EDITORI E BLOGGER: come (non) fare la corte ai recensori

In questi giorni, soprattutto su Instagram, si sta parlando molto del rapporto fra editori e blogger, fra chi i libri li pubblica e chi aiuta a spargere la voce – positiva o negativa – su quegli stessi libri.
Vorrei approfittarne per fare qualche riflessione, per capire come funziona il sistema, come potrebbe funzionare meglio e qual è il nostro ruolo di lettori comuni che fruiscono dei libri pubblicati e recensiti.

Come funziona?
Funziona che un profilo o un blog hanno determinati numeri di visualizzazioni, seguaci, interventi e, in base a quanto sono grandi, ricevono dalle case editrici delle copie gratuite di cui parlare. Se i soggetti sono influencer, i libri arriveranno dalle big o dalle medie “prestigiose”, se sono numericamente più piccoli avranno a che fare con case editrici più piccine o direttamente con gli autori (per esempio nel caso del selfpublishing), se magari hanno la reputazione di cacciatori di perle rare potrebbero ricevere i libri da case editrici che non sono conosciutissime ma hanno una buona reputazione in tal senso, se invece hanno il potere di farlo possono essere loro a richiedere determinati titoli alle case editrici, e così via.
Insomma, salvo casi specifici, il sistema funziona in base alla visibilità.
Nel sistema, però, c’è anche qualcosa che non funziona. Sì perché ricevere un libro in cambio di una recensione non significa sempre ricevere un libro in cambio di una recensione onesta. Per questo alcuni editori tendono a rendere più o meno note le loro richieste: fra non-detti, sottintesi e pretese esplicite, c’è chi manda copie solo in cambio di recensioni entusiaste. Pubblicità (positiva) che costa quasi nulla, giusto le copie del libro, ma che fa girare titoli e autori per il web, dove potranno raccogliere qualche vendita in più.
Ai bookblogger, poi, conviene avere collaborazioni con le case editrici: le case editrici condivideranno i loro articoli – con un ritorno di visibilità per il blog –, e in più loro non dovranno svenarsi per comprare tutti i libri da recensire. Anche perché si parla di ultime uscite, una spesa non indifferente, quindi. Inoltre c’è sempre un po’ di prestigio nel collaborare con una casa editrice, perché significa aver i numeri per farlo, iniziare ad avere la tanto sudata visibilità, essere tenuto in conto anche dagli addetti ai lavori.
Questo discorso non vale per tutti i blog o per tutti gli editori, com’è ovvio che sia, ma è da questa parte meno nobile del rapporto fra blog ed editori che nasce la riflessione del post.

La Libridinosa e La Corte editore
La mia riflessione parte, però, da un evento ancora più specifico, anche se è da tempo che il tema di questo rapporto – editori e bookblogger – viene discusso sui gruppi e fra chi si interessa di libri o con i libri ci lavora.
La Libridinosa pubblica – sul suo blog e, di rimando, con una foto su Instagram – la sua recensione di “A cosa servono le ragazze” di David Blixt. Il libro, pubblicato da La Corte Editore, non le è piaciuto, e la recensione non ne fa segreto, soffermandosi su tutti i motivi per cui il romanzo non funziona come tale.
Sotto la foto Instagram appare poi un commento fatto con il profilo dell’editore che le spiega il libro e che la accusa di averlo recensito negativamente per il semplice fatto di non aver ricevuto la copia gratuita su cui si erano accordati. Una caduta di stile da parte dell’editore, fra l’altro espressa pubblicamente, in cui la blogger coglie l’accusa di non essere onesta nelle sue recensioni.
Consiglio, per evitare che questo mio scarno resoconto banalizzi lo scambio, di seguire La Libridinosa e le sue storie in evidenza.

