“Darker” e il mestiere dello scrittore

Oggi parlerei di scrittura, sì, ma concentrandomi su una notizia specifica.
Partiamo dal presupposto che puoi leggere quello che vuoi e che, ai miei saggi occhi, esiste un’abissale differenza fra gusti personali e ragionamenti obiettivi dettati da conoscenze, approfondimenti e capacità critica. Non sostengo di avere tutto ciò, ma – con questo in mente – si dovrebbe poter distinguere di seguito fra ciò che provo e ciò che reputo un’analisi più oggettiva, anche se non posso prescindere dall’essere una singola persona che ha, quindi, una certa visione del mondo.
Per farla breve, mi limiterò a chiacchierare, sperando che nessuno si senta offeso o punto sul vivo da quello che ha tutta l’intenzione di essere uno spunto di conversazione.
Ho già parlato troppo e non ho ancora detto niente.

Meglio passare a esempi concreti: ti è piaciuto la saga di “Cinquanta sfumature” di E. L. James? buon per te; è un buon libro? no; apprezzi Gray come personaggio? liberissim*; è un personaggio ben scritto? no; quella fra Anastasia e Christian è per te una relazione ideale? a ognuno il suo; è una relazione scritta in modo consono ai temi che tratta o ben pensata? no.
A prescindere dalle mie opinioni, credo che un minimo di conoscenza sulle tecniche narrative, sulla costruzione delle vicende e dei personaggi, su come si possa e debba strutturare una trama, rendano alcune considerazioni obiettive. Detto questo, il libro può piacere ed è, in effetti, piaciuto molto, tanto da essere un best seller coi controcazzi (letterali e metaforici). Io ho letto libri di una bruttezza oggettiva rara che mi sono piaciuti molto, quindi sono incline al vivi e lascia vivere.

Ma veniamo al punto di quest’articolo: “Darker. Fifty shades as told by Christian Gray”.
Ebbene sì, il 28 novembre uscirà un nuovo libro della James e sarà l’ennesimo libro di questa saga e il secondo dal punto di vista del signor Grigio.

Questa uscita è obiettivamente dettata da motivazioni commerciali.
Non che le motivazioni commerciali abbiano per forza di cose un’accezione negativa, ma hanno poco a che fare con la scrittura. Questo mi pare ovvio. Se il mestiere di uno scrittore è prima di tutto scrivere, allora le vendite non devono essere un suo problema (almeno nell’immediato). Attenzione: le vendite, non la ricezione dell’opera, a cui invece deve dedicare parte dei suoi pensieri anche mentre scrive, nonostante molti siano convinti del contrario. L’arte è espressione, è comunicazione, ed esige un pubblico che ne fruisca (merda, sto rivivendo il trauma dei miei studi di estetica).
Il punto è che da una parte sono convinta che cinquanta sfumature sia ormai un cadavere che la James cerca di tenere in vita per far soldi (e beata lei che ci nuota come Paperon de Paperoni) e la questione urta il mio amore per la scrittura; dall’altra ringrazio che stia concentrando tutte le sue energie su questi personaggi senza scriverne di nuovi, correndo così il rischio che le esca qualcosa di peggiore (al che si dovrebbe ideare un nobel apposito, perché se lo meriterebbe).

Il mio problema in generale è che non gradisco i libri che esplorano il punto di vista di un personaggio che in uscite precedenti non era preso in considerazione, narrando però la stessa storia. Il motivo è semplice: la trovo una scelta di scrittura pigra, un modo per rinnegare una decisione – quella del punto di vista – che invece andava ponderata con attenzione. L’unica eccezione, a mio parere, è quando una serie di libri è pensata in partenza come espressione di più punti di vista, perché questo di solito motiva determinate scelte contenutistiche, ma sto già divagando perché non è il caso della saga di cui stiamo parlando, ovviamente.
Non esiste una regola che vieti di pubblicare un libro con la stessa storia e un altro punto di vista, nonostante le mie personalissime preferenze, per farla breve, quindi mi stringo nelle spalle e vado avanti.
Il punto successivo è: ce n’era bisogno? E non parlo a livello sociale o editoriale, intendo proprio dal punto di vista creativo. La storia lascia spazio per esplorare i pensieri di Gray, le sue azioni quando non è con la protagonista e voce narrante?
No.
Ecco, questo proprio no.

Il passato di Gray è raccontato nella trilogia originale (potete spararmi per aver usato una terminologia che può essere associata solo a Star Wars, sì) e tutto quello che fa viene reso noto attraverso Anastasia, con cui passa praticamente tutto il suo tempo durante la storia. Se la James fosse una scrittrice navigata, potrei sottolineare come Ana possa risultare un narratore inaffidabile e come questo renda se non necessario almeno interessante il punto di vista di Gray. Ma non è il caso di Anastasia, perché stiamo parlando della James che – cerco di essere delicata, qui – è un filino inesperta in materia di scrittura.

