5 (inusuali) LEZIONI SULLA SCRITTURA IMPARATE DALLE SERIE TV

Lo so cosa state pensando: è una scusa per guardare le serie tv invece che scrivere. E sì, in parte avete perfettamente ragione. In parte, però, si può anche usare un appassionante passatempo come le serie tv per imparare qualcosa, traendo dell’utile dal dilettevole.
No, d’accordo, è solo una scusa.

Ho scritto “inusuali” perché anche le serie si scrivono, proprio come i libri, ma quelle che ho elencato non sono le classiche lezioni su trama e personaggi, quanto un punto di vista forse un po’ più personale.
Quindi, se siete reduci da una maratona su Netflix che vi ha fatto dimenticare anche come vi chiamate, ecco cos’ho imparato sparandomi ore e ore di episodi.

1 – Scrivere per scrivere (Hannibal)

Cercherò di essere abbastanza superficiale da farla breve. Viviamo in un’epoca in cui il messaggio che si lancia con un’opera creativa è importante. Non c’è modo di nascondersi da questa realtà. Io sono sempre un po’ perplessa davanti all’accostamento fra un prodotto artistico e la morale, perché non credo che i due campi abbiano molto in comune. Certo, ricordando sempre che l’autore deve sapere quando sta infrangendo qualche “regola morale”, deve esserne consapevole, per usare questa infrazione nella sua opera in modo fruttuoso, interessante e – perché no – intelligente.
Una delle lezioni che ho imparato da Hannibal è questa: ricordarsi che l’obiettivo, quando si scrive, è produrre qualcosa che abbia valore creativo e/o che intrattenga. Formulandola meglio: scrivere non ha obiettivi, non ha scopi che non siano altro che lo scrivere e il farsi leggere. Perché, per quanto si possa dire “scrivo per me” è anche vero che un’opera diventa tale nell’atto della fruizione, ossia quando qualcuno la legge o guarda.
Non fatevi scrupoli a rendere affascinante un seriel killer cannibale, quindi, se lo fate con la consapevolezza che si sta parlando di un serial killer cannibale.
È finzione, non è realtà.

2 – Un po’ di rappresentazione non fa male a nessuno (Sense8)

Se è vero che un’opera, per quanto mi riguarda, non deve obbligatoriamente farsi carico di messaggi morali, è anche vero che un po’ di varietà non guasta. Non tanto per la giustizia sociale che questo comporta (tematica rilevante che qui non approfondisco), quanto perché l’arte riflette il mondo e la scrittura non è da meno. Quando leggo romanzi in cui ogni singolo personaggio è bianco e etero sento che manca qualcosa, anche solo per il fatto che il mondo che mi circonda non è fatto solo di eterosessuali caucasici, la mia cerchia di amici non è fatta solo di eterosessuali caucasici, la mia città non è popolata solo da eterosessuali caucasici. Sense8 ha fatto un lavoro magistrale, a mio parere, da questo punto di vista, inserendo personaggi di ogni etnia, estrazione sociale, sessualità e genere senza che ciò risulti forzato o per il solo scopo di rappresentare.
Insomma, ci siamo capiti: si può scrivere guardandosi anche attorno, non solo dentro.

3 – Non trattare da stupidi i tuoi lettori (Sherlock)

Lo so, questa è un po’ acida. Il problema è che, a un anno dalla messa in onda della quarta stagione, ho tirato un po’ le somme e ho capito che il mio problema con Sherlock ha radici più profonde della pessima, ultima serie. Sì, perché quando si scrive, il lettore non dev’essere trattato come un idiota, soprattutto se lo abbiamo spinto noi alle conclusioni a cui arriva, se l’abbiamo punzecchiato e gli abbiamo rifilato indizi su indizi per farlo arrivare a specifiche domande. Non possiamo lamentarci se si interessa a uno specifico punto della nostra trama, se siamo stati noi a dare attenzione a quel punto della trama; né ci possiamo lamentare se riceviamo critiche per non aver spiegato un passaggio, quando siamo stati noi a creare aspettative su quel passaggio e, di conseguenza, sulla sua spiegazione. Dobbiamo essere consapevoli di quello che scriviamo, consapevoli di dove vogliamo andare a finire, consapevoli di dove stiamo facendo focalizzare l’attenzione del lettore. Altrimenti stiamo scrivendo per il puro gusto di continuare a punzecchiare e, quando sarà il momento di tirare le somme, non avremo niente su cui costruire le nostre conclusioni.

4 – Non aver paura di evocare (The OA)

Si ha sempre un po’ paura di risultare pretenziosi quando si cerca di evocare invece che di descrivere e narrare. O, almeno, io vivo questo contrasto interiore (suono come un poeta maledetto, lo so). Ecco, secondo me non è sbagliato, nelle giuste dosi, rifarsi all’evocazione. In questo senso The OA mi sembra un ottimo esempio, tanto che Netflix ha fatto ruotare l’intero trailer della serie sull’incapacità di spiegarne il contenuto, nonostante il contenuto ci sia eccome. Fra sogni, memorie, narrazioni, The OA mi ha ricordato che scrivere può anche voler dire sperimentare, lasciarsi andare, superare i limiti di quello che è tradizionalmente accettato e regolato, per poter trovare i propri spazi e, in questo processo, magari scoprire anche la propria “voce”.

5 – Qualità prima di tutto (Supernatural)

Da Supernatural si possono trarre centinaia di consigli, che possono essere riassunti con un “fai il contrario di quello che fanno gli sceneggiatori di Supernatural e vai sul sicuro” (d’accordo, anche questa era acida). Difatti ho continuato a pensare a quale lezione, fra le molte che la serie può dare, infilare in questa lista inusuale. Clizia ha suggerito anche un sempre vero “non uccidere personaggi che non sai dove infilare”, che cito perché lo reputo uno fra i migliori consigli estrapolabili dagli episodi (qui un mio video in proposito, perché se non mi auto-pubblicizzo almeno una volta poi passo per una persona decente).
Il fatto è che, fra tutte le lezioni, quella che preferisco è che non importa se vogliamo scrivere una serie da trecento volumi o un romanzetto da cento pagine, l’importante è che ci si ricordi di essere soddisfatti del prodotto finale, di essere convinti del suo valore, di reputarlo di qualità. Noi per primi, a prescindere dalla veridicità finale di questa convinzione. Dobbiamo impegnarci per scrivere bene una buona storia, ricordandoci da dove siamo partiti con i nostri personaggi e la nostra trama, e sapendo dove vogliamo finire. Perché sì, alla fine magari avremo anche i nostri lettori, che si affezioneranno pure a quello che abbiamo scritto e ai nostri personaggi (Supernatural è ancora vivo per questa sua forza d’attrazione e non nego assolutamente che la eserciti anche su di me e in grande misura), ma saremo noi, poi, a dover rispondere con noi stessi della qualità del nostro lavoro. Io non mi perdonerei mai, se la pigrizia e la consapevolezza di essere letta comunque mi facessero pubblicare un lavoro pessimo che so essere tale.

Questo è quanto. Se volete condividere o commentare con qualche altra lezione tratta dalle serie tv, mi trovate qui o sui social (sono praticamente ovunque come @donniescrive).
Alla prossima!

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