L’immagine pubblica dell’editore e l’importanza della giusta comunicazione
Arriviamo subito al punto della questione: una casa editrice non è un passatempo, ma un lavoro. Può appassionare chi lo svolge, può essere il frutto di un amore smisurato per i libri, ma resta una questione professionale. Chiunque si interfacci con il pubblico, quindi – dall’editore più piccolo in cui le stesse persone ricopriranno più ruoli, a quello più grande in cui c’è un ufficio stampa – dev’essere professionale e deve tenere in conto le possibili ripercussioni di un intervento fuori luogo. Su internet si ha sempre l’impressione che la comunicazione abbia un altro peso, che sia meno concreta, ma non è così: ha un suo codice, richiede attenzione e comporta delle conseguenze (proprio come la comunicazione fatta di persona). Soprattutto se si devono sfruttare i social per costruire la propria immagine professionale.
A questo non è stata data attenzione, ovviamente, e il ritorno negativo di pubblicità che La Corte Editore avrà da questa scivolata non è indifferente, anche se potrebbe durare poco grazie ai velocissimi tempi con cui tutto nasce e muore su internet.
Il motivo per cui si contatta un blogger – la pubblicità praticamente gratuita – in casi come questo si ritorce contro l’editore e porta alla luce quello che non funziona nel loro rapporto. A rimetterci, però, è più che altro il lettore dei blogger che preferiscono lo scambio vantaggioso con le case editrici a quello con i loro lettori.

Le recensioni: un parere personale?
Non mi ha mai convinta l’idea che una recensione sia frutto esclusivamente del parere personale di chi la sta scrivendo. Si ha sempre più l’impressione che chiunque possa scrivere una recensione, ma io ho sempre tenuto alla distinzione fra un commento, un’impressione, un parere, un consiglio (tutti diritti del lettore, anche di quello che ha un blog) e una recensione, che presuppone una – anche minima – capacità di analisi critica e di comprensione del testo. Questo non significa che solo i laureati in lettere possono permettersi una recensione, ma significa che sono necessarie certe competenze. Che poi vengano acquisite leggendo manuali o seguendo corsi di lettura consapevole, perché si ha a che fare con il mondo dei libri per motivi professionali o si ha una spiccata sensibilità letteraria, non è rilevante, per me. Non significa neanche dover essere seri e inamidati come le riviste di critica letteraria, perché un blogger può essere bravo ad approcciarsi a un testo e mantenere una vena ironica e leggera nelle sue recensioni.
Significa solo avere idea di cosa costituisca un testo e di come gli strumenti della scrittura possano essere usati bene o male.
Questa riflessione, che prescinde dal caso specifico con cui ho aperto questo post, mi serve per esporre i punti successivi.

Numeri e qualità
Gli editori dovrebbero avere fiducia nei prodotti che pubblicano e, grazie a questa fiducia, non dovrebbero temere un parere onesto da parte dei blogger.
Certo, emerge un altro problema: dal momento che tutti fanno recensioni, come potrà l’editore essere certo che quello specifico blogger colga per bene il libro e sappia argomentare le sue impressioni in modo accurato?
Gli basterebbe non guardare solo e soltanto ai numeri, ma anche alla qualità. I numeri – i follower, l’engagement e tutte le altre parole care al nostro tempo – sono un dato importante, che sicuramente aiuterà nel selezionare i blogger, ma poi si potrebbe dare un po’ di attenzione a come questi blogger lavorano, a cosa recensiscono e come analizzano i testi per motivare i loro pareri.
Avendo fiducia nel proprio prodotto e nelle capacità di chi lo riceve di leggerlo e capirlo, il problema dello “scambio di favori” non dovrebbe più sussistere. E può essere un pensiero naïve, non lo metto in dubbio, ma la spedizione sconsiderata di copie a chiunque abbia più di mille follower perché del libro “se ne parli” l’ho sempre trovata una pratica un po’ pericolosa. Perché nell’epoca di internet, basta un attimo perché tutti parlino di un libro nello stesso identico modo (non sempre positivo).

