Uno sfogo su “Seminario sui luoghi comuni” di Francesco Pacifico

Di rado mi esprimo sul contenuto di libri che non ho finito, ma in questo caso, a un centinaio di pagine o poco meno dalla fine, penso di aver bisogno di mettere da qualche parte i miei pensieri in modo da strapparli dalla mia mente come erbacce e non pensarci più. Premetto che quello che segue è un parere personalissimo e questo libro potrebbe fare al caso di altri. Io non sono in modo più assoluto il target di questo prodotto, e penso che il motivo emergerà leggendo quanto segue.

Trama:
Come si scrive un incipit? Di cos’è fatta la struttura di un romanzo? Come riuscire a dare un vero spessore a un personaggio letterario? Quali sono gli ingredienti di una scena madre che porti in visibilio il lettore senza trascinarlo nei territori della retorica? Da Gogol’ a Nabokov, da Camus a Tolstoj, da Gadda a Proust a Philip Roth, Seminario sui luoghi comuni è il più godibile ed efficace manuale di scrittura creativa che si possa immaginare perché composto proprio con «l’aiuto» dei grandi scrittori.
Con sagacia, ironia, profondità, Francesco Pacifico analizza 37 passi celebri di altrettanti giganti della letteratura attraverso i quali imparare a scrivere, ma prima ancora a entrare con più consapevolezza dentro i libri che hanno segnato il nostro immaginario. In questo modo, ad esempio, potremo prima leggere una celebre e godibilissima scena di Colazione da Tiffany, e subito dopo ci verrà chiesto di prestare attenzione a una serie di dettagli e meccanismi ai quali forse non avevamo mai fatto caso ma che costituiscono il «vero segreto» della scena in questione, il suo «dietro le quinte». Così facendo non solo familiarizzeremo come non credevamo di poter fare coi ferri del mestiere, ma proveremo un amore tutto nuovo per romanzi e racconti che ci eravamo illusi di conoscere fino in fondo.


L’esperimento è la ragione per cui ho deciso di acquistarlo: riscrivere passaggi di grandi nomi della letteratura per sviscerare su carta cosa potrebbe renderli tali. Ora, non è tanto la questione “grandi della letteratura” ad attrarmi, perché è un concetto che qui in Italia consideriamo sacro e io col sacro tendo ad avere rapporti difficili, soprattutto negli ultimi anni (smontare tutto quello che credevo sacro mi ha fatto crescere tantissimo). È più la questione di mettersi lì e riportare su carta un processo che spesso è tutto mentale, soprattutto per chi scrive, magari con la conoscenza tecnica necessaria a estrapolare e fare propri i meccanismi nascosti di un testo.

La rubrica si chiamava “Seminario sui luoghi comuni” a indicare come alla fine tutti scrivessero sempre delle stesse cose, di cose di tutti, di cose per lo più ovvie, come il denaro, la malattia, le faccende di una giornata impegnativa, i rapporti con gli altri.

Peccato che le conclusioni siano solo travestite da approfondimento. Vanno poco oltre la superficie, niente di più, tutte concentrate a sembrare brillanti più che a esserlo. E quello che si dovrebbe imparare dagli estratti riguarda più spesso i temi cari agli autori che non interessanti spunti sullo scrivere. Dimmi come quell’autore veicola i suoi temi, che armi usa per colpire proprio dove pensi volesse colpire, invece di dirmi cosa comunica, dai. Il cosa ha tanto del soggettivo, per quanto un autore si possa studiare in base ai suoi intenti e alla sua storia. Quella fra le pagine è l’interpretazione di Pacifico, con il suo retroscena culturale, la sua visione, i suoi valori, mentre la mia potrebbe essere ben diversa, così come quella di ogni singola persona che si approccia al testo. Tutte queste interpretazioni, di certo, lasciano il tempo che trovano, ma è un vizio di molti (uomini?) credere che il loro approccio sia l’Approccio, con un’universalità che fa il giro e diventa estremamente particolare, perché intere categorie di persone… just can’t relate, buddy.

Ho sperato si andasse oltre il cosa finché non ho realizzato che non sarebbe mai accaduto. E niente mi toglie dalla testa che questo approccio sia dovuto all’idea che, in fondo in fondo, la scrittura non si possa imparare ma sia un’arte mistica, che nasce in noi di suo o per volontà di un qualche dio (maschio) della parola. Nel primo capitolo quest’idea viene smentita con ironia, ma io non mi baso solo sulle intenzioni, perché le esecuzioni sono importanti.

Per concludere questa parte, a volte si intravede qualche barlume, ma non abbastanza perché questo libro valga il tempo che chiede.

Le parole sono importanti. Qualcosa ci dice che sono in rapporto troppo diretto con il nostro uso più comune e quotidiano delle cose, e quindi, anche nei più ispirati voli dell’immaginazione, il linguaggio deve avere una grammatica fondata nella realtà.

Vero motivo per cui ho interrotto la lettura, però, è la mentalità che emerge dalle scelte che vengono fatte.

Prima di tutto, donne non pervenute. C’è la Woolf, che pare venga letta senza però degnarsi di capirla (altrimenti qualche donna in più sarebbe sbucata fuori, secondo me) e basta. Una. Una sola su una quarantina.

Dalle scrittrici, dopotutto, cosa ci sarà mai da imparare? Niente, dico bene, litbros?

Eppure le donne non sono grandi assenti: sono l’oggetto (un oggetto?). Sono presenti in molti passaggi, scritte dal pugno di vari autori, in modi più o meno consoni al tempo del testo da cui i passaggi sono tratti (oggi, quindi, invecchiati non benissimo). Non che esempi virtuosi manchino in letteratura, anzi, ma qui le scelte sono ricadute su altro. Non si potevano selezionare passaggi diversi? No, meglio che agli autori venga continuamente insegnato, più o meno esplicitamente, a scrivere male le donne, e ai lettori a considerarlo normale.

Attenzione, ribadisco che non si tratta di un sessismo esplicito e ben riconoscibile quello di questo romanzo(per quanto valga fare questa distinzione), ma un sessismo nascosto appunto dietro le scelte: alla fine le autrici non ci sono e se si deve fare un esempio come il seguente, alle donne saranno attribuite doti in cucina, al resto delle persone soldi e proprietà.

Per estendere il discorso e fare un inventario di temi da romanzo, si può penare ai soldi o alla casa di proprietà dei nostri genitori; alle abilità di cuoca di nostra sorella o della nostra compagna/fidanzata/moglie; alla casa al mare di nostro cognato, da farci prestare l’estate prossima.

In più punti, poi, il disprezzo verso la letteratura di genere è evidente. Questione, questa, tutta italiana e ormai vecchissima, che puzza di intellettualoide che piange perché l’editoria va male senza rendersi conto che va male anche, in una certa parte, perché si glorifica e si pubblica in continuazione, da secoli, lo stesso libro: uomo bianco eterosessuale triste cerca se stesso e il suo ruolo nella società, storia spesso condita da uno o più interessi amorosi che riducono la donna a creatura angelica o a oggetto sessuale, di volta in volta.

Intere e vastissime categorie di romanzi, storie incredibili e autorə con capacità sbalorditive, il tutto ridotto a una distrazione solo per ignoranza.

Perciò, [Boccaccio] invece di essere il nostro vero autore nazionale, pare una sorta di scrittore di genere, una distrazione letteraria invece che la vera foce dell’immaginazione italiana, il vero esperto del nostro carattere nazionale, il tassonomo della doppia morale.

Infine, ma di non poca rilevanza, un uso nel migliore dei casi superficiale, nel peggiore ignobile, della parola. Non sottolineo quanto sia discordante in un libro del genere (e intanto lo sottolineo).

