fra gioco e realtà. Peccato che lo spazio non sia sufficiente per esplorare il tutto a dovere o per lasciare che le vicende abbiano il giusto respiro.
Proprio per i suoi temi, però, vediamo come questa novella in qualche modo si collega alle vicende di chi l’ha firmata: Martyr Black.

He said it was about – changing. His games are the opposite of entertainment. They’re about what the user can do for the game. Not the other way around.

Veniamo quindi ai dialoghi registrati, con sovra-registrazioni da parte di Martyr in cui emergono i suoi pensieri più oscuri e morbosi. Qui vengono esposti i temi principali del romanzo: creatività e creazione, originalità e plagio, conditi da aneddoti macabri, il tutto in modi a volte vincenti altre volte un po’ scontati. Questi passaggi sono di certo rilevanti per capire cosa accomuna questa raccolta di scritti vari, ma in alcuni punti mi hanno lasciato l’impressione più di un autorə che volesse filosofeggiare sullo scrivere, che non di personaggi che stessero davvero dialogando fra loro.

I diari sono invece la parte più horror della raccolta, con descrizioni degli omicidi di Martyr o, meglio, dei suoi pensieri in merito agli omicidi. C’è body horror, c’è fastidio, ci sono molti temi a cui bisogna fare attenzione se si hanno dei trigger di qualsiasi tipo. Sono anche le parti stilisticamente più decadenti, proprio per la connessione fra la forma e la caratterizzazione di Martyr Black.

Someone could easily be sitting there – watching you – and you’d never know. That’s more frightening than seeing them there. The possibility of them being there – knowing that they can see you, but you can’t see them.

“You’ve lost a lot of blood” è stata una lettura che a tratti mi ha davvero intrigata e a tratti mi ha lasciata perplessa. Non sono sicura che sia un esperimento del tutto riuscito, ma di certo mi ha lasciato la curiosità di leggere altro di LaRocca. Apprezzo sempre le stranezze, le sperimentazioni e un po’ di sano e poetico gore, sono proprio le letture che preferisco (come evidente da quanto mi sia piaciuto “Fornace” di Llewellyn), però mi piace che esplorino i loro temi per bene, senza il bisogno però di esplicitarli, mentre qui forse questo mi è un po’ mancato. Mi sono chiesta in più momenti quale fosse il punto… e poi se un punto dovesse davvero esserci.

The wind murmurs all around Tamsen, carrying with it the sound of distant voices.

Insomma, un romanzo (credo) che consiglio a chi vuole leggere qualcosa di strano, macabro e iper-poetico, o a chi interessa un raccontino sui videogiochi fra l’horror e lo si-fi, o ancora a chi è incuriosito dalle elucubrazioni mentali di due assassini.
E a chi non ha paura di sentirsi un po’ confusə, un po’ disturbatə e un po’ affascinatə.

“Come uscita da un sogno” di Giulia Peruzzi

“Come uscita da un sogno” è un racconto saffico che scalda il cuore come l’abbraccio di una vecchia amica. Si può leggere gratuitamente su Wattpad, ascoltando questa playlist scelta appositamente dall’autrice per accompagnarci nell’avventura di Francesca.

Trama:

È l’estate del 1999, Francesca ha 16 anni ed è costretta a trasferirsi da sua nonna per un mese in uno sperduto paesino della campagna in provincia di Verona. Quello che si preannuncia l’agosto più noioso di sempre si rivelerà invece per lei, grazie a uno zio che la farà sentire capita e a un pizzico di magia onirica, il mese più bello della sua vita e quello in cui incontrerà un amore che non conosce confini.


Questo racconto all’apparenza semplice – due ragazze che si incontrano e si piacciono – in realtà nasconde tantissimo di speciale. Non solo per il pizzico di magia dovuto a come le due ragazze si incontrano, ma anche per i temi che vengono trattati, per i personaggi secondari a dir poco fantastici, per il contesto, per l’ambientazione e per la cura dei dettagli.

Non ho un luogo dove andare: tutto è destinazione, e niente è destinazione.

Ma andiamo con ordine e partiamo dal primo elemento che mi ha catturata fin dalle prime righe: Francesca. La protagonista di questa storia ha una voce estremamente caratteristica. Il fatto che sia un’adolescente si percepisce da ogni parola, da ogni pensiero e da ogni azione. Mi ha ricordato sia i momenti difficili – capirsi, capire gli altri, accettare i cambiamenti – sia quelli belli – l’intensità delle emozioni positive, l’esaltazione della scoperta, le possibilità future – ed è stato in generale facilissimo entrare in connessione con lei e capirne le motivazioni e i desideri.

Ma Francesca non è l’unica personaggia a cui mi sono affezionata, anzi. Lavinia, la co-protagonista, è piena di sfaccettature: dalla sua apparenza sicura di sé ed energetica ai momenti d’ombra dovuti alla sua storia personale. Per non parlare della nonna di Francesca, così distante dalla nipote e dal suo mondo, ma allo stesso tempo capace di esserci nel modo più semplice possibile. E poi il mio personaggio preferito in assoluto, lo zio Leo, che fa da mentore e guida per Francesca, lasciandole però lo spazio per conoscersi e capirsi da sola. Tutti, in questa storia – anche i personaggi che ho mal sopportato, come gli altri zii – sono ben scritti, hanno il loro modo di esprimersi e muoversi, la loro visione del mondo, e si integrano alla perfezione al viaggio di Francesca.

