“Il pittore scozzese” di F. Sanders

Sono secoli che non recensisco qualcosa per bene, ma se c’è un libro che se lo merita è “Il pittore scozzese” di F. Sanders, uscito a febbraio di questo 2026 per Triskell Edizioni.
Un romanzo che è stato un viaggio, letterale e metaforico, che mi ha sfiorato l’anima con la sua delicatezza e la sua intensità e che mi ha regalato due dei personaggi che porterò nel cuore per sempre.

Trama:

Due anime ferite, una terra selvaggia e un viaggio che cambierà per sempre i colori del loro destino.
Dopo la perdita del padre e intrappolato in una vita che non gli appartiene, Callum decide di abbandonare le certezze dell’alta società romana per rifugiarsi tra le Highland scozzesi. Il suo obiettivo è semplice: ritrovare se stesso e quel legame spezzato con le proprie origini. Non immagina, però, che il destino lo metterà sulla strada di Keithen, un poeta girovago dal cuore libero, un Golden Retriever randagio e un’auto in panne.
Quello che inizia come un semplice passaggio si trasforma in un’avventura attraverso paesaggi mozzafiato, dove il silenzio di Callum incontra l’esuberanza di Keithen. Ma mentre il loro legame si approfondisce, i fantasmi del passato e le insicurezze sulla propria identità iniziano a riaffiorare. Riusciranno a superare le barriere che hanno costruito intorno ai loro cuori per concedersi la possibilità di un nuovo inizio?


Partiamo da un punto a cui tengo molto, sia perché sono particolarmente fiera del lavoro che abbiamo fatto, sia perché getterà luce sulla profondità del mio affetto per questa storia. La cover e le illustrazioni interne sono opera mia. È stato uno dei lavori più belli, perché mi ha permesso di conoscere Flavia e la sua penna. Detto questo, non parlerò bene di questo romanzo solo per il mio coinvolgimento, no. Ne parlerò bene perché è genuinamente un bel romanzo, scritto con un’immediatezza che trasforma subito la parola in immagine, che però non si risparmia quando c’è da emozionare o descrivere. Ne parlerò bene per il modo in cui tratta i suoi temi e per il modo in cui sono caratterizzati i suoi personaggi. E ne parlerò bene per le dinamiche non solo romantiche, ma anche di amicizia e familiari, nonché per il rapporto con l’interiorità di ognuno, con il passato pieno di fantasmi e il futuro pieno di dubbi.

«Non si è mai troppo vecchi per fare quello che si vuole. Per essere chi si vuole. […]»

Ma entriamo nello specifico. La penna di Flavia è stata una boccata d’aria fresca. Ne sto leggendo di libri belli, ma questo è arrivato in un momento in cui avevo proprio bisogno di mettermi in viaggio, scoprire posti nuovi, abbandonarmi a un’avventura, un po’ come per Callum e Keith. Le descrizioni dei luoghi sono davvero vivide, così come sono vivide le interiorità dei personaggi. La Scozia è a tutti gli effetti una dei protagonisti e l’amore per questa terra viene fuori da ogni singola pagina e da ogni singolo luogo che i due ragazzi visitano nel loro viaggio on the road. Ho segnato e amato così tante frasi da poter riempire di citazioni tre recensioni, e so già che sceglierne solo una manciata per questa sarà difficile.

A volte, incontrava qualcuno che diventava speciale per lui, ma alla fine, per un motivo o per un altro, non durava mai. Era abituato a dire addio, eppure, in quel momento, staccarsi da Cal gli risultò difficile.

Ma il vero punto di forza sta nei due personaggi principali. Callum che ha appena perso il padre e parte alla ricerca di se stesso, seguendo una scia lasciata in eredità proprio dal genitore che è appena mancato. Keith che è in viaggio da tempo, che non si ferma mai, e che – proprio come Callum – ha iniziato quel viaggio perenne in risposta a una perdita. A unirli non solo la coincidenza di trovarsi nel momento giusto e nel posto giusto, ma la ricerca di sé, del proprio posto nel mondo, di un futuro possibile. E, ancora, la paura dei propri fantasmi interiori e delle loro inadeguatezze.

C’era una tale fragilità nel suo sguardo che faceva venire voglia a Keith di proteggerlo; eppure, aveva notato in lui anche una forza che a volte premeva per venire a galla. Cal era una contraddizione vivente e questo lo rendeva la persona più interessante che avesse mai conosciuto.

C’è un mondo di temi legati a questi due stupendi personaggi e alcuni li ho amati in particolare. Se ogni tanto si leggono le mie recensioni, è evidente la mia passione per due argomenti nello specifico: il rapporto con la famiglia e l’elaborazione della perdita. Ecco, in questo romanzo ho trovato quello che vorrei sempre, quando si parla di questi due argomenti così diffusi ma anche così difficili. C’è la profondità di entrambi, la loro importanza, ma ci sono anche una cura e una delicatezza stupende nell’affrontarli. Non è drammatizzato nulla, perché il racconto accompagna per mano alla scoperta anche delle oscurità.
C’è poi la demisessualità di Callum, che è uno dei punti fondamentali nell’arco del suo personaggio, trattata con tutta la cura e la serietà che un argomento del genere richiede.
E poi c’è anche la salute mentale, che è strettamente legata a tutte le altre tematiche e qui è fatta di piccoli gesti, di momenti, di pezzi a volte minuscoli che servono a comporre un tutto realistico e solido.