“Autistico” per descrivere qualcosa di “strano” (“vagabondaggi rigorosi, un po’ mistici, deliranti, autistici”), uno slur per parlare di un uomo gay (unico “marito” del passaggio, che quindi poteva essere benissimo definito “il marito”, invece che “il marito f****o”, ma qua bisogna essere frizzantini e irriverenti, no?).

Boh, sarò io, ma non è solo questione di offensivo – perché lo è, a discapito di quelli che piangono nel cuscino ogni notte perché “il politicamente corretto ha rovinato la mia libertà di insultare gli altri wee wee” –, ma di poco fantasioso, di poco abile, di poco attento. Fa schifo, non solo concettualmente, ma anche dal punto di vista letterario.

Siamo vecchi.

Siamo vecchi, quando parliamo di letteratura in Italia, e si sente. Gli concedo l’essere un libro che ormai ha dieci anni (quindi i contenuti ne hanno pure di più), ma invecchiare così male e così in fretta – senza contare che certe scelte facesse schifo leggerle pure dieci anni fa, anche se lo si diceva meno e a volume più basso – non è un buon segno, per un saggio che invita a imparare a scrivere (e a leggere) con i classici.

“Spellbound” di Allie Therin

“Spellbound” è il primo libro della serie “Magic in Manhattan” di Allie Therin, pubblicato per Carina Press nel 2019. Io l’ho ascoltato su Storytel (nella sua versione originale in inglese) all’inizio di quest’anno e, dovessi scegliere solo tre parole per descriverlo, userei le stesse che si trovano in copertina love, magic and prohibition.
Ma le mie osservazioni sui libri raramente si fermano a tre parole, quindi…

Trama:

Arthur Kenzie’s life’s work is protecting the world from the supernatural relics that could destroy it. When an amulet with the power to control the tides is shipped to New York, he must intercept it before it can be used to devastating effects. This time, in order to succeed, he needs a powerful psychometric…and the only one available has sworn off his abilities altogether.
Rory Brodigan’s gift comes with great risk. To protect himself, he’s become a recluse, redirecting his magic to find counterfeit antiques. But with the city’s fate hanging in the balance, he can’t force himself to say no.
Being with Arthur is dangerous, but Rory’s ever-growing attraction to him begins to make him brave. And as Arthur coaxes him out of seclusion, a magical and emotional bond begins to form. One that proves impossible to break—even when Arthur sacrifices himself to keep Rory safe and Rory must risk everything to save him.


Partiamo dalla prima delle tre parole che descrivono questo libro: love.
Sì, perché in primo piano c’è una storia d’amore, quella fra Arthur “Ace” Kenzie e Rory Brodigan. Due personaggi che non potrebbero essere più diversi – sia per il mondo da cui provengono che per la prospettiva che hanno – e i cui punti di vista seguiamo per tutta la storia.
Il primo ha i mezzi e il prestigio sociale per portare avanti la sua attività segreta: guidare un gruppo di “paranormali” (persone con una dote magica specifica) alla ricerca di reliquie intrise di magia che minacciano il mondo. Il secondo tenta di avere una vita normale nonostante abbia la dote della psicometria, ossia la capacità di toccare gli oggetti e rivivere eventi passati che li hanno coinvolti.

Arthur è il tipo di personaggio che spesso finisce per piacermi. Un protettore, la cui inclinazione a prendersi cura degli altri è dettata dalle sue esperienze passate e che nasconde tutte le sue fragilità dietro a una maschera di sicurezza in sé e controllo della situazione. Quelli come Rory, invece, di solito mi piacciono molto meno: immaturo, capriccioso e un po’ incosciente nel suo desiderio di autonomia. Anche in questo caso, però, ho apprezzato le motivazioni dietro questa caratterizzazione – la giovane età e la diffidenza dovuta al suo potere – e alcune sfaccettature del suo passato – il rapporto con la religione, per esempio, che è uno dei temi di cui mi interessa sempre leggere.
La solitudine che i due sentono è il primo punto di contatto e la loro relazione si snoda in modo realistico durante la storia, partendo dall’attrazione per finire in qualcosa di più profondo, il tutto condito da qualche scena intima in “fade to black” più focalizzata sulla carica emotiva del momento che non sulla descrizione delle azioni (scelta che ho apprezzato, in questo contesto).

“How did you break your specs?”
“Let’s see… how was it?” Rory tapped his lips thoughtfully. “Oh, right, none of your business.”
Arthur rolled his eyes. The cute ones were always little shits.

Veniamo alla parte paranormale di questo romanzo: magic.
La trama che riguarda la reliquia magica è molto lineare, cosa che non trovo per forza negativa in un contesto in cui il vero punto di forza sono la relazione romantica e i personaggi. Anche della magia, infatti, i risvolti che ho preferito non sono tanto quelli di trama “esterna” ma quelli interni, che pongono davanti a ostacoli e mettono alla prova convinzioni.
Rory, per esempio, corre il grosso rischio di perdere presa sulla realtà nel praticare la sua magia e il tema collaterale della salute mentale mi è piaciuto molto. Le scene di psicometria sono immersive e intense, forse fra quelle che ho preferito per il modo in cui hanno consentito di giocare con le descrizioni e con le sensazioni.

Ma Rory non è l’unico paranormale della vicenda, perché Arthur si è costruito attorno una vera e propria famiglia di persone dotate di poteri magici. Questi personaggi secondari li ho trovati ben scritti e ben inseriti nell’economia della storia, soprattutto per quanto riguarda quelli femminili – con le loro ambizioni, le loro vite, le loro proprie personalità. Di certo una menzione d’onore va alla zia acquisita di Rory, Miss Brodigan, e alla telecinetica Jade (la cui relazione romantica secondaria non mi è affatto dispiaciuta).
L’unico appunto, forse dovuto alle mie preferenze personali, è quanto tutti i secondari siano buoni, dicano la cosa giusta al momento giusto, non mostrino egoismi di alcun tipo. Non è un aspetto spinto all’estremo ed è comunque piacevole conoscerli, ma io mi affeziono sempre di più a personaggi che hanno qualche oscurità.

La minaccia finale, per tornare alla trama esterna, l’ho trovata adeguata. Come si dice: senza infamia e senza lode. Le motivazioni ci sono, soprattutto per quanto riguarda personaggi del vissuto di Arthur, e c’è anche una certa dose di struggimento quando si guardano le cose da un’altra prospettiva e si comprende l’impatto di certi eventi passati, ma non mi ha fatto arrivare lì con il fiato sospeso e il cuore a mille.

“I can hold onto you because you won’t let go?”
“You’re damn right I won’t.”

E finiamo con l’ultima delle tre parole: prohibition.
La storia, infatti, è ambientata nel 1925 a Manhattan, all’epoca quindi del proibizionismo.
Ora, io sono completamente ignorante in merito quindi non posso confermare che si tratti di un romanzo storicamente accurato, ma ho trovato l’ambientazione sullo sfondo immersiva e interessante. Non prende mai il sopravvento, ma dà colore a molte scene. Un esempio è il primo incontro fra i due protagonisti, che per gran parte si svolge nello speakeasy – un locale segreto che propone intrattenimento e vende alcolici illegalmente – di proprietà di Jade.

“You make me think I got a chance. I don’t want safe, Ace, I want you.”

Quindi, se volete leggere una storia confortante e senza troppe pretese su due persone che si innamorano, condita da magia e piani per salvare il mondo, o se amate i paranormal romance ma li volete più queer e più storici, questo libro potrebbe fare al caso vostro!