«Sono tornata», dico all’erba e alla casetta in lontananza, e quando l’aria mi porta una risata la riconosco subito.
«Portami da lei», sussurro, e lascio che il vento mi trascini in avanti.  

Un aspetto su cui non mi stancherò mai di fare i complimenti a Giulia è il modo in cui le sue descrizioni prendono vita dalla pagina, rendendo vividi i luoghi, le persone e le situazioni. Questo racconto non fa eccezione, e in più punti mi sono trovata a sentire i fili d’erba fra le dita, a respirare i profumi della campagna, a vedere il prato, il lago e la casetta dei sogni. C’è qualcosa di essenziale e allo stesso tempo di incredibilmente efficace nel modo in cui le parole si trasformano in immagini, in questa storia.

Il lavoro di ricerca fatto è evidente (e non solo perché sono stata testimone in prima persona della stesura del racconto) e i dettagli reali della fine degli anni ’90 – luoghi, associazioni, riviste, programmi, musiche, piccoli rituali – rendono questa storia ancora più vivida. Per me che in quegli anni ero bambina è stato un tuffo nel passato che più volte mi ha strappato un sorriso (anche se non tornerei indietro per niente al mondo)!

Sembra avere la mia età e indossa una salopette di jeans corta e larga, che le scopre le gambe floride, sopra una maglietta a righe colorate. Mi squadra a labbra schiuse con un’attenzione tale da farmi arrossire. Mi sento scoperta, come se riuscisse a guardarmi dentro.

Come dico all’inizio, però, il racconto non è solo ciò che appare in superficie. È una storia romantica fra due adolescenti, sì, ma c’è molto di più. Prima di tutto la scoperta della propria sessualità, che è un po’ parte del viaggio dell’adolescenza, soprattutto se non si è eterosessuali. Qui il tema è toccato con una delicatezza e un realismo commuoventi, che avrei voluto leggere da giovane e che, adesso che sono adulta, mi ha intenerito davvero tanto. Non solo, però, perché si parla molto bene anche di famiglia, nei molti significati che la parola può avere – positivi e negativi che siano –, di amicizia, di perdite e del rapporto fra generazioni diverse. Forse è perché sono tutti argomenti di cui mi piace tantissimo leggere (e scrivere), ma ho davvero apprezzato quanto l’universo di Francesca fosse ricco e stratificato.

«Si chiamano sogni lucidi», mi spiega, e gli occhi le brillano in modo strano.

Insomma, una lettura perfetta per chi vuole una storia tenera e genuina, con un pizzico di magia vera e propria e un pizzico della magia che solo le belle storie sanno creare!

“Nel freddo e nella notte” di Silvia Torani

 “Nel freddo e nella notte” è un thriller soprannaturale con un’atmosfera da brivido (letteralmente, vista l’ambientazione nordica), personaggi incredibili ed elementi queer. Il romanzo è una pubblicazione indipendente uscita proprio questo ottobre 2022 che si può trovare su Amazon in cartaceo e per kindle e in ebook sui maggiori store online.

Trama:

Ci sono storie che non vogliono essere dimenticate.

La dodicenne Sidny Bjerke scompare nella notte polare e una creatura misteriosa si aggira affamata ai confini della valle. L’inverno a Longyearbyen, paese di duemila anime affacciato sull’Artico, è un lungo buio che dura quattro mesi. Se si vuole ritrovare Sidny ancora viva, bisogna agire subito e sapere come muoversi in un ambiente freddo e ostile. Nessuno però si aspetta che le indagini vengano affidate proprio alla detective Artemis Hansen, l’ultima arrivata sull’isola.

Alle Svalbard Artemis cerca una nuova casa dove vivere la propria identità di donna trans senza conflitti e sensi di colpa. Per gli abitanti di Longyearbyen è un’estranea, e non sarà facile ottenere la loro fiducia per ritrovare la bambina scomparsa. Il detective Martin Radlov si offrirà di aiutarla, ma un mistero vecchio di trent’anni lo perseguita: un’altra bambina scomparsa nel nulla il cui fantasma continua a tormentarlo.


Ho avuto la fortuna sfacciata di poter leggere questo romanzo in anteprima e devo confessare che l’ho divorato. Lo stile asciutto e diretto con cui la storia viene raccontata si sposa alla perfezione con i fatti crudi e il ritmo serrato degli eventi, ma non trascura una certa meraviglia sia davanti all’estremamente bello – come l’aurora boreale – sia davanti all’estremamente brutto – come i momenti orribili e cupi che accompagnano l’indagine della protagonista, Artemis.
E proprio attraverso gli occhi di Artemis scopriamo cosa vuol dire cambiare vita per trasferirsi in un luogo remoto e difficile come Longyearbyen, cosa significa essere la nuova arrivata e trovarsi per le mani un mistero complesso e delicato, cosa significa – anche – essere una donna trans e dover affrontare ulteriori sfide oltre quelle che la scomparsa di una bambina già comporta.

«Avevo bisogno di ritagliarmi degli spazi che fossero solo miei, di trovare un nuovo equilibrio. Sono fortunata, la maggior parte delle persone non può permettersi di farlo.»