D’accordo, d’accordo, facciamo finta che niente di tutto questo abbia un peso nella decisione di narrare una storia da un altro punto di vista. “Darker”, quantomeno, permetterà di conoscere meglio il personaggio di Gray e soddisferà la sete di sapere delle fan, stuzzicata solo in superficie da “Gray” (almeno, secondo quanto dichiara la James).
Agghiacciante.

Perchè allora non mi scrivi un libro sulla relazione fra Gray e la sua mistress passata, non su una storia che già conosco e di cui so tutto perché questi personaggi vocalizzano praticamente ogni pensiero?
Il problema è che non puoi farlo, perché è la storia fra Ana e Gray che le lettrici e i lettori amano. Rischieresti l’ammutinamento e, di conseguenza, un calo nelle vendite (vendite a cui non penseresti se non fosse tutta un’operazione commerciale).
Secondo, perché Gray è costruito in modo superficiale e non ha abbastanza da dire da poter riempire ben due libri. Tanto che per questo libro la James ha “scoperto” parti del suo stesso personaggio.

“In Grey we got the first glimpse of what makes Christian tick, but in Darker we go deeper, into his most painful memories and the encounters that made him the damaged, demanding man Ana falls in love with. Writing this novel has been a journey of discovery, and I hope readers will find what I’ve learned as compelling as I did.”

Parole sue.
Ora, scoprire qualcosa su un personaggio che si sta ideando è bellissimo. Passi anche fare scoperte mentre si sta scrivendo il primo libro, anche se sappiamo tutti che è una scocciatura poi ricontrollare che tutto abbia senso, che le sue motivazioni filino, che sia solido e tridimensionale in ogni caso. Ma scoprire aspetti che lo caratterizzano dopo che sono stati scritti già quattro libri che lo riguardano è da mani nei capelli. Quindi all’inizio Gray è tutto scritto improvvisando?
Ah, sì, giusto. Errore mio.

Io non ho ancora (e forse non lo farò mai) parlato di “Cinquanta Sfumature”; non ho ancora (e forse mai lo farò) girato un video sulla balzana idea di ripensare l’opera basandomi sui suoi più evidenti difetti oggettivi; né mi sono espressa su “Gray”, perché mi sembra sempre troppo facile parlare di prodotti che vendono tanto e che chiamano la critica facile; e mi sono perfino trattenuta dal sottolineare troppo il più evidente problema del libro (la romanticizzazione di un rapporto abusivo senza la consapevolezza da parte della scrittrice di cosa stesse facendo)… ma su “Darker” questi pensieri – chiamiamoli pure “perplessità” – li ho voluti esternare.

Tu cosa ne pensi?

Bullet Journal (e scrittura)

Salve!
Oggi vengo a parlarti di un argomento che con la scrittura potrebbe c’entrare niente, e invece…
Sì, perché con la memoria da pesce rosso che mi ritrovo, negli anni ho dovuto sperimentare quasi ogni mezzo esistente per sopperire alle mie difficoltà, anche e sopratutto per quanto riguarda i miei impegni legati allo scrivere. Negli ultimi due anni, finalmente, ho trovato il metodo che fa per me: il bullet journal.

Di che cosa diavolo sto parlando?
Un bullet journal è figlio di una notte di passione fra un’agenda e una to do list. Dalla prima prende la divisione in mesi, settimane e giorni, dal secondo il classico elenco da spuntare.
Perché non usare un’agenda e basta, invece di complicarsi la vita?
Perchè il bullet journal è personalizzabile in tutti i suoi aspetti, parte letteralmente da un quadernetto bianco e può essere pensato intorno alle proprie necessità.

L’idea fondamentale è avere ogni giorno una lista di “cose da fare” da spuntare, che tenga a mente per noi gli impegni piccoli e grandi della quotidianità e ci faccia essere più produttivi di quanto non siamo di solito (almeno, io che sono culopesa).
Serve a essere più organizzati, certo, ma non è solo per i malati di liste e pianificazione, è anche e sopratutto per i caotici (io, presente, eccomi). Lo trovo utile perché non devo fare sforzi mentali a ricordare un milione di impegni e progetti, e questo mi dà meno ansia. Inoltre, trovo rilassante arrivare alla fine di un mese e ritagliarmi un piccolo spazio di tempo per scarabocchiare quello seguente, così come alla fine di ogni settimana posso dedicarmi a sistemare quella successiva.
Ovviamente non dev’essere motivo di stress, non deve diventare un’ossessione, e per questo non è adatto a tutti. Né dev’essere “bello” a ogni costo, perché l’importante è che sia funzionale. Consiglio di provare e vedere come va, magari modellandolo in base ai gusti e ai bisogni personali.