“Così si perde la guerra del tempo” di Amal El-Mohtar e Max Gladstone

 “Così si perde la guerra del tempo” di Amal El-Mohtar e Max Gladstone è stata la prima lettura che ho fatto quest’anno e vorrei dire che ha stabilito il precedente per tutte le altre letture, ma la verità è che poco altro di ciò che l’ha seguito mi ha lasciato la stessa impressione. Quindi oggi ve ne parlo, così potrete decidere se questo volumetto fantascientifico che di fantascientifico ha solo il contorno può fare al caso vostro!

Trama:
Tra le ceneri di un mondo in rovina, Rossa trova una lettera: “bruciare prima di leggere”. Inizia così la strana corrispondenza tra due agenti rivali, in una guerra che si dipana attraverso le vastità del tempo e dello spazio. Rossa è membro dell’Agenzia, una distopia tecnologica post singolarità. Blu appartiene al Giardino, un’unica ampia coscienza che risiede in tutta la materia organica. I loro passati sono pieni di sangue; i loro futuri si escludono l’un l’altro. Non hanno nulla in comune, se non il fatto che sono le migliori.  Sono sole. Ma quella che è iniziata come una serie di provocazioni e sfoggio di vittore, diventa presto un gioco pericoloso, che sia Rossa sia Blu son ben determinate a vincere. E così la sfida si trasforma in qualcosa di più. Qualcosa di epico. Qualcosa di romantico. Qualcosa che potrebbe cambiare il passato e il futuro… e che potrebbe farle uccidere. Perché in fine dei conti c’è pur sempre una guerra in corso. E qualcuno deve vincerla. Non è così che funziona?


“Così si perde la guerra del tempo” racconta la sua storia attraverso le narrazioni in terza persona che seguono le due protagoniste – Rossa e Blu – e le lettere che le due si scambiano per provocarsi prima e conoscersi poi. Il tutto con uno stile lirico, che non spreca tempo a prendere per mano il lettore per indicargli ogni singolo dettaglio del mondo creato, ma si preoccupa di trasmettergli delle atmosfere e delle impressioni.

Certi giorni Blu si chiede perché qualcuno si sia preso la briga di creare numeri così piccoli; altri giorni pensa che l’infinito deve pur cominciare da qualche parte.

Le protagoniste sono due donne post-umanità, parte di un tutto più grande di loro – rispettivamente l’Agenzia e il Giardino – che le adopera come potenti pedine in una guerra che si combatte risalendo le “ciocche” del tempo e infiltrandosi fra chi quegli eventi li ha vissuti.
Blu e Rossa sono di volta in volta persone o entità qualsiasi in eventi che possono essere storicamente rilevanti anche per noi o in eventi dall’apparenza insignificante ma importanti per far pendere il futuro in favore di una fazione o dell’altra.
Non sono mai descritte con sfoggio di dettagli, ma nelle lettere si raccontano nei loro meccanismi segreti, nei loro desideri profondi, anche quando quei desideri le mettono a rischio come parte del tutto per cui lavorano (ed esistono).
Da qui parte la loro storia, fra le provocazioni e le sfide, fino ad arrivare a confessioni profonde sul significato di esistere, di amare, di condividere, di avere “fame” di cibo, sì, ma anche di molto altro.
Di desiderare.

La fame, Rossa – saziare una fame o alimentarla, sentire la fame come una fornace, percorrerne i bordi coi denti – è una cosa che tu personalmente conosci? Hai mai avuto una fame che si acuiva con ciò di cui la nutrivi, crescendo in modo tanto acuto e vivo da aprirti in due e creare una cosa nuova?

C’è qualcosa di viscerale e magnifico nel modo in cui le lettere vengono scambiate fra le due protagoniste. Sì, perché si potrebbe pensare all’idea che noi abbiamo di “lettera”, ma in questo libro niente è come noi lo conosciamo. Non le due protagoniste, non il tempo e lo spazio, e non di certo il modo in cui le due comunicano. E allora eccole a mangiare bacche per cavarne frasi, leggere missive negli insetti, scoprire parole nelle foglie di tè e fare scorrere i nodi delle corde fra le dita per trarne messaggi segreti. Le lettere non vengono solo lette, ma mangiate, assorbite, riposte in punti nascosti delle loro “menti”.
Non sono sole, però: dal principio leggiamo di come una Cercatrice sia sulle loro tracce e assorba – in modi più o meno letterali – tutto quello che fanno, recuperando ogni impressione che le loro interazioni lasciano nel tempo e nello spazio.

La lettera comincia al centro. Gli anelli, alcuni più spessi e altri più sottili, formano simboli in un alfabeto sconosciuto a tutti tranne che a Rossa. Le parole sono piccole, qualcuna sbavata, ma ferme: dieci anni per riga di testo, e molte righe.
Dev’esserci voluto un secolo per formare il messaggio, mappando le radici, depositando o sottraendo nutrienti anno dopo anno.

Quando si parla di tempo – e di viaggi nel tempo – resto sempre affascinata dal modo in cui il tema viene di volta in volta approcciato. Qui il tempo è uno dei temi portanti, ma l’approccio è quasi onirico, ha una consistenza impalpabile, eppure finisce comunque per collegare punti della narrazione che credevamo messi lì per altri motivi. È un bel cerchio, un’eco di avvenimenti passati e futuri che lega Rossa e Blu in qualcosa di più profondo e decisamente bello da leggere.

Ma la fame che descrivi tu – quella lama che squarcia la pelle, il logorio simile a quello del fianco di una montagna battuto dalle intemperie, il vuoto – mi suona bellissima e familiare.

Ma la trama in sé non è il motivo per cui questo libro mi è rimasto dentro. L’ho amato per il viaggio, per i posti in cui le parole hanno saputo portarmi, per le pulsioni così vive fra le pagine, così individuali e assolute allo stesso tempo.
Sì, questo romanzo è una poesia d’amore verso l’essere umani, verso i corpi abitati, le connessioni scelte, le resistenze, l’anima.

Voglio raccontarti qualcosa di me. Qualcosa di vero, o niente.

Se volete che la vostra fantascienza vi racconti tutto, che comunichi il mondo in modo dettagliato e diretto, questo libro potrebbe frustrarvi.
Lo consiglio invece a chi vuole intraprendere un viaggio lirico nel tempo e nello spazio, attraverso storie e umanità, per seguire due donne post-umane che si innamorano nonostante guerra, doveri e distruzione, e che – nel farlo – ci raccontano proprio cosa significa essere umani!

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“Randagi” di Angela Longobardi

Ormai lo sappiamo, Angela Longobardi è una delle autrici che più mi piace leggere nella scena “underground” di scrittori indipendenti. Con “Randagi”, uscito questo giugno 2021, Angela si riconferma un’autrice abile e sensibile, in grado di raccontare i suoi personaggi in modo diretto, senza sconti e – a volte – senza pietà.

Trama:
Daniela è la figlia della sindaca ed è innamorata di Lorenzo, il figlio del boss. Gabriele è il cugino di Daniela e soffre di afasia. Ismael spesso dorme nella stazione abbandonata dove il loro gruppo si ritrova.
È lì che Greta li incontra per la prima volta e cerca di usarli come distrazione dalla sua depressione.
La narrazione si alterna tra il prima, quando hanno diciotto anni e una vita davanti, e il dopo, quando sono grandi e non sono più gli stessi. A cambiarli è stato l’omicidio che li ha separati e spinti in direzioni diverse.


“Randagi” è un romanzo breve, scritto in modo scorrevole, che alterna il passato – in cui i protagonisti sono degli adolescenti che si affacciano alla vita adulta – e il presente – in cui scopriamo che qualcosa li ha allontanati e li vediamo finalmente cresciuti. Il tutto sullo sfondo di una stazione abbandonata quanto loro, riflesso delle singole solitudini che solo fra le macerie e la polvere riescono a trovare casa.