Ma questa storia non è solo ciò che ci si aspetta, perché da buon thriller soprannaturale introduce da subito elementi inquietanti la cui spiegazione va oltre la realtà dei fatti nuda e cruda. E questo è forse l’aspetto che più ho amato nel leggere questo libro (secondo forse solo ai personaggi, di cui è incredibilmente facile innamorarsi). Ogni singolo elemento si sposa alla perfezione con gli altri, tutto si incastra al suo posto, i sospetti si moltiplicano e ogni pista potrebbe essere quella giusta. Insomma, si segue ogni scoperta di Artemis trattenendo il respiro, consapevoli che c’è molto di più dietro gli eventi a cui stiamo assistendo.
Non è facile far sì che tutto risulti credibile in un genere come questo, ma qui ogni singola scelta dei personaggi ha le sue ragioni d’essere, dal motivo per cui l’indagine viene affidata proprio ad Artemis a tutte le strade che verranno prese nel corso della storia; così come gli elementi soprannaturali sono legati ai luoghi, alle leggende e agli stessi eventi che compongono la storia, e non risultano mai fuori posto.

[…] ogni volta che di notte accadeva qualcosa di strano, ogni volta che si rompeva una finestra o un traliccio crollava, mia nonna diceva: “È la polarjenta che si vendica”.»

Ma, come ho detto, la parte che ho preferito sono proprio i personaggi. Io amo leggere storie in cui le interiorità vengono trasmesse dai piccoli dettagli, e il romanzo è pervaso da queste accortezze. Così i personaggi escono vividi dalle pagine per come parlano, per come si muovono, per come ragionano e per tante altre ben più piccole caratteristiche. E il loro passato recente e lontano li ha formati – un aspetto ricorrente nel corso della storia –, rendendoli le persone che ci troviamo a conoscere, sia in modi evidenti che fra le righe. Artemis prima fra tutti, ovviamente, ma anche personaggi come Maya, Martin, la governatrice Svestad…
Le interazioni, poi, non fanno altro che dare risalto a queste caratterizzazioni, di qualsiasi tipo esse siano. In più punti mi sono ritrovata a fare il tifo per una dinamica o un’altra, a maledire gente nella mia mente o a pensare “oh no, non tu!”.

«E tu? Hai mai pensato di lasciare le Svalbard?»
«Non potrei mai. Prima o poi sarò costretto ad andarmene, ovviamente, ma fino ad allora…»
«Perché?»
«Non c’è nessun altro posto al mondo come questo, non mi sentirei a casa da nessun’altra parte.»

Un’altra grande protagonista di questa storia, però, è l’ambientazione. Le descrizioni dei luoghi mi hanno fatto respirare l’aria gelida, mi hanno fatto alzare la testa verso il cielo illuminato dall’aurora boreale, mi hanno fatto sentire il buio perpetuo della notte polare, mi hanno fatto rabbrividire e meravigliare. Non solo, l’ambientazione è legata a doppio filo a ogni singolo aspetto della storia, da quelli più banali (non sono trascurati, per esempio, tutti i rituali che riguardano il vestirsi per un ambiente così ostile) a quelli più sottili che meritano di essere scoperti senza anticipazioni.
Quando un’ambientazione non fa solo da scenografia ma è parte integrante e vivida della storia, quando i luoghi si riflettono nelle caratterizzazioni dei personaggi e influenzano gli eventi in modo evidente, io mi dimentico di stare leggendo e inizio a vivere quello che viene raccontato.

Ora che la stanza è buia, lo spiraglio di cielo oltre le tende illumina i mobili con la luce flebile di un fantasma. Scosto la tenda. La bufera è passata. Nastri di luce verde e rosa danzano nel cielo sopra distese di ghiaccio e montagne come riflessi arcobaleno su un mare di petrolio.

Infine, voglio spendere due parole per i temi del romanzo. Ovviamente già dalla trama è possibile intuire che non ci si trova davanti a una storia facile. A tratti si è trattato proprio di un pugno nello stomaco e in più scene la storia va in posti emotivamente difficili. Tutto questo per me è un grosso punto a favore di “Nel freddo e nella notte”, perché quando leggo un romanzo di questo tipo voglio provare emozioni, e questa storia me ne ha fatte provare molte. Mi sono commossa, ho sorriso, ho provato tenerezza, paura, rabbia…
Non si può chiedere di meglio quando si apre un libro.
Come sempre, però, attenzione a eventuali temi che potrebbero turbare come la transfobia, la violenza e tutto ciò che può riguardare la scomparsa di una bambina.
Mi sento di sottolineare che nessuno dei temi del romanzo, neanche fra quelli più forti e difficili, è mai introdotto per puro dramma. Come ogni aspetto di questa storia, anche quelli più crudeli sono ben integrati e trattati con il giusto tatto. Non viene tolto nulla a quanto siano difficili, ma non vengono amplificati prendendosi spazi che li renderebbero un meccanismo narrativo.
Sono reali, e con questo senso di realtà arrivano dritti dritti a noi che leggiamo.

Ho sempre amato il buio.
Sono le dieci del mattino e il cielo è nero. Mi piacerà vivere a Longyearbyen, per lo meno d’inverno.

Consiglio “Nel freddo e nella notte” a chiunque voglia un thriller soprannaturale in grado di toccare punti sensibili del suo animo senza rinunciare a un ritmo serrato e a un mistero complesso, a chi apprezza che i suoi libri trattino anche tematiche queer, a chi vuole innamorarsi di personaggi estremamente reali e a chi vuole visitare le isole Svalbard e sorprendersi di fronte alle meraviglie della natura… e alle oscurità dell’animo umano.