Le recensioni negative
Ci sono poi blogger che le recensioni negative non le fanno e preferiscono tacere se un libro non li colpisce. Premetto che io non faccio recensioni, né sui miei canali come youtube, dove mi limito ai consigli di libri che mi sono piaciuti (spesso di altri emergenti), né su goodreads, dove preferisco chiamare le mie considerazioni “commenti”. Quindi, a parte rare esperienze, non so cosa significhi davvero dover parlare costantemente di libri in modo motivato, curato e serrato su una propria piattaforma. Delle recensioni sono per la maggior parte una lettrice (almeno al momento di questo post).
Però sono d’accordo. Nel senso che ognuno dovrebbe essere libero di gestire il proprio blog come crede sia meglio: sì, se si pubblica un libro ci si deve aspettare anche un riscontro negativo, e un blogger può voler fare delle considerazioni anche su un libro che non è piaciuto visto che ha speso del tempo per leggerlo; di contro un blogger può anche nascere con l’intento di spargere la voce sui libri che reputa meritevoli e magari evitare di dare spazio a quelli che non rientrano nei suoi standard qualitativi , soprattutto se non si è riusciti a finire la lettura.
Quello che non credo, comunque, è che una persona con delle competenze (ripeto, anche minime) che le permettono di recensire un libro debba sentirsi in difetto nell’esprimere un parere negativo. Né credo che siano moralmente superiori i blogger che decidono di pubblicare recensioni negative dei libri. Come dicono oltreoceano “you do you”, basta fare le cose per bene, in modo onesto.

Il ruolo del lettore
Le mie letture sono in minima parte influenzate dai blog. Un po’ perché è difficile trovare un blog che parli dei libri con temi che mi piacciono, un po’ perché tendo a preferire alle recensioni i pareri di persone che so avere gusti simili ai miei, che magari seguo sui social e che, in generale, stimo per motivi personali. Persone che spesso non hanno un blog, non fanno recensioni, ma si limitano a dire “questo libro mi è piaciuto per questi motivi, questo libro non mi è piaciuto per questi altri”, soprattutto se sono addetti ai lavori (altri scrittori, editor e simili).
Questa però è una scelta – anzi, lo definirei più un istinto – personale, che niente toglie all’utilità dei blog. Un lettore approda su un blog di questo tipo, infatti, proprio per leggere le recensioni su un libro – magari perché è affezionato al taglio che ha quel blog, magari perché il libro in questione lo interessa – e, in alcuni casi, per tenerle in considerazione al momento di acquistarlo o meno. Un grande blog può muovere una buona quantità di gente, quindi, e la gente siamo noi lettori.
Se un blog decide di non pubblicare recensioni negative e magari collabora con le case editrici e si fa mandare le copie in cambio di pareri quantomeno positivi se non entusiasti, come lo sapremo noi lettori? E, anche nel caso pubblichi recensioni negative, come sapremo che non sono frutto di questioni altre rispetto alla qualità del libro?
Leggendo le recensioni.
Se una persona ha capacità critica, se sa riflettere su un testo, lo si legge. Si trovano osservazioni sul modo in cui sono trattati i personaggi, sull’ambientazione, sulla trama, sul lessico, sullo stile, sul modo in cui si adegua a un genere oppure ne sconvolge i canoni, eccetera. Sembrano considerazioni personali? Questo perché possono esserlo: un conto, per esempio, è apprezzare o meno un determinato aspetto di una storia, tutt’altro conto, invece, è sapere quando quella caratteristica sta bene in quel contesto, quando è sfruttata con attenzione, quando – nonostante possa non piacerci personalmente – è stata utilizzata con consapevolezza.
La differenza fra una recensione e un parere, per essere ripetitivi.
Se il lettore inizia a premiare i blog di buona qualità, quei blog avranno buoni numeri e per gli editori sarà facile mandare i libri senza la paura che a riceverli sia qualcuno che non è in grado di recensirli. Se l’editore avrà fiducia, poi, nei suoi prodotti, non dovrà mai e poi mai specificare – o sottintendere – che desidera un riscontro positivo.