Mentre il metodo bullet journal ufficiale ha una serie di simboli specifici, io preferisco usare un codice di colori per differenziare quello che devo fare, perché lo trovo visivamente più immediato. Ma questo è il bello del bullet journal: ognuno può adattarlo fino ad avere il perfetto assistente personale.
Inoltre si possono inserire vari contenuti all’inizio del mese. Io li ho provati un po’ tutti e alla fine ne ho selezionati solo alcuni che funzionano per me: la tabella mensile in pieno stile “calendario”; le spese (in cui segnare giorno, motivo generale della spesa, entrate e uscite), in modo da stabilire se a fine mese ho cacciato più soldi del previsto; un grafichino che tiene conto del mio umore generale della giornata, per stare attenta a non cadere in un lungo periodo di vuoto in cui non sento niente (sono l’anima della festa, lo so); una pagina per le idee casuali che mi appunto ovunque, perché lì siano poi raccolte in base all’argomento (scrittura, video, blog, arte, ecc).
Sempre all’inizio del mese piazzo una citazione depressoide presa quasi sempre dalle serie tv, perché le frasi motivazionali mi fanno un baffo e io mi sento più motivata a leggere intensi riferimenti a quanto sia buia l’esistenza umana, d’accordo? Perfetto.

Durante la settimana, poi, oltre a spuntare le varie mansioni quotidiane, finisco per segnarmi canzoni scoperte, incontri fatti, avvenimenti importanti, per qualche oscura ragione che non conosco. Forse perché ho paura di dimenticare, il che la dice lunga sul mio equilibrio mentale.

Alla fine del mio bullet journal ho delle pagine dedicate alle grandi liste della vita, ossia libri, serie tv, film e eventi. Qui cerco di tenere conto di tutto quello che vorrei leggere/vedere/fare, nonostante il tempo sia quello che sia e le mie liste siano scandalosamente lunghe rispetto a quello che poi faccio davvero. Anche qui, niente ansia. Nessuno mi sgriderà per aver iniziato la centesima serie tv prima di aver finito le precedenti, giusto?

Cosa c’entra tutto questo con la scrittura?
Prima di tutto, essere organizzat* ti fa essere efficiente. Quando ti siedi a scrivere è perché devi fare quello e quello soltanto, non hai altre mille questioni in sospeso da ricordare a rendere impotente l’ispirazione o a farti sentire in colpa.
Inoltre puoi usare il bullet journal per segnare una quota giornaliera di parole. Io non la raggiungo spesso, ma il fatto di averla lì, di avere il potere di segnarla come raggiunta o di metterci una letterale croce sopra mi aiuta a focalizzare i miei sforzi. Non deve essere un obiettivo impossibile o irrealizzabile: meglio poco ogni giorno che niente.
Infine, per chi si è autopubblicato e sta cercando di emergere nel mare di altri scrittori, è utile tenere traccia dei contenuti da condividere, dei tempi da dedicare ai propri figli-libri, della gestione di pagine e simili. È una palla, lo è, ma se è tutto nero su bianco non si rischia di far morire i propri profili e, con quelli, le speranze che qualcuno (anche una sola persona) vi legga perché stava vagando sul web.

Nulla, questo è quanto. Se hai un bullet journal mandami qualche foto o scrivimi cosa preferisci farne. Se non lo hai e vuoi provare, fammi sapere comunque. Insomma, tienimi aggiornata e non farmi sentire una maniaca del controllo da sola.
Grazie.

 

Superare il blocco dello scrittore

Stiamo tutti molto calmi. Ora arrivano i consigli, quelli utili.

Non saranno consigli come “fatti una corsa” (uhg), “fai i gargarismi con pagine di dizionario sciolte nell’acetone” (meglio della corsa) o altri strambi metodi, perché in fondo tutte queste cose non servono a farti scrivere davvero. Quelli di cui parlerò sono trucchetti che pretendono un po’ di fatica (lo so, lo so, che palle), ma che uso per me e che potrebbero funzionare anche per altri.

Prima di tutto, quello che devi capire è perché scrivi. Apparentemente non c’entra nulla con l’argomento che ho deciso di trattare per non lasciar morire questo angolino di blog, ma è fondamentale, in realtà.
Se si scrive per hobby, come passatempo divertente e spensierato, il mio primo suggerimento è di prendersela comoda. Non hai scadenze, non vuoi farne un mestiere, non hai persone alla tua porta con torce e forconi, quindi perché non ti rilassi, non bevi una camomilla e non ti immergi nella lettura di quel libro in sospeso o in qualche film? L’ispirazione, prima o poi, tornerà. Magari proprio facendo una di queste due cose, stimolando così la tua creatività (che è un modo carino per dire che risveglieranno la tua fangirl interiore spingendoti a sputar fuori 90k di parole su una fanfiction in cinque atti).