Uno sfogo su “Seminario sui luoghi comuni” di Francesco Pacifico

Di rado mi esprimo sul contenuto di libri che non ho finito, ma in questo caso, a un centinaio di pagine o poco meno dalla fine, penso di aver bisogno di mettere da qualche parte i miei pensieri in modo da strapparli dalla mia mente come erbacce e non pensarci più. Premetto che quello che segue è un parere personalissimo e questo libro potrebbe fare al caso di altri. Io non sono in modo più assoluto il target di questo prodotto, e penso che il motivo emergerà leggendo quanto segue.

Trama:
Come si scrive un incipit? Di cos’è fatta la struttura di un romanzo? Come riuscire a dare un vero spessore a un personaggio letterario? Quali sono gli ingredienti di una scena madre che porti in visibilio il lettore senza trascinarlo nei territori della retorica? Da Gogol’ a Nabokov, da Camus a Tolstoj, da Gadda a Proust a Philip Roth, Seminario sui luoghi comuni è il più godibile ed efficace manuale di scrittura creativa che si possa immaginare perché composto proprio con «l’aiuto» dei grandi scrittori.
Con sagacia, ironia, profondità, Francesco Pacifico analizza 37 passi celebri di altrettanti giganti della letteratura attraverso i quali imparare a scrivere, ma prima ancora a entrare con più consapevolezza dentro i libri che hanno segnato il nostro immaginario. In questo modo, ad esempio, potremo prima leggere una celebre e godibilissima scena di Colazione da Tiffany, e subito dopo ci verrà chiesto di prestare attenzione a una serie di dettagli e meccanismi ai quali forse non avevamo mai fatto caso ma che costituiscono il «vero segreto» della scena in questione, il suo «dietro le quinte». Così facendo non solo familiarizzeremo come non credevamo di poter fare coi ferri del mestiere, ma proveremo un amore tutto nuovo per romanzi e racconti che ci eravamo illusi di conoscere fino in fondo.


L’esperimento è la ragione per cui ho deciso di acquistarlo: riscrivere passaggi di grandi nomi della letteratura per sviscerare su carta cosa potrebbe renderli tali. Ora, non è tanto la questione “grandi della letteratura” ad attrarmi, perché è un concetto che qui in Italia consideriamo sacro e io col sacro tendo ad avere rapporti difficili, soprattutto negli ultimi anni (smontare tutto quello che credevo sacro mi ha fatto crescere tantissimo). È più la questione di mettersi lì e riportare su carta un processo che spesso è tutto mentale, soprattutto per chi scrive, magari con la conoscenza tecnica necessaria a estrapolare e fare propri i meccanismi nascosti di un testo.

La rubrica si chiamava “Seminario sui luoghi comuni” a indicare come alla fine tutti scrivessero sempre delle stesse cose, di cose di tutti, di cose per lo più ovvie, come il denaro, la malattia, le faccende di una giornata impegnativa, i rapporti con gli altri.

Peccato che le conclusioni siano solo travestite da approfondimento. Vanno poco oltre la superficie, niente di più, tutte concentrate a sembrare brillanti più che a esserlo. E quello che si dovrebbe imparare dagli estratti riguarda più spesso i temi cari agli autori che non interessanti spunti sullo scrivere. Dimmi come quell’autore veicola i suoi temi, che armi usa per colpire proprio dove pensi volesse colpire, invece di dirmi cosa comunica, dai. Il cosa ha tanto del soggettivo, per quanto un autore si possa studiare in base ai suoi intenti e alla sua storia. Quella fra le pagine è l’interpretazione di Pacifico, con il suo retroscena culturale, la sua visione, i suoi valori, mentre la mia potrebbe essere ben diversa, così come quella di ogni singola persona che si approccia al testo. Tutte queste interpretazioni, di certo, lasciano il tempo che trovano, ma è un vizio di molti (uomini?) credere che il loro approccio sia l’Approccio, con un’universalità che fa il giro e diventa estremamente particolare, perché intere categorie di persone… just can’t relate, buddy.

Ho sperato si andasse oltre il cosa finché non ho realizzato che non sarebbe mai accaduto. E niente mi toglie dalla testa che questo approccio sia dovuto all’idea che, in fondo in fondo, la scrittura non si possa imparare ma sia un’arte mistica, che nasce in noi di suo o per volontà di un qualche dio (maschio) della parola. Nel primo capitolo quest’idea viene smentita con ironia, ma io non mi baso solo sulle intenzioni, perché le esecuzioni sono importanti.

Per concludere questa parte, a volte si intravede qualche barlume, ma non abbastanza perché questo libro valga il tempo che chiede.

Le parole sono importanti. Qualcosa ci dice che sono in rapporto troppo diretto con il nostro uso più comune e quotidiano delle cose, e quindi, anche nei più ispirati voli dell’immaginazione, il linguaggio deve avere una grammatica fondata nella realtà.

Vero motivo per cui ho interrotto la lettura, però, è la mentalità che emerge dalle scelte che vengono fatte.

Prima di tutto, donne non pervenute. C’è la Woolf, che pare venga letta senza però degnarsi di capirla (altrimenti qualche donna in più sarebbe sbucata fuori, secondo me) e basta. Una. Una sola su una quarantina.

Dalle scrittrici, dopotutto, cosa ci sarà mai da imparare? Niente, dico bene, litbros?