Daniela si era chiesta spesso come avessero fatto a trovarsi, loro quattro. Se doveva essere sincera, lei si trovava in quella stazione abbandonata per colpa di Gabriele, perché aveva visto Ismael e Lorenzo avvicinarlo, qualche anno prima, e aveva voluto assicurarsi che non si cacciasse nei guai. Così si erano trovati nei guai in due.

Come per gli altri libri dell’autrice, i personaggi e le dinamiche fra loro sono di certo la parte più emozionante da leggere e vivere. Ci si affeziona in fretta a questo gruppo di randagi che si è trovato e che ha formato una famiglia un po’ disfunzionale, ma piena dell’amore che nelle loro vere famiglie è impossibile trovare.
Tutti sono caratterizzati bene e le loro azioni sono facilmente riconducibili a questa loro caratterizzazione, anche quando si vorrebbe scuoterli con forza per non fargli fare errori. E di errori se ne fanno tanti, in questa storia, di grandi e di piccoli, con conseguenze più o meno importanti.
Perché fa parte della crescita e perché fa parte della vita.

Daniela e Lorenzo sono cresciuti in realtà opposte, che però hanno comunque influito sulle loro scelte e sulla loro relazione; Ismael cerca di sopravvivere a una situazione difficile e ne esce con le difese altissime, che in pochi sanno superare; Gabriele convive con l’afasia e spesso deve lasciare che siano i gesti a comunicare i suoi sentimenti e le sue delicatezze (personaggio preferito, lo ammetto). E poi c’è Greta, che si intrufola nel gruppo proprio come fa il lettore e che combatte con la depressione giorno dopo giorno.

Greta aveva lasciato la stazione abbandonata con una brutta sensazione alla bocca dello stomaco. Non era riuscita a fare nemmeno una foto alla ferrovia abbandonata perché si era fatta distrarre dal bagliore del fuoco che aveva visto in una delle finestre e poi dalla musica che si diffondeva in tutto lo stabile e nelle immediate vicinanze.

Non mancano i temi che si possono trovare in tutti i romanzi contemporanei scritti dall’autrice: la crescita, com’è ovvio, ma anche le difficoltà in famiglia, la salute mentale, la ricerca dell’identità, le relazioni queer, il contrasto fra le aspettative delle persone e ciò che si vuole dalla propria vita. E, come sempre, niente è fuori posto, nessun messaggio viene imboccato al lettore, niente viene trattato senza la necessaria sensibilità e attenzione. I temi sono lì, ma fanno parte di un tutto ben orchestrato, perfino in meno di centocinquanta pagine.

«Coraggio» disse Lorenzo, guardandoli a uno a uno. «Era quello che sognavamo da ragazzi, no? Essere grandi

Una delle parti che ho trovato più reali e vivide è il modo in cui i personaggi cambiano in età adulta e, di conseguenza, come cambiano i loro valori e i loro obiettivi. Come questo, più degli eventi improvvisi e traumatici, finisca per modellare le loro relazioni e il modo in cui si cercano o si respingono. Restano loro, ma nel frattempo gli è successa la vita, e mi piace che sia possibile leggerlo fra le righe.

Era quello che aveva attirato Greta dal primo momento: la sensazione di unione, di quel tipo di amicizia che vedeva alla TV.

Consigliato a chi ama i romanzi di formazione, le storie queer e le famiglie scelte. A chi ama le atmosfere dolci-amare, le malinconie, i legami che nascono dalle difficoltà e si dimostrano a volte forti, a volte terribilmente fragili. A chi vuole farsi scaldare il cuore, ma anche a chi non ha paura di farsi strapazzare dall’autrice, per poi chiudere il libro e capire che ne è valsa la pena.

“Piranesi” di Susanna Clarke

Vista la mia passione per Borges, era impossibile che “Piranesi” di Susanna Clarke non mi affascinasse. Arrivata alla fine, infatti, ho provato la sensazione di abbandono che ci lasciano addosso i libri che amiamo. “Piranesi” è arrivato in Italia grazie a Fazi Editore proprio questo febbraio 2021 e ora racconto perché questo piccolo romanzo che rifugge i generi è diventato uno dei miei preferiti in assoluto.

Trama:
Piranesi vive nella Casa. Forse da sempre. Giorno dopo giorno ne esplora gli infiniti saloni, mentre nei suoi diari tiene traccia di tutte le meraviglie e i misteri che questo mondo labirintico custodisce. I corridoi abbandonati conducono in un vestibolo dopo l’altro, dove sono esposte migliaia di bellissime statue di marmo. Imponenti scalinate in rovina portano invece ai piani dove è troppo rischioso addentrarsi: fitte coltri di nubi nascondono allo sguardo il livello superiore, mentre delle maree imprevedibili che risalgono da chissà quali abissi sommergono i saloni inferiori.
Ogni martedì e venerdì Piranesi si incontra con l’Altro per raccontargli le sue ultime scoperte. Quest’uomo enigmatico è l’unica persona con cui parla, perché i pochi che sono stati nella Casa prima di lui sono ora soltanto scheletri che si confondono tra il marmo.
Improvvisamente appaiono dei messaggi misteriosi: qualcuno è arrivato nella Casa e sta cercando di mettersi in contatto proprio con Piranesi. Di chi si tratta? Lo studioso spera in un nuovo amico, mentre per l’Altro è solo una terribile minaccia. Piranesi legge e rilegge i suoi diari ma i ricordi non combaciano, il tempo sembra scorrere per conto proprio e l’Altro gli confonde solo le idee con le sue risposte sfuggenti. Piranesi adora la Casa, è la sua divinità protettrice e l’unica realtà di cui ha memoria. È disposto a tutto per proteggerla, ma il mondo che credeva di conoscere nasconde ancora troppi segreti e sta diventando, suo malgrado, pericoloso.
Susanna Clarke, autrice fantasy fra le più acclamate, torna in maniera trionfale con un nuovo, inebriante romanzo ambientato in un mondo da sogno intriso di bellezza e poesia.


“Piranesi” è uno di quei libri di cui è difficile parlare. Si rischia di dire troppo, si finisce per dire troppo poco. C’è chi ne parla come di un fantasy, chi preferisce identificarlo come un mistery, chi si rassegna – come me – e dice che è tutte queste cose e forse altro ancora. Di certo entrarci dentro aspettandosi qualcosa di preciso (magari per l’etichetta di un genere) è la ricetta per la delusione, né è un libro che deve piacere a tutti i costi (come ogni libro, d’altronde), nonostante ora non si parli d’altro.

Quindi partiamo dalle etichette: ogni definizione che si trova in giro è vera e descrive una parte delle vicende raccontate, ma non il Tutto. E, allo stesso tempo, sarebbero perfettamente adeguati termini quali “metafisico”, “esoterico”, “filosofico”, anche se fanno sembrare il romanzo più pretenzioso di quanto non sia in realtà. Si tratta di una storia atmosferica, ben intrecciata, che a volte ha la consistenza dei sogni e altre ancora rivela tutti i suoi incubi.

Il mondo sembra Completo e Intero e io, suo Figlio, ne sono un elemento integrante, essenziale.

Al centro di tutto questo, la Casa: un’ambientazione suggestiva e riuscitissima, che sembra l’unione infinita di architetture classiche, con vestiboli, antri e statue. Un labirinto pieno di simboli e aperto alle interpretazioni (per questo ho citato Borges!).