Se invece scrivi perché ne hai bisogno (per stare bene e funzionare come un essere umano “normale”) o perché hai delle scadenze o, ancora, perché vuoi provare a farne un mestiere, ecco che devi scrivere a tutti i costi.
Butta la camomilla, spegni Netflix e leggiti ‘sto papiro.

Il primo ostacolo è la potenziale mancanza di idee. Non è un problema che ho (ho il problema opposto, a dirla tutta), ma può affliggere scrittori di ogni tipo.
Non hai idee perché davvero non hai idee, oppure ogni idea che ti viene la reputi una schifezza? In quest’ultimo caso, devi fare un grande lavoro: sdoppiare la tua personalità. Prendi carta e penna e diventa una versione di te superentusiasta, la tua immaginaria fan numero uno, e scrivi tutti i motivi per cui quell’idea può essere vincente.
Esempio: vuoi proprio scrivere la storia di un miliardario che si innamora di un’idiota, ma ti sembra un’idea fatta e rifatta. Qui entra in gioco la tua fan numero uno: non è per forza così, se decidi di trattare il tema sotto la luce orribile degli abusi domestici, concludendo con un finale degno di amore criminale in cui lui la uccide e la tiene nel congelatore! Oppure, ancora, il tuo stile potrebbe dare all’idea una nuova veste a cui nessuno ha ancora pensato, nonostante la storia di base sia stata scritta e riscritta! Oppure, perché no, si tratta comunque di un prodotto che vende ed è proprio quello il tuo obiettivo, quindi perché crucciarsi sulla sua originalità?
Il tuo alter-ego non ha il senso della realtà, ti ama incondizionatamente, le sue considerazioni sfiorano l’assurdo, sicuramente ha una parete inquietante piena di tue foto, ma fra i suoi deliri troverai di certo qualcosa di razionale che potrebbe avere un certo senso.
Un esercizio che all’inizio sembra stupido, ma che fatto (e rifatto e rifatto) porterà a qualche risultato. Oppure ti ricovereranno per la frammentazione del tuo io interiore. In quel caso, scusa.

Se invece latita proprio la materia prima, le idee, consiglio di portare sempre con sé un blocchettino perché spesso, durante il giorno, ci fulminano frasi, situazioni, abbozzi di personaggi che lasciamo scivolare via perché non abbiamo dove segnarli o non siamo abituati a prestarci attenzione. Lo so, mi dirai che siamo nell’era della tecnologia, ma i cellulari si rompono (i miei sopratutto) o i file si perdono fra le tremila immagini di Benedict Cumberbatch che neghi di aver scaricato. L’atto fisico di segnare l’idea è energico, è più incisivo, e ti farà sembrare cazzut* come Hemingway, d’accordo? Fidati. Non buttare via nessun pensiero creativo, ma vomita tutto sulle pagine. Tutto. Lì in mezzo scoverai qualcosa di decente, te lo assicuro.

Diciamo che hai l’idea, che sei convint*, che ti piace, che vuoi scriverne. Ti siedi davanti al computer o davanti alla pagina e niente. Niente.  Blocco totale.
Anche qui il lavoro che devi fare non è da poco: vomitare di nuovo.
Scrivi una frase. Una soltanto. E non cancellarla. Fa schifo, ma schifo davvero. Ma tu non puoi cancellarla.
Non solo, non puoi neanche correggere le parole digitate in modo sbagliato, i verbi coniugati col culo, le virgole in mezzo al cazzo. Niente, deve restare tutto lì. Vomito di parole vero e proprio.
Quando lo hai fatto abbastanza a lungo, diciamo mezza faticosissima pagina come minimo, ripercorri il documento. Ancora una volta, divieto assoluto di cancellare: tutto va segnato fra parentesi dopo la parola o la frase, errori, note, considerazioni; puoi anche appuntare cose come «chi l’ha scritta questa frase, mia cugina di due anni?» e altre denigranti constatazioni, ma non cancelli niente. Quando hai fatto, via a sforzarti con altre frasi oscene, il tutto per un limite quantitativo (di tempo o pagine) da te stabilito, senza esagerare. Un paio di pagine, osservazioni comprese, quando si è bloccati, sono un ottimo risultato! Sono due pagine in più del niente da cui si è partiti.
Un uso prolungato di questo metodo non ha effetti collaterali, a parte comportare un grosso lavoro di editing… se ti sblocca, puoi usarlo ogni volta che vuoi e lasciare la cancellazione e la correzione di base alla prima rilettura totale, con l’animo più sereno perché, dannazione, sei riuscit* almeno a scrivere qualcosa.