Conclusione
Parlando dell’evento in sé, non c’è dubbio che l’editore – o chi ne ha fatto le veci – abbia preso una decisione sbagliata. La questione, infatti, si è risolta con delle scuse molto più professionali del commento e sono certa che settimana prossima ce ne dimenticheremo tutti (complici altre questioni che infiammeranno il mondo di bookstagram, booktube e simili).
Più in generale, invece, credo siano i lettori a fare la differenza. Il sistema, infatti, è fatto di ottimi blog e di ottime case editrici, ma anche di blog meno buoni (seppure con grandi numeri) e di case editrici meno abili nelle pubbliche relazioni e nel rapporto con i blog e i lettori. Forse suona retorico e un po’ vuoto, ma potremmo pensare di premiare i primi e ignorare i secondi, imparando a distinguere fra chi ha per le mani gli strumenti per recensire un libro e chi invece si limita a dire se gli sia piaciuto o meno.
Per quello esistono le stelline di goodreads, dopotutto.

ORIGINALITÀ E BANALITÀ: fra scelte e competenze

“QUESTO ROMANZO NON È ORIGINALE”
Con molta più diplomazia e capacità retorica, questa frase si può trovare ovunque, fra le recensioni di Goodreads e Amazon. La risposta automatica – spesso da parte di chi ha il cattivo gusto di difendersi dalle recensioni negative – è che non esistono storie originali.
Nell’articoletto di oggi vorrei spiegare perché non sono d’accordo né con la critica, né con la risposta. Come sempre, esporrò la mia personale opinione e l’articolo sarà una scusa per ricordare anche a me stessa alcuni di questi punti.

L’ORIGINALITÀ ESISTE
Se si cerca sul web o si leggono manuali di scrittura creativa (soprattutto se scritti oltreoceano, dove sembrano amare le liste numerate) si troveranno svariate trame di base: c’è chi ne identifica sette, chi venti, chi altre quantità arbitrarie; c’è perfino chi vede nell’archetipo del viaggio dell’eroe la forma base di tutte le storie. In fondo, ridotte all’osso, tutte le narrazioni riguardano un personaggio, un desiderio, degli ostacoli (esterni o interni).
Quindi niente è davvero originale?
Non credo. Se una storia fosse fatta di sola trama, se un’idea si esaurisse in se stessa, allora sì. Ma una storia e un’idea hanno senso solo quando sono raccontate. Anche se si dovesse arrivare a un risultato scontato riducendo un’opera intera a una sola frase, quella singola frase non varrà mai tutta la storia.
In una narrazione, infatti, ha un peso non indifferente scegliere come esporre la storia, quali vie prendere per arrivare al lettore, perfino con un’idea semplice e dall’apparenza scontata. A rendere interessante un’idea che è già circolata, poi, c’è di certo anche il chi: lo sguardo di chi racconta la storia, il suo punto di vista, la sua specifica sensibilità. Per non parlare del momento in cui viene scritta e diffusa, del perché si è deciso di raccontarla, del mezzo attraverso cui viene fruita, e tanti altri dettagli che possono – a seconda delle circostanze – rendere interessante l’idea più ovvia.
Scrivere una groundbreaking novel non è semplice e non tutti hanno la folgorazione che porta a un romanzo in grado di riscrivere i confini della letteratura (sì, strano ma vero, non tutti sono Joyce). Quello che conta davvero, quindi, non è essere originali a ogni costo, ma evitare di essere banali.

COSA RENDE UNA STORIA BANALE?
Potrebbe sembrare – e in certi contesti è così – che l’originalità e la banalità siano poli opposti.
Se è vero che una storia originale non potrà mai essere banale e viceversa, però, non è sempre vero che una storia sarà banale se non è originale. Mi spiego: l’originalità assoluta è propria di pochi, ma non per questo tutto il resto della produzione letteraria mondiale è scontata. Proprio per quello che ho scritto prima, le storie possono essere interessanti non tanto per la loro idea di base, quanto per come vengono esposte, per il punto di vista particolare che quell’autore ha sul mondo, per le tecniche usate, per il modo in cui si tratteggia la psiche del protagonista, e così via.
Un romanzo o un racconto sono scontati quando non sappiamo usare le tecniche narrative in modo adeguato, quando non riusciamo a sfruttare la costruzione dei personaggi a nostro vantaggio per interessare il lettore a seguirli durante il loro viaggio, quando tutto l’universo che una storia può essere si riduce a una pila di cliché.
Specifico: utilizzare i cliché che ci piacciono non è un peccato mortale, ma ci rende il lavoro più complicato. Per fare in modo che la nostra storia non si confonda fra altre che utilizzano la stessa identica dinamica, dobbiamo conoscere gli strumenti tecnici della scrittura e utilizzarli per fare in modo che sia interessante leggere tutto quello che gira attorno ai cliché da noi tanto amati.