Piranesi la percorre, la studia e la venera, registrando tutto ciò che scopre nei suoi diari. Ed è proprio i suoi diari che il lettore legge, fra le cui righe viene raccontato delle maree e dei venti, delle nuvole e delle piogge, con uno stile asciutto che non per questo rinuncia alle suggestioni.

Scopriamo così che Piranesi non è solo: uccelli e pesci popolano le nuvole dei saloni superiori e i mari di quelli inferiori, ci sono i morti ormai ridotti a tredici scheletri, e c’è l’Altro con cui si incontra di tanto in tanto. Mentre Piranesi non sa nulla di chi è venuto prima di lui, dell’Altro ci racconta tutto quello che può: uno studioso, un amante della conoscenza, una mente razionale, l’unico amico che Piranesi abbia mai avuto.

E se all’inizio la lettura è diluita e serve a imbastire tutte queste dinamiche e a far immergere il lettore nell’atmosfera, presto la storia prende il via e il mistero diventa il fulcro centrale delle annotazioni di Piranesi: chi altro c’è nella Casa? l’Altro è convinto che sia un pericolo, ma lo è davvero? sopravviverà alle ostilità del Mondo di Piranesi o finirà come gli altri morti?

L’Altro è convinto che, nascosta da qualche parte nel Mondo, vi sia una Grande e Segreta Conoscenza che, una volta scoperta, ci garantirà un enorme potere.

La bravura della Clarke sta nel prendere le domande più che legittime del lettore e giocarci, provocando le volute emozioni. Se l’ambientazione è il punto di forza più ovvio del romanzo, infatti, la maestria con cui tutto viene mostrato al momento giusto è il motivo per cui tre quarti del libro si divorano tutte insieme, senza prendere fiato.

Non credo voglia essere un libro dalla trama orizzontale estremamente originale, ma che voglia arricchirla con altri aspetti, che io ho trovato riusciti. I temi toccati, per esempio, sono tanti e vengono tutti affrontati in modi interessanti: il desiderio di conoscenza, il tempo e la memoria, la solitudine, il modo in cui le nostre esperienze possono cambiarci drasticamente, e quindi l’identità; il tutto con rimandi alla mitologia classica e al pensiero filosofico.

Non posso né voglio parlarne oltre, perché leggerlo sapendo poco è un’esperienza bellissima che mi ha trasportata nella Casa per tutto il tempo della lettura.

La bellezza della Casa è incommensurabile; la sua Gentilezza, infinita.

Consigliato a chi ama Borges, a chi vuole restare incollato alle pagine, a chi vuole vivere le ambientazioni delle storie che legge, e a chi non ha paura di perdersi nei labirinti (più o meno metaforici) della mente umana!

“Il sole a domicilio” di Angela Longobardi

Non è un mistero quanto io ami la scrittura di Angela Longobardi, e sono abbastanza fortunata da leggerla in anteprima ogni volta che si mette a scrivere una nuova storia. Per “Il sole a domicilio”, pubblicato questo dicembre 2020, non è stato diverso, e stringerlo finalmente in mano nella sua forma finale è davvero una gioia. Proverò a parlarne in modo più obiettivo possibile in questo mio parere, ma avverto che queste sono le premesse della mia recensione.

Trama:
Chiara è una scrittrice famosa, sui social ha migliaia di follower e una vita apparentemente perfetta, ma la verità è che non esce di casa da cinque anni e non ha intenzione di farlo nemmeno per il ragazzo che un giorno si presenta alla sua porta. Preferisce rifugiarsi nei suoi mondi immaginari e nelle canzoni del suo cantante preferito. Roberto, però, ha tutte le intenzioni di diventare il suo sole a domicilio.


Dalla trama di questo libro ci si immagina una tenera storia d’amore con risvolti piscologici e introspettivi. E tutto questo c’è ma – come per ogni altro libro dell’autrice – niente è come sembra.
Sì, perché il gioco de “Il sole a domicilio” è proprio questo: farti credere di sapere tutto, quando in realtà non sai niente. Un po’ come nella vita vera, insomma, dove questa ignoranza può portare a dolori inaspettati ma anche a incredibili felicità. Ecco, questo romanzo è imprevedibile come la vita, e proprio per questo una delle letture migliori uscite quest’anno.

Leggere e scrivere erano due delle uniche cose che la tenevano letteralmente in vita. Non sapeva nemmeno chi sarebbe stata senza i libri, le storie, i personaggi.
Semplicemente, pensava, non sarebbe esistita.

Un tema che mi sta particolarmente a cuore e che viene trattato a mio parere molto bene è proprio quello delle storie. Chiara, la protagonista, scrive e legge per vivere (in senso letterale), ma vive per le storie anche in modi più profondi. A tratti, le storie sembrano tutto ciò che le resta. La sua immaginazione è la fortezza che la protegge dai dolori del mondo, nel bene e nel male, ma è anche ciò che la tiene a galla in un’esistenza che sembra ostinata nel volerla tirare a fondo.
In questo, la storia parla un po’ di tutt noi. Parla di quando leggiamo per fuggire dalla realtà, ma anche di quando leggiamo per capirla. Parla – se scriviamo – del potere incredibile della nostra creatività.
Non solo, queste pagine sono anche pregne di musica. Dei modi in cui le canzoni a volte sanno parlarci e sembrano scritte per noi, e di come ascoltare una canzone possa avvicinare le persone, connetterle le une alle altre, spiegare ciò che sentiamo e che noi stessi non sappiamo spiegare.
E di come, in fondo, le canzoni sono altri modi in cui le storie possono parlare alla nostra anima.

Forse, però, preferiva la realtà alla fantasia, per una volta. Preferiva sapere che da qualche parte, dall’altra parte del mondo, ci fosse qualcuno che si sentiva come si sentiva lei.

Ma veniamo alla sostanza. Il romanzo ruota attorno a Chiara, come detto, scrittrice affermata sui social (e non), che sembrerebbe avere tutto, ma che in realtà combatte ogni giorno la sua guerra personale con la depressione e l’ansia. E proprio su questi aspetti voglio soffermarmi per parlare meglio della caratterizzazione di Chiara. La sua sofferenza, il suo desiderio di stare meglio e la sua paura delle difficoltà che la aspettano per farlo… tutto è descritto in modo eccellente. Senza drammatizzazioni, ma in modo diretto e reale, come sempre vorrei trovare trattati temi così delicati.
Roberto invece è l’opposto: ostinato come il sole che sorge ogni giorno, non ha intenzione di lasciare Chiara da sola e le vuole bene in modo genuino, accompagnandola in un viaggio che – quando tutto viene ridotto all’essenziale – Chiara dovrà fare da sola, perché è della sua salute che si parla.
Ma i personaggi secondari non sono da meno, a partire da Edoardo e Ginevra, che tengono il programma radiofonico preferito di Chiara e che – inconsapevoli – le fanno compagnia nella sua solitudine. Due personalità elettriche in modi molto diversi, a cui ci si affeziona anche nello spazio di poche pagine.
Come sempre, quindi, il punto forte delle storie di Angela sono le persone che le abitano e che le rendono vibranti di vita, con caratteri, sogni, fragilità molto diverse fra loro, ma tutte molto umane.
E i dialoghi sono un riflesso delle diversità dei personaggi, e in ogni scambio fanno emergere le diversità di carattere e le diverse visioni della vita di chi abita queste pagine.

«Vai via, per favore.»
«Ma stai male.»
«Mi passerà, devi solo andare via.»
Chiuse gli occhi, così che almeno non potesse vederlo.