Poniamo il caso che a mancarti non sia l’ispirazione, ma la scintilla. Quella passione per lo scrivere, quell’ossessione che ti fa macinare pagine e parole come se non ci fosse un domani. L’idea c’è, ti piace, è condita da personaggi che ti convincono e scrivi, certo, ma è tutto meccanico, niente ti emoziona. Quello che esce, di conseguenza, è di una noia mortale e i lettori se ne accorgeranno di sicuro.
La prima opzione è cambiare idea. Forse non è il momento per questa trama e questi personaggi. Ma ci hai speso anni della tua vita, mi dirai. Eh, appunto. Anche basta. Si cambia aria per un po’ e dal mattone introspettivo di impronta scandinava passi a scrivere una romance. Rinfreschi un po’ il cervello, e dopo un mesetto ritenti con il mattone scandinavo, applicando il metodo di cui sopra (vomito di parole e divieto di cancellarle).
Il consiglio vale anche a breve termine, per chi ha scadenze. Invece di buttarti su un altro romanzo intero, prova con un raccontino, giusto per sfogarti un po’ e risollevare lo spirito. Niente di complesso, niente che dovrai far leggere a qualcuno.
O, anche meglio, fai come faccio io e vai di fanfiction. Non che non abbiano dignità letteraria di per sé, ma possono anche essere un buono strumento di evasione. A me mi riportano subito nello stato creativo che mi fa macinare pagine su pagine!

Ci sono poi dei consigli generali.
Evita di distrarti eccessivamente. Lo so, ci vuole una forza di volontà pazzesca, cosa che a me manca. Per questo quando devo scrivere “per forza” stacco internet. Siamo io e la pagina, nient’altro. Stabilisco all’inizio che sia solo mezz’ora, non di più. Alla fine ho comunque iniziato e spesso sono così presa dal fluire della scrittura che passa anche più tempo. Mezz’ora sembra semplicemente più accettabile data la mia dipendenza dal wifi.
– Un altro metodo è circondarsi da persone che scrivono con cui scambiarsi idee e pareri. È sempre stimolante parlare di personaggi e trama con altri scrittori. Solitamente ci sfidiamo in piccole word wars in cui ci accordiamo, scriviamo per mezz’ora e poi vediamo quante parole abbiamo scritto e chiacchieriamo di cosa abbiamo buttato giù. I round si susseguono e, alla fine, ti ritrovi con capitoli e capitoli finiti magicamente (dove magicamente si legga «con il sudore della fronte»)!
Partecipa a eventi di scrittura come il NaNoWriMo o i CampNano, per avere un mese intensivo in cui ti sforzi di scrivere a qualsiasi costo.
Pianifica e organizza: se hai tutta la trama, sai già cosa andrai a scrivere e difficilmente ti perderai per strada senza sapere cosa mettere sulla pagina bianca. O, ancora, decidi che la sera dedicherai sempre mezz’oretta alla scrittura e fanne una routine, se questo può aiutarti.
– Un consiglio di Red che seguo quando mi viene a noia scrivere è passare ad abbozzare una scena che aspetto con ansia. Almeno avrò scritto qualcosa, anche se poi la cambierò del tutto.
Gioca con tutto ciò che di collaterale può motivarti: fai immagini, disegni se ti piace farlo, bozze di copertina, interviste virtuali ai tuoi personaggi, challenge e tag. Stimolati!

Ora, non so se ho detto tutto o se questi consigli ti saranno utili, ma prova (provarci è la parte peggiore, lo so, ma è un inizio)!
E stringi i denti…

“I segreti tra di noi” di Angela Longobardi

Mentre sul canale mi limito a consigli di lettura, raccontando perché un romanzo di uno scrittore emergente potrebbe piacere tanto quanto è piaciuto a me, qui vi presento delle recensioni vere e proprie (per quanto possa renderle tali la mia esperienza di lettrice). Mi sembra solo naturale iniziare con “I segreti tra di noi”, romanzo d’esordio di Angela Longobardi, uscito il 14 luglio su  Amazon, sia per kindle che in cartaceo.
Ho avuto, infatti, la fortuna di poter leggere il romanzo in anteprima e voglio decisamente averlo fra le fila delle recensioni del mio nuovo blog.
Questa recensione contiene alcuni piccoli SPOILER (se volete un parere veloce e del tutto privo di spoiler, potete sempre guardare il video sul mio canale).