IL PROCESSO CREATIVO
A volte ho letto di persone che definivano i propri lavori assolutamente originali, non influenzati da letture, visioni, altri prodotti creativi. Credo che questa percezione di se stessi e di ciò che si produce manchi di una certa consapevolezza. Sono infatti convinta che le persone creative siano spugne in grado di assorbire non solo dal mondo che le circonda, ma anche dalla fruizione di altri prodotti creativi. Non è per forza un percorso voluto (da questo, forse, deriva la mancanza di consapevolezza), ma le idee tendono a spuntare fuori rimescolando gli stimoli ricevuti.
A volte esce qualcosa di incredibilmente originale, altre volte esce qualcosa di interessante.
Altre volte ancora il risultato sarà banale. Magari perché ci è piaciuta molto un’idea e vorremmo averla scritta noi, altre volte perché pecchiamo di superbia e pensiamo che fra le nostre mani quell’idea possa avere una vita migliore, altre ancora dobbiamo allenare di più la nostra immaginazione. Insomma le ricette per il disastro sono infinite, in realtà, e non sto neanche parlando dei casi di plagio spudorati (quelli sono un discorso a parte che con il processo creativo non ha nulla a che fare).

IL PUBBLICO
Concentrarsi troppo su che pubblico vogliamo è una delle vie che potrebbe portarci alla banalità (sempre parlando per generalizzazioni), ed è più rischioso che guardarsi attorno o lasciarsi ispirare dai prodotti creativi altrui.
Questi, infatti, sono pensieri che sarebbe bene avere a prodotto finito. Non completo, ma finito. Dopo la prima bozza, quando è il momento dei primi – grandi – aggiustamenti, ci possiamo chiedere se la storia ha un suo pubblico dal momento che, nel migliore dei casi, ci toccherà renderla vendibile. Farlo prima potrebbe comportare un caso di prodotto-fotocopia, creato per essere consumato piuttosto che per sfogare la creatività: vediamo un pubblico e decidiamo di scrivere qualcosa indirizzato proprio a lui, creato su misura per quella domanda. È una scelta remunerativa, nessuno lo mette in dubbio, ma non è una scelta creativa. Solitamente quel pubblico consuma prodotti in modo quasi bulimico, andando sul sicuro nei suoi acquisti perché quella storia l’ha già letta in altre versioni e sa che gli piace. Chiuso il libro, spento il reader, se ne dimenticherà e passerà alla successiva.
Se ricorderà una storia, sarà quella che è stata creata così per istinto personale dell’autore, non quella creata così per il pubblico, per le vendite, perché il nostro nome giri fra i lettori. Non sostengo ci siano più storie proprie della prima categoria e meno storie scritte spontaneamente per lo stesso pubblico; credo solo che nelle prime si percepirà meno originalità che nelle seconde, per quanto la sostanza – sempre se ridotta all’osso – sia la stessa.

IL GENERE
Stesso discorso per il genere. “Voglio scrivere un romanzo fantasy” oppure “voglio scrivere un romance” non sono pensieri sbagliati di per sé, ma non sono necessari alla creazione. Meglio abbandonarsi al processo creativo (che sia pianificato o spontaneo) e pensare a prodotto finito – come per il pubblico – all’etichetta da appiccicarci sopra. Se partiamo con un’idea così rigida di quello che vogliamo, rischiamo di intrappolarci nelle regole dei generi, di seguirle come dogmi invece che come indicazioni, e di diventare banali per non rischiare di trasgredire e, magari, non piacere ai lettori di quel genere.
Certo, vale sempre la regola che tutto può essere reso interessante con il giusto approccio, ma ha senso imporsi limiti quando non sono necessari a scrivere una bella storia?