L’ho già accennato, ma lo chiarisco: in questo romanzo non si prendono scorciatoie. L’amore e l’amicizia non guariscono ogni male, non si sta meglio da un giorno all’altro, niente accade fra queste pagine senza motivi ragionati. A tratti, leggerlo è doloroso, commuovente, troppo forte. Ed è questo il bello, perché il libro continua a sorprendere in positivo nei suoi aspetti più difficili così come in quelli più quotidiani.

Sembrava emettere una luce propria. Era come se il sole fosse scappato dal cielo per presentarsi nel corridoio del suo palazzo in periferia.

Consigliato a chi cerca comprensione fra le pagine dei libri e nelle canzoni. A chi sta combattendo una guerra invisibile e vuole sentirsi meno solo. A chi fantastica – forse troppo – per proteggersi dagli urti del mondo. A chi ama le storie che sorprendono.
Insomma, a tutte le persone che hanno bisogno di un po’ di sole a domicilio, visto che siamo stanchi di stare chiusi fra le mura delle nostre case.
Poi c’è il gatto Mono, e solo questo vale una lettura.

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“Carmilla” di Joseph Sheridan Le Fanu

Ho letto questo celebre romanzetto di Le Fanu per la sfida #readingthedarkchallenge, proposta dai profili louchobi e sonosololibri su Instagram. Il prompt per il mese di novembre era la lettura di un’opera gotica pubblicata prima del ‘900 e questa mi è sembrata la scelta più ovvia, visto che la prima pubblicazione risale al 1872, visto che volevo leggerlo da tempo e visto che Violante Rune lo ha letto e consigliato sul suo profilo.

Trama:

Una misteriosa e affascinante fanciulla dal nome Carmilla viene affidata dalla madre alle cure di Laura e del ricco padre, nel loro antico castello in Stiria, isolato e immerso in un paesaggio incantato. Tutti nel castello rimangono affascinati dalla straordinaria bellezza della giovane, ma le sue abitudini insolite e il comportamento enigmatico cominceranno presto a suscitare curiosità e inquietudine. Nel frattempo, un morbo sconosciuto sta mietendo vittime nel villaggio circostante: gli abitanti terrorizzati e superstiziosi temono il ritorno dell’upir, il vampiro che nei vecchi racconti si narrava infestasse quei luoghi.


Partiamo dal presupposto che io non so parlare di classici di nessun tipo senza sentire un pressante senso di inadeguatezza (su cui non mi dilungo, anche se sarebbe un discorso interessante da approfondire). Di certo, quindi, ci saranno molti sottotesti e molti simbolismi che sono sfuggiti alla mia semplice lettura e che richiederebbero uno studio più approfondito di questo piccolo gioiellino.

Vi era, reputavo, una freddezza non consona alla sua età nel suo sorridente, malinconico e persistente rifiuto di accordarmi anche un solo scampolo di quanto di lei non risultasse evidente nella quotidianità del suo prolungato soggiorno presso di noi.

“Carmilla” è un racconto impregnato di mistero e sensualità (tanta, tanta sensualità), in cui l’ambientazione è un contorno inquietante non solo per ciò che di oscuro accade nel castello e nel paese, ma anche per ciò che di oscuro – se così vogliamo definirlo – si agita nell’animo umano.
Specialmente quando si parla di passione.

Quello che io provavo per lei è difficile da spiegare: provavo una forte, illogica attrazione e, allo stesso tempo, repulsione. E tuttavia, nonostante questo ambiguo intimo sentire, l’attrazione prevaleva.

E forse è stato questo a piacermi così tanto, a parte le atmosfere dei luoghi descritti dall’autore. I vampiri sono spesso simboli di sensualità e di ciò che veniva considerato proibito; sono esseri carnali e sanguigni, che rincorrono il piacere senza curarsi di questioni come la moralità o – peggio – la religione. In questo senso, sono naturali più dell’uomo, perché rispondono agli istinti. Naturali come la malattia (è di una malattia, infatti, che si parla in paese), perché come questa infettano e corrompono, almeno secondo la visione del tempo.
Ma se si legge quest’opera con gli occhi di oggi, c’è un che di liberatorio nel modo in cui le vittime rinnegano le restrizioni e si limitano a sentire, provare, abbandonarsi.
Non voglio romanticizzare la coercizione dai tratti soprannaturali che viene raccontata, né ovviamente lo fa mai l’autore attraverso la voce di Laura, ma questo elemento liberatorio l’ho percepito con gli occhi del nostro tempo e lo riporto, con la consapevolezza di tutte le problematicità che comporta.

«Questa malattia che miete vittime ha origini naturali e la natura risponde solo a se stessa, non è così, forse? Da parte mia, credo fermamente che tutto ciò che sta in cielo, in terra e sotto i nostri piedi agisca come natura dispone.»

E di problematicità ce ne sono, per lo più dovute al contesto storico e culturale attorno all’opera. Carmilla affascina giovani donne, instaura rapporti intimi e appassionati fatti di dichiarazioni d’amore e di intimità fisica, e quindi il suo ruolo deve essere – per le logiche del tempo – quello dell’antagonista. Deve rappresentare il male. Così come deve andare incontro a un destino non proprio fortunato chi cede alle sue lusinghe. È il motivo per cui abbiamo avuto (e abbiamo ancora oggi, purtroppo) molti antagonisti queer-coded, ossia con un più o meno pesante sottotesto queer a caratterizzarli, nonché il terribile trope bury your gays che vede i personaggi queer cadere come mosche in libri, serie e film. Insomma, questo approccio ha lasciato un’eredità pesante da superare.
Ecco, tutto questo c’è, ma leggendo l’opera oggi non si può che provare tutt’altro. C’è del fascino malinconico nella figura di Carmilla e c’è una certa tristezza nel modo in cui il racconto si conclude. Passione e morte come due estremi legati dalla figura del vampiro, che li abbraccia senza rimorsi di coscienza, fino in fondo.

«La vita e la morte sono condizioni misteriose e sappiamo ben poco di entrambe.»

Non bisogna aspettarsi una storia piena di colpi di scena e con un ritmo serrato. Sono certa che al tempo avrà lasciato molti a bocca aperta, visto anche di quanto ha preceduto altre celebri narrazioni sui vampiri, ma oggi gustarlo credo possa lasciare tutt’altro stato d’animo. A me ha lasciato addosso solo una leggerissima inquietudine e, come ho detto, una certa malinconia.

«Voi siete mia, sarete mia, noi saremo una sola cosa, sempre.»

Insomma, consigliato a chi vuole leggere un piccolo racconto gotico dalle atmosfere buie e languide, non tanto per i risvolti inquietanti quanto per le dinamiche fra i personaggi e le bellissime dichiarazioni “d’amore e morte” di Carmilla.

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“Silver in the wood” di Emily Tesh

Lo ammetto, in questo periodo mi sto lasciando influenzare. Seguo canali e profili e blog e lascio che le letture altrui influenzino le mie. Non è sempre un’imitazione: a volte m’invaghisco di un titolo che all’influencer non è piaciuto poi troppo. È il caso di “Silver in the wood” di Emily Tesh, pubblicato nel 2019. Un romanzo breve che potete trovare in inglese su Amazon.

Trama:
There is a Wild Man who lives in the deep quiet of Greenhollow, and he listens to the wood. Tobias, tethered to the forest, does not dwell on his past life, but he lives a perfectly unremarkable existence with his cottage, his cat, and his dryads.
When Greenhollow Hall acquires a handsome, intensely curious new owner in Henry Silver, everything changes. Old secrets better left buried are dug up, and Tobias is forced to reckon with his troubled past—both the green magic of the woods, and the dark things that rest in its heart.