Eppure le donne non sono grandi assenti: sono l’oggetto (un oggetto?). Sono presenti in molti passaggi, scritte dal pugno di vari autori, in modi più o meno consoni al tempo del testo da cui i passaggi sono tratti (oggi, quindi, invecchiati non benissimo). Non che esempi virtuosi manchino in letteratura, anzi, ma qui le scelte sono ricadute su altro. Non si potevano selezionare passaggi diversi? No, meglio che agli autori venga continuamente insegnato, più o meno esplicitamente, a scrivere male le donne, e ai lettori a considerarlo normale.

Attenzione, ribadisco che non si tratta di un sessismo esplicito e ben riconoscibile quello di questo romanzo(per quanto valga fare questa distinzione), ma un sessismo nascosto appunto dietro le scelte: alla fine le autrici non ci sono e se si deve fare un esempio come il seguente, alle donne saranno attribuite doti in cucina, al resto delle persone soldi e proprietà.

Per estendere il discorso e fare un inventario di temi da romanzo, si può penare ai soldi o alla casa di proprietà dei nostri genitori; alle abilità di cuoca di nostra sorella o della nostra compagna/fidanzata/moglie; alla casa al mare di nostro cognato, da farci prestare l’estate prossima.

In più punti, poi, il disprezzo verso la letteratura di genere è evidente. Questione, questa, tutta italiana e ormai vecchissima, che puzza di intellettualoide che piange perché l’editoria va male senza rendersi conto che va male anche, in una certa parte, perché si glorifica e si pubblica in continuazione, da secoli, lo stesso libro: uomo bianco eterosessuale triste cerca se stesso e il suo ruolo nella società, storia spesso condita da uno o più interessi amorosi che riducono la donna a creatura angelica o a oggetto sessuale, di volta in volta.

Intere e vastissime categorie di romanzi, storie incredibili e autorə con capacità sbalorditive, il tutto ridotto a una distrazione solo per ignoranza.

Perciò, [Boccaccio] invece di essere il nostro vero autore nazionale, pare una sorta di scrittore di genere, una distrazione letteraria invece che la vera foce dell’immaginazione italiana, il vero esperto del nostro carattere nazionale, il tassonomo della doppia morale.

Infine, ma di non poca rilevanza, un uso nel migliore dei casi superficiale, nel peggiore ignobile, della parola. Non sottolineo quanto sia discordante in un libro del genere (e intanto lo sottolineo).

“Autistico” per descrivere qualcosa di “strano” (“vagabondaggi rigorosi, un po’ mistici, deliranti, autistici”), uno slur per parlare di un uomo gay (unico “marito” del passaggio, che quindi poteva essere benissimo definito “il marito”, invece che “il marito f****o”, ma qua bisogna essere frizzantini e irriverenti, no?).

Boh, sarò io, ma non è solo questione di offensivo – perché lo è, a discapito di quelli che piangono nel cuscino ogni notte perché “il politicamente corretto ha rovinato la mia libertà di insultare gli altri wee wee” –, ma di poco fantasioso, di poco abile, di poco attento. Fa schifo, non solo concettualmente, ma anche dal punto di vista letterario.

Siamo vecchi.

Siamo vecchi, quando parliamo di letteratura in Italia, e si sente. Gli concedo l’essere un libro che ormai ha dieci anni (quindi i contenuti ne hanno pure di più), ma invecchiare così male e così in fretta – senza contare che certe scelte facesse schifo leggerle pure dieci anni fa, anche se lo si diceva meno e a volume più basso – non è un buon segno, per un saggio che invita a imparare a scrivere (e a leggere) con i classici.

“Spellbound” di Allie Therin

“Spellbound” è il primo libro della serie “Magic in Manhattan” di Allie Therin, pubblicato per Carina Press nel 2019. Io l’ho ascoltato su Storytel (nella sua versione originale in inglese) all’inizio di quest’anno e, dovessi scegliere solo tre parole per descriverlo, userei le stesse che si trovano in copertina love, magic and prohibition.
Ma le mie osservazioni sui libri raramente si fermano a tre parole, quindi…

Trama:

Arthur Kenzie’s life’s work is protecting the world from the supernatural relics that could destroy it. When an amulet with the power to control the tides is shipped to New York, he must intercept it before it can be used to devastating effects. This time, in order to succeed, he needs a powerful psychometric…and the only one available has sworn off his abilities altogether.
Rory Brodigan’s gift comes with great risk. To protect himself, he’s become a recluse, redirecting his magic to find counterfeit antiques. But with the city’s fate hanging in the balance, he can’t force himself to say no.
Being with Arthur is dangerous, but Rory’s ever-growing attraction to him begins to make him brave. And as Arthur coaxes him out of seclusion, a magical and emotional bond begins to form. One that proves impossible to break—even when Arthur sacrifices himself to keep Rory safe and Rory must risk everything to save him.


Partiamo dalla prima delle tre parole che descrivono questo libro: love.
Sì, perché in primo piano c’è una storia d’amore, quella fra Arthur “Ace” Kenzie e Rory Brodigan. Due personaggi che non potrebbero essere più diversi – sia per il mondo da cui provengono che per la prospettiva che hanno – e i cui punti di vista seguiamo per tutta la storia.
Il primo ha i mezzi e il prestigio sociale per portare avanti la sua attività segreta: guidare un gruppo di “paranormali” (persone con una dote magica specifica) alla ricerca di reliquie intrise di magia che minacciano il mondo. Il secondo tenta di avere una vita normale nonostante abbia la dote della psicometria, ossia la capacità di toccare gli oggetti e rivivere eventi passati che li hanno coinvolti.