Trama: In un qualunque paesino in un punto imprecisato dell’Italia, una ragazza scompare senza lasciare tracce. Le persone in paese dicono che sia morta e durante la notte di Halloween cinque ragazzi tentano di contattarla tramite una seduta spiritica. Non si aspettano che risponda, ma invece lo fa, costringendoli ad affrontare le conseguenze del loro gesto e, nel mentre, confessare tutti i segreti tra di loro.


Come evidente dalla presentazione, il romanzo potrebbe essere definito di genere sovrannaturale. In realtà, l’autrice riesce ad annodare alla perfezione le caratteristiche del romanzo di formazione – la crescita, il cambiamento, l’accettazione di sé, l’introduzione nel mondo degli adulti – agli aspetti più misteriosi e spettrali della storia.

I giovani protagonisti sono adolescenti come molti altri, in cui è facile riconoscersi. Come la piccola Irene, che apre la storia con le sue ansie per il primo giorno di liceo, ma che presto dovrà affrontare questioni ben più difficili; Levi e Marco, amici inseparabili che rafforzano la loro unione grazie all’amore “non corrisposto” verso i loro interessi romantici; Guadalupe e la sua lotta interiore che la spinge a fuggire, nascondendosi per mesi dai suoi amici; Rebecca e lo sforzo di accettarsi, fatto in passato, e di provare a farsi accettare dagli altri nel presente. Si tratta di personaggi ben dipinti dalla scrittura immediata e scorrevole dell’autrice, con cui si entra presto in connessione, con cui si soffre e si sorride.

Allo stesso tempo, però, seguirli ci immerge in una storia speciale, che alterna ritmi intensi a scene di confronto più diluite, che intreccia presto i problemi del mondo reale all’idea delle questioni irrisolte che rischiano di restare tali per sempre, che racconta di fantasmi veri e di fantasmi dell’anima, quei segreti che non si riescono a esorcizzare perché troppo grandi e troppo importanti.
Non mancano le scene inquietanti, perfettamente filtrate attraverso le paure di Irene, che con il fantasma evocato dai ragazzi instaurerà da subito un rapporto speciale. Né vengono trascurati gli aspetti più romantici della storia, per niente scontati, tratteggiati con la delicatezza che va riservata ai primi amori, con un accento privilegiato al dialogo e al confronto fra i personaggi, che riescono così a sviscerare i loro segreti e a rendere il lettore parte di uno scambio intimo. Le note romantiche, però, non oscurano una delle tematiche più spesso bistrattate da generi come il romance e il sovrannaturale: quella dell’amicizia. Le relazioni che legano i personaggi sono prima di tutto fatte di affetto sincero, di quell’assoluta accettazione che si prova quando si è adolescenti. Né manca l’importante partecipazione della famiglia alla vita di questi ragazzi (famiglie troppo spesso invisibili fra le pagine dei romanzi diretti ai giovani adulti).

Due dei grandi temi del romanzo – e degli aspetti che lo rendono una piccola gemma nel panorama YA, a mio parere – sono quello della sessualità e del genere. Questi due pilastri non definiscono mai il personaggio, non lo esauriscono, ma vengono affrontati con il giusto approccio e non vengono trascurati dall’autrice. Le tematiche LGBT+ (o LGBTQA+ se preferite) sono intrecciate a doppio filo alla trama, perché fanno parte della crescita e, spesso, dei segreti che i personaggi nascondono gli uni dagli altri. Uno dei momenti esemplificativi di queste tematiche è il coming out di Irene, aiutata dall’intervento del fratello Levi, che avviene davanti ad una famiglia che non capisce da subito, ma che non per questo demonizza fino al punto di rottura. Un approccio realistico, che resta però positivo, verso un’esperienza carica di tensioni e di dubbi, descritta in modo molto efficace.

I colpi di scena non mancano e annientano ogni certezza che il lettore si costruisce attraverso le pagine. Non solo per i “piccoli” segreti dei protagonisti, ma anche per quanto riguarda il grande motivo per cui il fantasma entra in profonda connessione con Irene. L’identità dello spirito, che appare quasi scontata per molte pagine, finisce per essere una delle grandi rivelazioni del romanzo. Quando crolla ogni maschera, i ragazzi scoprono che non sono gli unici ad affrontare dubbi e paure, scoprono che alcune debolezze sono umane, scoprono che la loro lotta personale non è l’unica lotta. E crescono anche grazie a queste scoperte.

Camp NaNoWriMo: campeggio virtuale per scrittori

Non sono un’amante dei campeggi immersi nella natura: davanti agli insetti mi paralizzo dalla paura, non mi piace l’idea di essere in balia degli elementi e, in generale, mi siedo sull’erba solo se non esiste nel raggio di chilometri una panchina disponibile. Per non parlare della condivisione degli spazi e, orrore, dei bagni.