Lì c’era la sua famiglia, c’erano le persone più importanti per lui. E per la prima volta dopo cinque anni passati a rincorrere non sapeva nemmeno lui cosa, si sentì di nuovo a casa.

Infine non posso non parlare della relazione romantica fra  Keith e Cal. È una storia che si avvia piano, in punta di piedi, fatta di comprensioni reciproche, di accettazione e del modo in cui due persone sanno farsi crescere a vicenda, dicendo verità a volte scomode e abbracciandosi quando le parole non bastano. È stata di una tenerezza incredibile, ma non sono mancate né le risate né i momenti più intimi. Così come non sono mancate le lacrime!

«Sì. Possiamo essere coraggiosi.» Dopo un attimo, con più determinazione, aggiunse: «Insieme.»

Insomma, potrei parlarne per ore ed entrare in dettagli che temo rovinerebbero l’esperienza di questo viaggio, così mi limito a consigliarlo a chi cerca storie delicate ma intense, a chi apprezza personaggi verosimili da cui sentirsi rappresentati, e a chi vuole nei suoi romance anche temi importanti, trattati con rispetto e delicatezza.
Per me è stato un viaggio bellissimo!

“La voce di Balavat” di Francesca Zuccato

Ho iniziato questo 2025 con tutta una serie di progetti che probabilmente crolleranno a marzo (sì, sono ottimista) e fra questi c’è quello di leggere tematicamente di mese in mese per conoscermi meglio come lettrice. Quindi ho iniziato l’anno con il fantasy e, nello specifico, con “La voce di Balavat” di Francesca Zuccato, primo libro di una trilogia, uscito per Triskell Edizioni alla fine dell’anno scorso.
Una storia che parla di ricordi, manipolazione, verità e bugie in un setting dal sapore distopico vissuto attraverso gli occhi di tre personaggi diversissimi fra loro.

Trama:
Remmy è una Vendifumo, grazie alla sua voce, riesce ad alterare i pensieri delle persone. Non ricorda il suo passato, forse è l’ultima della sua gente, quelli come lei sono stati sterminati dall’esercito del generale Ivanov. Scaltra e svelta, vive alla giornata, sempre in fuga da una città all’altra per far perdere le sue tracce.
Complice un attimo di distrazione, Remmy cade nelle mani di Yoel Braun e Albios Crane, due soldati appartenenti all’ordine dei Quietatori, i nemici giurati di tutti i Vendifumo. Remmy teme di avere le ore contate, ma i due uomini le rivelano che non la vogliono uccidere. Anzi, hanno bisogno del suo aiuto per una missione segreta da cui dipende la sicurezza di tutta la Nazione.
Ha inizio un viaggio durante il quale il confine tra realtà e menzogna si fa labile. Remmy si ritrova a mettere in discussione tutto ciò in cui ha sempre creduto, persino se stessa.


La storia viene raccontata in prima persona proprio dai tre protagonisti – Remmy, Yoel Braun e Albios Crane – partendo da un prologo criptico che troverà il suo senso solo con il procedere della storia, per arrivare poi a un finale che preannuncia un secondo volume pieno di snodi interessanti.
Secondo me, Francesca Zuccato ha trovato un equilibrio perfetto fra uno stile semplice ed efficace e le voci dei singoli personaggi, con le loro caratterizzazioni e i loro diversi punti di vista. Non mancano i passaggi atmosferici, soprattutto quando la storia si sofferma sui suoi temi interessanti – certi dialoghi hanno davvero un forte impatto – e sulle ambientazioni, ma in generale è stata una lettura scorrevole che ho divorato in pochissimo tempo.

«È giunto il momento di stabilire la verità,» iniziò l’Allodola, «la Nazione reclama i tuoi servigi.»

Tutti i personaggi mi sono piaciuti molto e hanno trovato un posto speciale nel mio cuore. Il loro passato li plasma e li rende le persone che sono, e più ne scopriamo, più le loro scelte e le loro prospettive ci diventano familiari. Sono verosimili e, proprio per questo, moralmente grigi (perfino il più integerrimo fra loro), aspetto per me fondamentale nelle storie che leggo.
Non voglio svelare troppo, perché credo che conoscere pian piano i protagonisti sia una delle parti più belle di questa lettura, ma in particolare mi è molto piaciuto come la mancanza di ricordi abbia plasmato Remmy e come questo abbia un impatto sull’evoluzione futura del personaggio.
Remmy e Yoel sono, però, due giovincelli, mentre io sono una millennial stanca della vita, quindi non potevo che innamorarmi di Albios Crane. Ho amato il momento in cui è stato finalmente rivelato il suo vissuto, ho amato scavare nelle ferite sotto l’armatura fatta di gelido senso del dovere e della sua divisa da Quietatore, ho amato seguire (e scoprire) il suo rapporto con gli altri personaggi. Se non per tutto il resto c’è che di interessante in questo libro, di certo consiglio la lettura anche solo per questo personaggio!