Arthur è il tipo di personaggio che spesso finisce per piacermi. Un protettore, la cui inclinazione a prendersi cura degli altri è dettata dalle sue esperienze passate e che nasconde tutte le sue fragilità dietro a una maschera di sicurezza in sé e controllo della situazione. Quelli come Rory, invece, di solito mi piacciono molto meno: immaturo, capriccioso e un po’ incosciente nel suo desiderio di autonomia. Anche in questo caso, però, ho apprezzato le motivazioni dietro questa caratterizzazione – la giovane età e la diffidenza dovuta al suo potere – e alcune sfaccettature del suo passato – il rapporto con la religione, per esempio, che è uno dei temi di cui mi interessa sempre leggere.
La solitudine che i due sentono è il primo punto di contatto e la loro relazione si snoda in modo realistico durante la storia, partendo dall’attrazione per finire in qualcosa di più profondo, il tutto condito da qualche scena intima in “fade to black” più focalizzata sulla carica emotiva del momento che non sulla descrizione delle azioni (scelta che ho apprezzato, in questo contesto).

“How did you break your specs?”
“Let’s see… how was it?” Rory tapped his lips thoughtfully. “Oh, right, none of your business.”
Arthur rolled his eyes. The cute ones were always little shits.

Veniamo alla parte paranormale di questo romanzo: magic.
La trama che riguarda la reliquia magica è molto lineare, cosa che non trovo per forza negativa in un contesto in cui il vero punto di forza sono la relazione romantica e i personaggi. Anche della magia, infatti, i risvolti che ho preferito non sono tanto quelli di trama “esterna” ma quelli interni, che pongono davanti a ostacoli e mettono alla prova convinzioni.
Rory, per esempio, corre il grosso rischio di perdere presa sulla realtà nel praticare la sua magia e il tema collaterale della salute mentale mi è piaciuto molto. Le scene di psicometria sono immersive e intense, forse fra quelle che ho preferito per il modo in cui hanno consentito di giocare con le descrizioni e con le sensazioni.

Ma Rory non è l’unico paranormale della vicenda, perché Arthur si è costruito attorno una vera e propria famiglia di persone dotate di poteri magici. Questi personaggi secondari li ho trovati ben scritti e ben inseriti nell’economia della storia, soprattutto per quanto riguarda quelli femminili – con le loro ambizioni, le loro vite, le loro proprie personalità. Di certo una menzione d’onore va alla zia acquisita di Rory, Miss Brodigan, e alla telecinetica Jade (la cui relazione romantica secondaria non mi è affatto dispiaciuta).
L’unico appunto, forse dovuto alle mie preferenze personali, è quanto tutti i secondari siano buoni, dicano la cosa giusta al momento giusto, non mostrino egoismi di alcun tipo. Non è un aspetto spinto all’estremo ed è comunque piacevole conoscerli, ma io mi affeziono sempre di più a personaggi che hanno qualche oscurità.

La minaccia finale, per tornare alla trama esterna, l’ho trovata adeguata. Come si dice: senza infamia e senza lode. Le motivazioni ci sono, soprattutto per quanto riguarda personaggi del vissuto di Arthur, e c’è anche una certa dose di struggimento quando si guardano le cose da un’altra prospettiva e si comprende l’impatto di certi eventi passati, ma non mi ha fatto arrivare lì con il fiato sospeso e il cuore a mille.

“I can hold onto you because you won’t let go?”
“You’re damn right I won’t.”

E finiamo con l’ultima delle tre parole: prohibition.
La storia, infatti, è ambientata nel 1925 a Manhattan, all’epoca quindi del proibizionismo.
Ora, io sono completamente ignorante in merito quindi non posso confermare che si tratti di un romanzo storicamente accurato, ma ho trovato l’ambientazione sullo sfondo immersiva e interessante. Non prende mai il sopravvento, ma dà colore a molte scene. Un esempio è il primo incontro fra i due protagonisti, che per gran parte si svolge nello speakeasy – un locale segreto che propone intrattenimento e vende alcolici illegalmente – di proprietà di Jade.

“You make me think I got a chance. I don’t want safe, Ace, I want you.”

Quindi, se volete leggere una storia confortante e senza troppe pretese su due persone che si innamorano, condita da magia e piani per salvare il mondo, o se amate i paranormal romance ma li volete più queer e più storici, questo libro potrebbe fare al caso vostro!

“Così si perde la guerra del tempo” di Amal El-Mohtar e Max Gladstone

 “Così si perde la guerra del tempo” di Amal El-Mohtar e Max Gladstone è stata la prima lettura che ho fatto quest’anno e vorrei dire che ha stabilito il precedente per tutte le altre letture, ma la verità è che poco altro di ciò che l’ha seguito mi ha lasciato la stessa impressione. Quindi oggi ve ne parlo, così potrete decidere se questo volumetto fantascientifico che di fantascientifico ha solo il contorno può fare al caso vostro!