Ecco, l’ho detto.
Eppure, ad aprile e a luglio, sono andata in campeggio. Certo, è stato un campeggio virtuale, ma io lo faccio contare nella lista delle mie avventure spericolate, altrimenti si tratterebbe di una lista davvero penosa.
Parlo del Camp NaNoWriMo, un campeggio virtuale per scrittori legato all’evento novembrino del NaNoWriMo, il National Novel Writing Month.
Per farla breve, durante il mese di novembre, chiunque aderisce al NaNoWriMo si pone l’obiettivo di scrivere 50.000 parole, che siano per un romanzo già iniziato o per un progetto nuovo che attendeva solo la giusta occasione (o per una fanfiction, non dimentichiamolo). È un evento che raccoglie partecipanti da tutto il mondo (altro che “national”), fatto di sostegno reciproco, scambi di idee, consigli da parte di scrittori esperti e tante, tante, tante parole da contare. Io sono finita a scrivere 18.000 parole, che per me sono un record, tenendo conto che ho deciso di partecipare all’ultimo e con un progetto decisamente vago e mal strutturato.
Ma, ehi, non è davvero una gara. Se non si conta l’eterna lotta con la scrittura, le parole che non vogliono saperne di uscire e il foglio bianco. Insomma, non ci sono vincitori o vinti, non per davvero, solo persone che riescono a raggiungere le 50.000 parole e quelle… come me.
Nonostante l’obiettivo mancato, però, è stata un’esperienza estremamente positiva, perché mi sono concentrata sulla scrittura più del solito e perché mi ha aiutata a capire quali scelte sono vincenti per il mio metodo e quali decisamente dannose.

I campeggi di aprile e luglio sono, invece, molto più elastici: ognuno si può porre l’obiettivo che desidera – parole, pagine, ore di scrittura – e partecipare con qualsiasi progetto – dalle revisioni, alle poesia, a romanzi veri e propri. La particolarità di questi campeggi virtuali è che si condivide una cabin, che è poi una chat di gruppo, con altri scribacchini nelle nostre stesse condizioni. Si può organizzare una cabin con i propri amici e vecchi compagni di scrittura, oppure si può essere smistati per il genere del nostro scritto o, ancora, del tutto a caso. In queste chat ci si confronta, ci si consiglia, ci si sostiene nella dura lotta che è lo scrivere. Io sono stata molto fortunata, grazie a Red che mi ha introdotta in questo mondo: ad aprile sono finita in una cabin piena fino all’orlo in cui si parlava davvero di tutto; a luglio ci siamo ritirate in tre in una cabin che ho immaginato defilata e tranquilla, da qualche parte fra il bosco e il lago.
Io Red e Hiromi abbiamo sviscerato i nostri progetti, confrontato le nostre idee, proposto argomenti e scambi, chiesto consigli ed esposto dubbi. Siamo state brave – anche se io non ho raggiunto l’obiettivo che mi ero prefissata (delle 50 ore che avrei voluto passare a scrivere, ne ho effettivamente portate a casa 46) – perché abbiamo continuato a scrivere, ci siamo sforzate di andare avanti e, parlando di scrittura, non è sempre facile farlo.

Sono state tutte belle esperienze, che continuerò a fare senza dubbio, che mi hanno fatto conoscere meglio la mia scrittura e ancora più a fondo persone con cui avevo scambiato poche parole e che ora considero inseparabili compagne di avventura. Tutto questo per consigliare a chiunque di fare un tentativo, a novembre, e iscriversi al NaNoWriMo, per poi seguirmi in un campeggio senza insetti o bagni condivisi, ma con tanta compagnia per scrivere quelle dannate parole che servono ai nostri romanzi.

 

Nelle puntate precedenti… oppure no

Mentre sono qui, che cerco di capire come si inaugura un blog che – con una scelta piuttosto narcisista – porta il mio stesso nome, mi rendo conto che non è una partenza, la mia.
Sono, piuttosto, sulla buona strada.
Sarebbe necessario, quindi, un previously, un the road so far, come nelle migliori serie televisive, perché tu sappia chi sono, di cosa parlo, che faccio e perché (già, perché?) ho aperto questo blog.
Non ti interessa? Neanche a me, ecco perché non è quello che farò. Parlerò di te con te, in realtà, quindi un po’ del mio stesso narcisismo potrà tenerti qui fino alla fine.