«Ma imparerai presto,» continuò il Falco, «che per ogni verità esiste anche un’eccezione.»

Ma non sono qui solo a fangirlare su Albios Crane (forse).
Quindi parliamo dell’unica parte che forse ho sentito meno in questa bellissima storia – ma l’attribuisco al mio essere una vecchia cinica a cui piace più la sofferenza dell’amore – ossia la principale sottotrama romantica. Soprattutto all’inizio, infatti, non ero particolarmente coinvolta dall’evolversi della relazione, e vi ho preferito gli altri tipi di dinamica che Francesca Zuccato è stata così abile a intrecciare: il ruolo da mentore di Crane nei confronti di Yoel (e in generale), l’antagonismo fra Remmy e i due Quietatori, la sfiducia mista a curiosità fra i due giovani del gruppo, i giochi politici fra i potenti di Balavat.
Non per questo, però, ho trovato la sottotrama romantica scritta male. Anzi. Si prende il giusto spazio, si evolve con naturalezza, è basata sulle interazioni fra i personaggi, sui punti di contatto che si creano, e soprattutto va in una direzione che ho davvero apprezzato e che non vedo l’ora di seguire nei prossimi volumi (quindi direi che alla fine mi ha comprato). In più, parlando di sottotrame romantiche in generale, la storia non mi ha affatto delusa!
Ma non posso rivelare altro…

Il mondo spietato che esisteva là fuori si insinuava anche nei più piccoli istanti di felicità, li incrinava e, a volte, li mandava in frantumi.

Quindi passiamo ai temi della storia, dove le influenze distopiche si fanno sentire. Ho trovato interessantissima la premessa dei Vendifumo e del loro potere di manipolare i pensieri, perché è stratificata fin dalle prime pagine: hanno diritto di esercitare il loro potere (e di esistere)? e che dire della propaganda continua che arriva dagli altoparlanti di Balavat, allora? qual è il ruolo delle bugie e della verità in questo mondo che è così tanto plasmato da questa opposizione? che cosa saranno disposti a compromettere i personaggi per mantenere l’equilibrio prestabilito e cosa sacrificheranno se, al contrario, vorranno rivoluzionare lo status quo?
Ecco, non sono stata affatto delusa dall’evolversi di tutte queste premesse: i temi portanti non vengono banalizzati ma anzi esplorati in tutte le loro complesse sfumature (spesso acquisendone pure di nuove), anche grazie ai tre punti di vista così diversi attraverso cui vengono filtrati.
In più non mancano temi meno “evidenti” e più intimi che ho comunque apprezzato molto: l’eccellente rappresentazione queer (sì, anche bi), la fedeltà cieca in contrasto con la fiducia guadagnata, il ruolo della famiglia nel definire chi siamo, il contrasto fra predestinazione e scelta del proprio percorso, il modo in cui revisioniamo il passato perché aderisca alla nostra narrazione, e quindi quanto il passato sia soggetto a manipolazioni non solo volontarie.
Ho pianto per tutto questo a un certo punto?
Sì.
Sì, ho pianto.

Nessuno poteva sapere se le cose che dicevo fossero verità o finzione: il passato di una persona esisteva solo nella memoria e non c’era modo di dimostrare se fosse vero o falso.

L’ambientazione, poi, è un riflesso continuo di questi temi (e io apprezzo sempre quando tutti gli elementi di una storia comunicano fra loro): gli altoparlanti che trasmettono la loro propaganda, i residui della guerra in giro per la nazione, il modo in cui i ricordi sono intrecciati ai paesaggi e non riguardano solo gli individui ma intere regioni di Balavat e della loro storia. Le descrizioni per me sono sempre magia, e leggendo potevo quasi vedere lo scenario scorrere al fianco dei protagonisti.
In più, chiunque conosca anche un minimo cosa mi cattura in un romanzo sa della mia passione per le simbologie, per le frasi ricorrenti che hanno un peso importante, per tutti quei piccoli dettagli che cuciono insieme i significati di una storia. “La voce di Balavat”, ovviamente, non fa eccezione.

L’amore per Balavat era un sentimento fondamentale per poterla difendere al meglio, e anche io provai a guardare le valli e i fiumi del nord con la stessa reverenza. In loro, però, non riuscii a trovare il fascino inebriante del mio deserto.

Consiglio questa storia a chi legge fantasy e distopico ma anche a chi – come me – non ne mastica poi tantissimo, a chi è alla ricerca di temi complessi che non vengono semplificati e a chi apprezza protagonisti definiti (o indefiniti) dal loro passato, grigi perché grigia è la vita all’interno del mondo della storia, e infine a chi non disdegna un po’ di sana queerness di sottofondo e non ha paura di amare Albios Crane (io, io non ho paura)!

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