Trama:
Tra le ceneri di un mondo in rovina, Rossa trova una lettera: “bruciare prima di leggere”. Inizia così la strana corrispondenza tra due agenti rivali, in una guerra che si dipana attraverso le vastità del tempo e dello spazio. Rossa è membro dell’Agenzia, una distopia tecnologica post singolarità. Blu appartiene al Giardino, un’unica ampia coscienza che risiede in tutta la materia organica. I loro passati sono pieni di sangue; i loro futuri si escludono l’un l’altro. Non hanno nulla in comune, se non il fatto che sono le migliori.  Sono sole. Ma quella che è iniziata come una serie di provocazioni e sfoggio di vittore, diventa presto un gioco pericoloso, che sia Rossa sia Blu son ben determinate a vincere. E così la sfida si trasforma in qualcosa di più. Qualcosa di epico. Qualcosa di romantico. Qualcosa che potrebbe cambiare il passato e il futuro… e che potrebbe farle uccidere. Perché in fine dei conti c’è pur sempre una guerra in corso. E qualcuno deve vincerla. Non è così che funziona?


“Così si perde la guerra del tempo” racconta la sua storia attraverso le narrazioni in terza persona che seguono le due protagoniste – Rossa e Blu – e le lettere che le due si scambiano per provocarsi prima e conoscersi poi. Il tutto con uno stile lirico, che non spreca tempo a prendere per mano il lettore per indicargli ogni singolo dettaglio del mondo creato, ma si preoccupa di trasmettergli delle atmosfere e delle impressioni.

Certi giorni Blu si chiede perché qualcuno si sia preso la briga di creare numeri così piccoli; altri giorni pensa che l’infinito deve pur cominciare da qualche parte.

Le protagoniste sono due donne post-umanità, parte di un tutto più grande di loro – rispettivamente l’Agenzia e il Giardino – che le adopera come potenti pedine in una guerra che si combatte risalendo le “ciocche” del tempo e infiltrandosi fra chi quegli eventi li ha vissuti.
Blu e Rossa sono di volta in volta persone o entità qualsiasi in eventi che possono essere storicamente rilevanti anche per noi o in eventi dall’apparenza insignificante ma importanti per far pendere il futuro in favore di una fazione o dell’altra.
Non sono mai descritte con sfoggio di dettagli, ma nelle lettere si raccontano nei loro meccanismi segreti, nei loro desideri profondi, anche quando quei desideri le mettono a rischio come parte del tutto per cui lavorano (ed esistono).
Da qui parte la loro storia, fra le provocazioni e le sfide, fino ad arrivare a confessioni profonde sul significato di esistere, di amare, di condividere, di avere “fame” di cibo, sì, ma anche di molto altro.
Di desiderare.

La fame, Rossa – saziare una fame o alimentarla, sentire la fame come una fornace, percorrerne i bordi coi denti – è una cosa che tu personalmente conosci? Hai mai avuto una fame che si acuiva con ciò di cui la nutrivi, crescendo in modo tanto acuto e vivo da aprirti in due e creare una cosa nuova?

C’è qualcosa di viscerale e magnifico nel modo in cui le lettere vengono scambiate fra le due protagoniste. Sì, perché si potrebbe pensare all’idea che noi abbiamo di “lettera”, ma in questo libro niente è come noi lo conosciamo. Non le due protagoniste, non il tempo e lo spazio, e non di certo il modo in cui le due comunicano. E allora eccole a mangiare bacche per cavarne frasi, leggere missive negli insetti, scoprire parole nelle foglie di tè e fare scorrere i nodi delle corde fra le dita per trarne messaggi segreti. Le lettere non vengono solo lette, ma mangiate, assorbite, riposte in punti nascosti delle loro “menti”.
Non sono sole, però: dal principio leggiamo di come una Cercatrice sia sulle loro tracce e assorba – in modi più o meno letterali – tutto quello che fanno, recuperando ogni impressione che le loro interazioni lasciano nel tempo e nello spazio.

La lettera comincia al centro. Gli anelli, alcuni più spessi e altri più sottili, formano simboli in un alfabeto sconosciuto a tutti tranne che a Rossa. Le parole sono piccole, qualcuna sbavata, ma ferme: dieci anni per riga di testo, e molte righe.
Dev’esserci voluto un secolo per formare il messaggio, mappando le radici, depositando o sottraendo nutrienti anno dopo anno.

Quando si parla di tempo – e di viaggi nel tempo – resto sempre affascinata dal modo in cui il tema viene di volta in volta approcciato. Qui il tempo è uno dei temi portanti, ma l’approccio è quasi onirico, ha una consistenza impalpabile, eppure finisce comunque per collegare punti della narrazione che credevamo messi lì per altri motivi. È un bel cerchio, un’eco di avvenimenti passati e futuri che lega Rossa e Blu in qualcosa di più profondo e decisamente bello da leggere.

Ma la fame che descrivi tu – quella lama che squarcia la pelle, il logorio simile a quello del fianco di una montagna battuto dalle intemperie, il vuoto – mi suona bellissima e familiare.

Ma la trama in sé non è il motivo per cui questo libro mi è rimasto dentro. L’ho amato per il viaggio, per i posti in cui le parole hanno saputo portarmi, per le pulsioni così vive fra le pagine, così individuali e assolute allo stesso tempo.
Sì, questo romanzo è una poesia d’amore verso l’essere umani, verso i corpi abitati, le connessioni scelte, le resistenze, l’anima.

Voglio raccontarti qualcosa di me. Qualcosa di vero, o niente.

Se volete che la vostra fantascienza vi racconti tutto, che comunichi il mondo in modo dettagliato e diretto, questo libro potrebbe frustrarvi.
Lo consiglio invece a chi vuole intraprendere un viaggio lirico nel tempo e nello spazio, attraverso storie e umanità, per seguire due donne post-umane che si innamorano nonostante guerra, doveri e distruzione, e che – nel farlo – ci raccontano proprio cosa significa essere umani!