Se sei ancora qui, ci sono buone probabilità tu scriva. Magari da una vita, magari da ieri, magari stai accarezzando l’idea, pensando di poterlo fare appena ci sarà la storia giusta, il giorno giusto, la giusta luce sulla giusta lettera della tastiera.
Ti dirò quello che in pochi hanno detto a me: FALLO.
Ora. Non domani, non “poi”, non lunedì, né “un giorno”. Per riuscire a scrivere il modo migliore è scrivere. Fallo perché ti appassiona, perché ti fa sentire viv*, perché ti è necessario, perché fa paura, perché non ne puoi più di vivere nei tuoi panni.
Devi crederci, però. Crederci davvero. Mi ci sono voluti anni per smetterla di sminuire il mio desiderio di scrivere, per capire che dovevo essere la prima a prendermi sul serio, e il risultato è che ho raccolto i miei racconti di qualche tempo fa, ho dato loro una bella spolverata, li ho fatti leggere e correggere, e sono diventati un libro. Un oggetto reale (e digitale, per gli amanti del genere) che non è più solo una vaga idea nella mia mente, che esiste e si può sfogliare, possedere, odiare o apprezzare; che ha i suoi difetti, ne sono certa, e che magari guarderò con disprezzo una volta pubblicato altro, ma che avrà sempre il fascino dei primi passi e l’aura magica delle prime volte. Scrivo da quattordici anni, sono su internet a farmi leggere da dieci di meno, e finalmente l’ho fatto: ho chiuso gli occhi, trattenuto il respiro, e mi sono buttata.
E, se l’ho fatto io, puoi farlo anche tu.


Magari sarà difficile (nel mio caso lo è stato), magari impiegherai anni prima di sentirti pront* (com’è successo a me), di sentire che quello che hai prodotto è valido, ma non smettere di crederci o inizia a farlo se non l’hai mai fatto prima.
Per rispondere alla domanda che stai silenziosamente formulando: sì, non tutti saranno dalla tua parte, non tutti ti sosterranno e non tutti avranno la sensibilità di tacere se non hanno idea di cosa significhi scrivere e se non hanno niente di costruttivo da dirti. Il fatto è che non importa. Magari fa un po’ male, a volte, e avere il sostegno di chi si ama o di chi si stima è una grande spinta, ma non è necessario. Non è fondamentale.
L’unico sostegno di cui hai bisogno è il tuo.


E, non bastasse davvero, eccoti il mio: io credo in te. Credo che tu possa scrivere, possa imparare dove credi ti sia necessario e, un giorno vicino o lontano, tu possa stringere fra le mani il risultato dei tuoi sforzi, ottenuto alle tue condizioni. O magari l’hai già fatto e non è andata come pensavi, come volevi andasse; allora provaci di nuovo, persevera, non lasciare che la tua percezione del fallimento fagociti tutto il resto e neutralizzi i tuoi sforzi. Oppure, ancora, è andato tutto bene, hai il tuo libro e i tuoi lettori, e allora puoi annuire bonariamente a tutti quelli che ancora non sono arrivati proprio lì (fra cui io), dando pacche sulla schiena a chi ha qualche dubbio nel leggere i miei incoraggiamenti.


Ci sono persone che non capiscono perché lo faccio, perché mi sento in dovere di spronare tutti a scrivere se vogliono farlo (fino a diventare invadente, temo), perché chiedo di mandarmi stralci di storie e lascio volentieri il mio parere da lettrice, perché leggo altri emergenti e li pubblicizzo come se i loro libri fossero miei. Per me è ovvio: avrei voluto lo dicessero a me nei momenti bui in cui mi sembrava impossibile sentirmi realizzata o felice. Avrei voluto che qualcuno mi ricordasse che potevo farcela, che dovevo solo crederci, che potevo bastarmi per raggiungere i miei obiettivi. Qualcuno c’è stato, eventualmente, e mi ha dato una svegliata, ripescandomi dal torpore (la mia gratitudine non sarà mai abbastanza). Quelle persone mi hanno dato il via e poi ho costruito le mie fondamenta, accettando di voler scrivere e di volerlo fare seriamente, senza mezzi termini, per quanto la vita me lo avrebbe permesso. Sono soddisfatta, sono felice, e se sembra poca cosa ti assicuro che non lo è per chi ha fragilità come le mie (magari lo sai fin troppo bene, invece).


Avrei potuto aprire il blog in mille modi, presentando me stessa, parlando nel dettaglio del mio libro, evitando di essere facilmente additata come un’ingenua buonista (mi capita così spesso che potrei farne il mio slogan), invece eccomi qua a dire che, se sei un artista, un musicista, un lettore, un appassionato di cinema, un alieno, un androide e ami fare qualcosa, devi crederci e farlo.
Queste saranno le premesse del mio blog, questo sarà il modo in cui parlerò di libri, di scrittura, di lettura, di arte, di film e di serie, ma anche delle mie opinioni non richieste e delle mie disavventure. Come se fossimo io e te, da qualche parte, a chiudere il resto del mondo fuori.
Ora, immagina un tè freddo (è pur sempre estate), qualche biscotto, e raccontami in cosa ti butterai con tutt* te stess*…