Come sempre, partiamo dalla copertina: non mi vergogno di ammettere che è uno dei motivi principali per cui ho deciso di acquistare questo libro, oltre alle atmosfere che prometteva e alle tematiche lgbt+ presenti. Ha qualcosa che mi ha catturata dall’inizio e la trovo perfetta per quello che si trova fra le pagine del libro, con quel profilo di un uomo tutt’uno con la natura.

«Is that what you did?» said Bramble. «You are much bigger than any other human. Did you plant yourself?»
Tobias caught his breath on a painful laugh. «Not exactly,» he said. «But maybe that’s close enough.»

Per il contenuto del romanzo, invece, sarò di certo più breve che in altre occasioni. Faccio più fatica a valutare la bellezza stilistica di una lingua che non è la mia e che non leggo abbastanza, per quanto la capisca senza problemi. La scrittura di Emily Tesh trova però un innegabile punto di forza nelle atmosfere che riesce a richiamare, nella costruzione di immagini vivide della natura e del soprannaturale che vi è legato. I dialoghi sono verosimili, le descrizioni si intrecciano bene con le azioni, le gestualità richiamano alla perfezione i personaggi. Inoltre, da amante delle scene che si chiudono in modo incisivo, non ho potuto fare a meno di notare e apprezzare questo particolare per tutto il corso del romanzo breve.

A long, long time, that was what. A long time, whispered the low rustle of the breeze in the leaves outside. A long time, sang the drip-drip-drip of rainwater, softly, as Tobias sat clear-eyed and sleepless in the dark, listening to the wood.

La dinamica fra i personaggi è una delle mie preferite, fatta di differenze e resistenze. Tobias, il guardiano del bosco, è un uomo silenzioso tanto quanto è grande, dai gesti e dalle parole misurate alla perfezione; Silver è giovane, pieno di curiosità verso il soprannaturale, istintivo e, a tratti, spericolato.
E, se questa caratterizzazione aiuta a immedesimarsi e desiderare di sapere come finirà la storia, ciò che mi ha davvero attratta in “Silver in the wood” è il modo in cui le atmosfere sanno farsi inquietanti. Non si tratta mai di vera paura e, perfino quando vengono descritti dettagli macabri, non c’è mai orrore; piuttosto si ha la continua sensazione che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato e oscuro ad abitare dentro Greenhollow.

Time had softened around him the way it so often did. Maybe that was the wood’s version of pity.

La storia inizia piano, quasi in punta di piedi, come a restituire al lettore la quiete del bosco, ma si lascia divorare in fretta quando gli eventi vengono messi in moto. Mi sono ritrovata a volte commossa dal punto di vista di Tobias, a volte spaventata per il destino dei personaggi, a volte in ansia per ciò che incombe voltata la pagina. E, per quanto la storia possa risentire di un’eccessiva linearità, non sono mancate le pieghe inaspettate in grado di sorprendermi.

«I still say all’s well that ends well.»
Silver laughed suddenly. «Of course you do. You must be the most forgiving man alive.»

Insomma, consiglio questo romanzo breve a chiunque voglia una storia atmosferica, un po’ inquietante, con personaggi interessanti le cui vicende si intrecciano con il soprannaturale che abita il bosco, nel bene e nel male.

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“Fornace” di Livia Llewellyn

Le edizioni Hypnos pubblicano e importano romanzi particolarissimi, di genere fantastico e weird (recuperando classici o pubblicando voci moderne) e le ho scoperte grazie alla passione del mio ragazzo per questi generi.
Ho preso in prestito proprio dalle sue letture il libro “Fornace” di Livia Llewellyn (uscito nel 2016 e pubblicato in italiano nel 2018) perché volevo leggere qualcosa di adatto alla stagione. Lo potete trovare sul sito della casa editrice, negli store online e nella vostra libreria di fiducia.

Trama:
Dopo gli oscuri recessi di Obsidia in “Profondità”, torna Livia Llewellyn con la sua raccolta di racconti più importante, quattordici storie che si insinuano nei più profondi e torbidi meandri dell’essere umano, con una prosa oscura, commovente e disturbante, come una lama che affonda nella carne, in un cruento e sensuale viaggio sulla scia di autori quali Edgar Allan Poe, Clive Barker e Caitlín R. Kiernan.


Scrivere una recensione per “Fornace” è un po’ un’impresa. Prima di tutto perché è un genere che non ho mai, mai letto: è il mio primo romanzo weird e, come dicevo al mio ragazzo, temo di essermi buttata di testa da una scogliera quando sarebbe stato meglio iniziare gradualmente a immergermi dalla spiaggia.
Secondo, perché “Fornace” è… un’esperienza.

Lo chiamiamo il sorriso delizioso, perché stiamo per trovare qualcosa di strano e delizioso, per lacerarlo e prosciugarlo. È un’altra cosa che fa impazzire i nostri genitori, perché non sembra per niente un sorriso.

Partiamo dall’aspetto, come sempre. Le edizioni Hypnos sono particolarmente curate, da questo punto di vista, e qui esprimono tutta la capacità di inquietare. Ho dovuto tenere il libro voltato quando lo posavo da qualche parte perché far cadere lo sguardo sulla copertina rischiava di spaventarmi ogni singola volta.
Ma all’interno non si trova horror immediato come la copertina suggerirebbe, né racconti che è facile descrivere e circoscrivere. Leggere “Fornace” è leggere un weird erotico, fisico, disturbante.

C’è un certo modo in cui un frutto comincia a raggrinzire e appassire, collassa su se stesso attorno ai bordi di un’ammaccatura comparsa improvvisamente, emanando l’aroma dolciastro e nauseante della decomposizione e della morte, che sempre attrae affamate creature striscianti.

L’autrice sperimenta con forme e stili in ogni racconto, senza mai abbandonare una certa liricità da cui sono stata subito rapita e che trovo il punto forte della raccolta. Il più ardito in questo senso è “E l’amore non avrà alcun dominio”, mentre il più squisitamente decadente è “Fornace” (il mio preferito, anche se è una dura lotta).
Il linguaggio che Llewellyn utilizza si semplifica dove necessario, si fa abrasivo e volgare quando vuole colpire alla pancia, poi quasi oscuro se l’intento è inquietare, per diventare estremamente evocativo quando il singolo racconto lo richiede. Così leggere “Fornace” è stato come essere vittima di un esperimento il cui scopo era comprendere quanto potere hanno le parole. Potere di suscitare emozioni vivide e immagini concrete. Potere di inquietare. Potere di disgustare.

Cieli kodocromatici trapunti di stelle sussurrano emissioni radio tra strizzatine d’occhio attraverso le terre verde velluto.

E, per restare in tema di disgusto, quando leggo una raccolta di racconti mi piace scovare il filo conduttore, i temi su cui chi scrive ritorna e che – forse – sono un po’ le note distintive della sua voce. Qui i racconti sono collegati fra loro da un erotismo disturbante e corporeo, che spesso mi ha chiuso lo stomaco. Il primo racconto, “Panopticon” è forse quello più estremo sotto questo punto di vista, quasi messo lì per scoraggiare le persone facilmente impressionabili quando si tratta di sesso, perversione e fisicità.

Piccole venature blu e nere si diffondono dai margini dei morsi, una rete che si allarga sotto il suo sguardo, impercettibilmente lenta ma costante. Attorno alle linee, la carne fiorisce in un tenue grigio pallido.