Seguimi su goodreads per tutte le mie letture e le mie recensioni!

“Randagi” di Angela Longobardi

Ormai lo sappiamo, Angela Longobardi è una delle autrici che più mi piace leggere nella scena “underground” di scrittori indipendenti. Con “Randagi”, uscito questo giugno 2021, Angela si riconferma un’autrice abile e sensibile, in grado di raccontare i suoi personaggi in modo diretto, senza sconti e – a volte – senza pietà.

Trama:
Daniela è la figlia della sindaca ed è innamorata di Lorenzo, il figlio del boss. Gabriele è il cugino di Daniela e soffre di afasia. Ismael spesso dorme nella stazione abbandonata dove il loro gruppo si ritrova.
È lì che Greta li incontra per la prima volta e cerca di usarli come distrazione dalla sua depressione.
La narrazione si alterna tra il prima, quando hanno diciotto anni e una vita davanti, e il dopo, quando sono grandi e non sono più gli stessi. A cambiarli è stato l’omicidio che li ha separati e spinti in direzioni diverse.


“Randagi” è un romanzo breve, scritto in modo scorrevole, che alterna il passato – in cui i protagonisti sono degli adolescenti che si affacciano alla vita adulta – e il presente – in cui scopriamo che qualcosa li ha allontanati e li vediamo finalmente cresciuti. Il tutto sullo sfondo di una stazione abbandonata quanto loro, riflesso delle singole solitudini che solo fra le macerie e la polvere riescono a trovare casa.

Daniela si era chiesta spesso come avessero fatto a trovarsi, loro quattro. Se doveva essere sincera, lei si trovava in quella stazione abbandonata per colpa di Gabriele, perché aveva visto Ismael e Lorenzo avvicinarlo, qualche anno prima, e aveva voluto assicurarsi che non si cacciasse nei guai. Così si erano trovati nei guai in due.

Come per gli altri libri dell’autrice, i personaggi e le dinamiche fra loro sono di certo la parte più emozionante da leggere e vivere. Ci si affeziona in fretta a questo gruppo di randagi che si è trovato e che ha formato una famiglia un po’ disfunzionale, ma piena dell’amore che nelle loro vere famiglie è impossibile trovare.
Tutti sono caratterizzati bene e le loro azioni sono facilmente riconducibili a questa loro caratterizzazione, anche quando si vorrebbe scuoterli con forza per non fargli fare errori. E di errori se ne fanno tanti, in questa storia, di grandi e di piccoli, con conseguenze più o meno importanti.
Perché fa parte della crescita e perché fa parte della vita.

Daniela e Lorenzo sono cresciuti in realtà opposte, che però hanno comunque influito sulle loro scelte e sulla loro relazione; Ismael cerca di sopravvivere a una situazione difficile e ne esce con le difese altissime, che in pochi sanno superare; Gabriele convive con l’afasia e spesso deve lasciare che siano i gesti a comunicare i suoi sentimenti e le sue delicatezze (personaggio preferito, lo ammetto). E poi c’è Greta, che si intrufola nel gruppo proprio come fa il lettore e che combatte con la depressione giorno dopo giorno.

Greta aveva lasciato la stazione abbandonata con una brutta sensazione alla bocca dello stomaco. Non era riuscita a fare nemmeno una foto alla ferrovia abbandonata perché si era fatta distrarre dal bagliore del fuoco che aveva visto in una delle finestre e poi dalla musica che si diffondeva in tutto lo stabile e nelle immediate vicinanze.

Non mancano i temi che si possono trovare in tutti i romanzi contemporanei scritti dall’autrice: la crescita, com’è ovvio, ma anche le difficoltà in famiglia, la salute mentale, la ricerca dell’identità, le relazioni queer, il contrasto fra le aspettative delle persone e ciò che si vuole dalla propria vita. E, come sempre, niente è fuori posto, nessun messaggio viene imboccato al lettore, niente viene trattato senza la necessaria sensibilità e attenzione. I temi sono lì, ma fanno parte di un tutto ben orchestrato, perfino in meno di centocinquanta pagine.

«Coraggio» disse Lorenzo, guardandoli a uno a uno. «Era quello che sognavamo da ragazzi, no? Essere grandi.»

Una delle parti che ho trovato più reali e vivide è il modo in cui i personaggi cambiano in età adulta e, di conseguenza, come cambiano i loro valori e i loro obiettivi. Come questo, più degli eventi improvvisi e traumatici, finisca per modellare le loro relazioni e il modo in cui si cercano o si respingono. Restano loro, ma nel frattempo gli è successa la vita, e mi piace che sia possibile leggerlo fra le righe.

Era quello che aveva attirato Greta dal primo momento: la sensazione di unione, di quel tipo di amicizia che vedeva alla TV.

Consigliato a chi ama i romanzi di formazione, le storie queer e le famiglie scelte. A chi ama le atmosfere dolci-amare, le malinconie, i legami che nascono dalle difficoltà e si dimostrano a volte forti, a volte terribilmente fragili. A chi vuole farsi scaldare il cuore, ma anche a chi non ha paura di farsi strapazzare dall’autrice, per poi chiudere il libro e capire che ne è valsa la pena.

Il sito utilizza cookies. L'utente ha preso visione della privacy policy e ne accetta i termini.