LE FANFICTION
Le fanfiction sono un esempio di storie interessanti anche se non originali per forza di definizione. Non vale per tutte le fanfiction, visto che molte sono i prodotti-fotocopia di cui ho scritto sopra (che è il motivo per cui certa produzione con standard qualitativi tipici della gratuità da fanfiction non dovrebbe essere pagato, a mio parere), ma quelle ben scritte sono un esercizio di creatività. Per trovare qualcuno che legga le nostre fanfiction, infatti, dobbiamo rendere interessante qualcosa di già conosciuto al lettore. Come? Incredibilmente (per chi non conosce questo universo, almeno), utilizzando gli strumenti della scrittura. La forza delle fanfiction sta nella capacità di utilizzare stile, punti di vista, analisi dei personaggi e tecniche narrative per ridare forza a qualcosa di già esistente. Non solo: i tag e gli avvertimenti non sono altro che i cliché propri della scrittura in generale (le famose trame di base), ma rielaborati e rivisti nella singola fanfiction avranno il potere di renderla interessante.

IL PREGIO DELL’ORIGINALITÀ, IL PROBLEMA DELLA BANALITÀ
Uno scritto creativo è come una torta. Che è una similitudine scontata (tanto per restare in tema), ma rende l’idea.
L’originalità è una decorazione sulla nostra torta, una glassa: un di più che può rendere il dolce delizioso e che sarà la parte preferita di molti, ma che non è strutturale.
Gli strumenti della scrittura, le tecniche narrative, sono invece la base, il pan di spagna. Difficile che da soli siano gustosi (per quanto ad alcuni piacciano), ma sono necessari, tengono tutto in piedi e danno una forma riconoscibile alla nostra torta. La banalità sta lì, quando non abbiamo un buon impasto del pan di spagna, quando le nostre difficoltà in cucina si ripercuotono sulla parte fondante della torta.
Per recensire criticamente (che poi dovrebbe essere un po’ l’unico modo di recensire, quello fatto con sguardo critico), la differenza è fondamentale. Così come è fondamentale per comprendere una recensione negativa che tira in ballo l’originalità.

CONCLUSIONE
Quando si critica un romanzo per mancanza di originalità si sta dicendo, in realtà, che è banale. L’originalità dell’idea non è propria di tutti e sarà un valore aggiunto per la storia. La banalità, invece, è un problema strutturale, di fondamenta, di incapacità nel maneggiare le tecniche. Si può essere interessanti senza essere originali, ma per curare la banalità bisogna scavare molto più a fondo, ripensare il nostro rapporto con la tecnica e con il processo creativo. Non tanto perché raccogliamo gli stimoli esterni – che trovo facciano parte della creatività – quanto perché li subiamo invece che rimescolarli e sfruttarli. Certo, scegliere di vendere, di partire da un pubblico alla ricerca di una specifica storia, da un genere entro cui incasellarsi, da percorsi fatti “al contrario”, non è sbagliato di per sé. Il rischio, però, è che qualcuno possa trovare la nostra storia banale e scriverci “questo romanzo non è originale”.

IL SALONE DELLA CULTURA 2019

A Milano, gennaio ci fa venire voglia di entrare in letargo e uscire solo quando un raggio di sole filtra oltre lo smog. Così, per tutta la strada che separava la fermata del tram dal Superstudio Più che ha ospitato il Salone della Cultura, non ho fatto altro che pentirmi di essere uscita di casa.