Ma un altro fondamento è la donna, posta al centro di tutti i racconti, che non è una donna sminuita anche quando è vittima dell’orrore, non è ridotta alla bidimensionalità anche quando i racconti sono brevi e pregni di accadimenti, non resta mai negli spazi che la società o la morale o la visione maschile vogliono imporle. È una donna sì sessuale, ma non sessualizzata.
Sono protagoniste mosse prevalentemente dalla loro curiosità (“Cinereo” o “Alla corte di re Cupressaceae, 1982”, per fare due esempi evidenti), o dalla necessità di liberarsi di una realtà opprimente e ripetitiva per ottenere ciò che desiderano (“Alloctono” o “Signore della caccia”) o sono protagoniste che si rifiutano di subire un destino che trovano ingiusto (“I misteri” ma anche “L’ultima pulita, luminosa estate” con la sua chiusa finale da brividi).
L’unico racconto che – da questo punto di vista – perde un po’ questa forza è “L’irraggiungibile”, che non mi ha convinta e che risente di problematicità forse meno consapevoli di tutte le altre presenti nella raccolta. Un peccato, insomma, chiudere con il racconto che ho trovato meno efficace, ma un piacere arrivare fino a lì e godermi il viaggio.

«Sono tenuto ad avvertirla: il suo corpo cambierà. La sua mente cambierà. E sarà doloroso.»
«Sono una donna. È sempre doloroso.»

Ma non è solo erotismo disturbante, quello che mi sono trovata per le mani. I tratti weird, da quello che posso intuire con la mia scarsa esperienza del genere, sono tutti presenti. Semplicemente vengono declinati e piegati alle esigenze delle singole storie e dei singoli personaggi. I significati, se esistono, sono nascosti o molteplici, le interpretazioni tutte a carico di chi legge, il senso di smarrimento una costante a cui il lettore è sapientemente sottoposto. Per una persona come me, sempre abituata a trovare il senso in quello che leggo, questo libro ha richiesto uno sforzo consapevole per riadattare la mia forma mentale.

E la vita non ha ruotato abbastanza attorno a cose fuori dai suoi desideri, attorno ai desideri di altri e al prezzo che pagano perché lei li avveri?

Insomma, una raccolta di racconti che non è per tutti e che va approcciata con attenzione, ma che può trasportarvi in un viaggio incredibile, se finisce per fare al caso vostro com’è capitato a me!

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“Ipnagogica” di Christian Sartirana

Ho già avuto modo di parlare della casa editrice Acheron Books nella mia recensione di Nightbird, quindi oggi voglio raccontare di un altro loro titolo, preso sempre nella stessa occasione del precedente (ricordate, quando le fiere del libro esistevano e potevamo girare per gli stand? ecco). Si tratta di “Ipnagogica” di Christian Sartirana, una raccolta di racconti pubblicata nel 2017 che potrete acquistare in ebook sul sito dell’editore e sugli store online, visto che il cartaceo sembra esaurito un po’ ovunque (ma dovrebbe tornare disponibile).

Trama:
Cinque racconti horror che vi condurranno lungo le strade perdute del Piemonte da incubo di Christian Sartirana, dove si incrociano fantasmi di vecchi carri funebri, bambini con gli occhi cuciti, porte che si aprono su luoghi sbagliati, e mani deformi dotate di vita propria…


Iniziamo dalla mia storia con il genere. Verso l’horror non ho una particolare opinione: non è il mio genere preferito e i libri dell’orrore che mi restano dentro sono spesso quelli molto umani e molto viscerali; però amo profondamente le raccolte di racconti e sono uno dei formati che ad oggi preferisco leggere in assoluto.
Quindi “Ipnagogica” parte avvantaggiata, ma viene anche aiutata dalla copertina (credo di poter dichiarare che la Acheron centri sempre il bersaglio, da questo punto di vista). Nonostante il soggetto principale riguardi uno dei racconti che meno mi ha colpito della raccolta, la copertina richiama i temi delle storie alla perfezione ed è “tutta da scoprire”, con piccole scritte che richiamano luoghi e nomi dei racconti.

Enzo avanzò a tastoni sul pavimento chiazzato di ombre. L’oscurità si condensava sotto i mobili, ondeggiando come qualcosa di liquido.

Ma veniamo a ciò che conta davvero: il contenuto.
Ipnagogica è scritto in modo semplice e scorrevole, senza abbellimenti ed escursioni stilistiche. Forse, qua e là, è una scrittura un po’ troppo asciutta per i miei gusti, ma arriva dritta al punto e non si risparmia di creare immagini intense e atmosfere cupe, anche grazie alla descrizione dei luoghi e alla trasposizione delle sensazioni provate dai personaggi.

Tutti i volti avevano la medesima faccia. Vale a dire nessuna.
Superfici lisce, solcate soltanto da ombre di vuoto e incapaci di qualunque piega emotiva.

I cinque racconti della raccolta sono molto variegati e toccano un po’ tutte le atmosfere dell’horror, dalle metamorfosi ai fantasmi, dalla stregoneria al weird. Il vero punto di forza, la vera originalità, l’ho però riscontrata nell’ultimo racconto, “La memoria della polvere”. Fortemente legato al territorio di Casale Monferrato e alla sua storia, in questo racconto l’atmosfera si fa malinconica in modo quasi opprimente e il senso di sconforto e rassegnazione è palpabile. Non mi ha inquietata come hanno fatto, per esempio, “La porta” o “Una collezione di cattiverie” (il più efficace, secondo me, sotto questo punto di vista), ma è quello che mi ha lasciato dentro di più e che dà la giusta chiusa alle tematiche che si susseguono nei diversi racconti.

«C’è un’atmosfera pesante, non dirmi che non l’hai sentita anche tu. L’aria puzza come in una soffitta. Mi sembra di respirare la polvere.»

Come per tutte le raccolte, infatti, è possibile trovare un certo filo conduttore. Non è per forza lampante, spesso è frutto dei temi cari agli autori, ma c’è sempre qualcosa che lega le diverse storie. Qui, per esempio, è la mentalità ristretta che si associa tradizionalmente alle piccole cittadine, è il pettegolezzo, è il giudizio nei confronti degli altri, è l’apparenza da famigliola perfetta che si disgrega rivelando gli orrori che si nascondono dietro le facciate provinciali.

Ho sentito che si è ammazzata.
Chi te l’ha detto.
Il solito…
Palle! Sul giornale c’è scritto che è stato un incidente…
Risata.

E per dar luce (o, meglio, ombra) a questo tema portante, i personaggi dovrebbero avere un ruolo chiave. Ecco, vista la mia preferenza per le esplorazioni (eviscerazioni?) umane, ho sentito un po’ la mancanza di una caratterizzazione più intima degli esseri umani messi al centro di queste storie. È forse l’unico punto che considererei davvero debole di questa raccolta: si dedica dello spazio al vissuto delle famiglie, alle motivazioni di un trasferimento, ai fatti nudi e crudi che hanno preceduto il momento della narrazione, e poco a tratteggiare in modo efficace “chi siano” questi personaggi. Si tratta sempre di racconti, però, e a volte non è semplice riuscire a rimandare una personalità in uno spazio così ridotto, soprattutto se – come in questo caso – si predilige l’azione, l’atmosfera e la descrizione di luoghi, immagini e sensazioni.

«C’era sui giornali. Genitori abbandonano la figlia che muore soffocata nella culla…»
«Soffocata?»
«Sì, con un lenzuolo in bocca. Se l’è ingoiato per la fame, credo».

Quindi, ciò che a me non ha convinto del tutto potrebbe essere proprio ciò che appassiona un amante dell’horror, che troverà in questa raccolta esattamente quello che sta cercando. Se vi piacciono i racconti inquietanti e atmosferici, scritti in modo scorrevole, in cui le situazioni e gli avvenimenti sono il fulcro dell’orrore, allora questa raccolta potrebbe proprio fare al caso vostro!

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