È andata meglio all’interno, ma solo dopo aver superato insoliti problemi con i biglietti: sono stata indirizzata alle casse per l’acquisto e sono tornata indietro per farli scansionare (fin qui tutto nella norma), peccato che il biglietto del mio ragazzo sia stato letto subito e il mio no; l’addetto agli ingressi ci ha provato una singola volta e poi mi ha chiesto di passare alle casse dove avevo appena acquistato l’ingresso, non si sa bene con la speranza in quale risultato. Perfino il cassiere mi ha guardato sperduto quando gli ho spiegato cosa stesse succedendo. Alla fine, in un altro ingresso, i biglietti sono stati letti senza problemi. A volte basta intestardirsi… o, beh, provare più di una volta.

E lo so, lo so che questa lamentela è sterile e non serve a niente, ma sto facendo il resoconto della mia giornata ed è l’una di notte, orario standard a cui mi ritrovo per scrivere questi post, quindi mi si passi un filo d’acidità.
Per il resto non mi posso lamentare dei giovani volontari (o poco più?) che sono stati selezionati come staff, perché sono giovani e volontari, appunto, e sono stati tutti gentilissimi a dare indicazioni, gestire il guardaroba e timbrarci il dorso delle mani per farci entrare e uscire (una cosa che le celebri fiere dell’editoria potrebbero imparare, evitando di imprigionare dentro chi paga il biglietto perché vale “un ingresso” e non “una giornata”).

Un punto a favore di quest’edizione è stata la disposizione degli stand. L’anno precedente i piccoli e medi editori erano relegati in una stanza che non era di passaggio e che è rimasta, di conseguenza, deserta (come abbiamo ricordato con Elena del blog Sogni di carta e altre storie, che consiglio di visitare). Quest’anno, invece, era obbligatorio passare per i loro stand prima di entrare nella parte dedicata all’usato e all’antico, e la loro sezione è sembrata molto più frequentata e vivace. Lo trovo giusto, perché sono realtà che molti conoscono poco e trovarsele davanti agli occhi è più facile che andare a cercarle con intento per i locali.
Nella sala che occupavano l’anno prima sono stati messi gli stand con i libri d’antiquariato e i laboratori di carta e rilegatura, perché quelli sì che hanno un loro pubblico e delle persone interessate a seguirli nonostante la sistemazione spaziale.

Non ho comprato molto. Come sempre il mio ragazzo ha razziato lo stand della Hypnos con quello che gli mancava e io ne ho approfittato per recuperare due volumi della prima edizione di Harry Potter che mio padre mi ha disperso fra un trasloco e l’altro (che. dolore.)
C’era molto da vedere, spulciare, selezionare, ed è stato divertente farlo, come ogni volta, ma se c’è una lezione che il trasloco e il nuovo anno mi hanno insegnato è quella di comprare solo i libri che voglio ardentemente, che desidero con tutta me stessa, che bramo con la potenza di mille soli… insomma, ci siamo capiti: ho fatto la brava e non ho inflitto alla nuova libreria più peso di quanto già non ne sopporti.

Se l’evento continuerà a migliorare e a trovare un modo sempre più efficace di accogliere il pubblico, come sta dimostrando, io continuerò a frequentarlo e ad affrontare il freddo d’inizio anno solo per lui. E, forse, ma solo forse, riuscirò a essere sempre più brava e a comprare sempre meno libri.

INTRATTENIMENTO E LETTERATURA: uno sterile dibattito (italiano)

“La letteratura d’intrattenimento non è letteratura”
Se gli intellettuali e i critici marciassero per le strade, questa scritta sarebbe su almeno dieci cartelli, e far passare questo messaggio sarebbe l’obiettivo dell’intera protesta. Perché questo è un dibattito vecchio quanto la scrittura che, soprattutto in Italia – dove la tradizione della letteratura di genere è meno legittimata, ed è storicamente forte la produzione di narrativa generale – non smette mai di auto-alimentarsi.
“Intrattenimento” diventa una parola sporca, legata al soddisfare un prurito estemporaneo come potrebbe fare la televisione (anche qui, perché in Italia abbiamo iniziato a sviluppare un senso di qualità del prodotto televisivo solo di recente, dato che prima la qualità era propria solo di un certo tipo di cinema impegnato). Insomma, per nessuna ragione un concetto da avvicinare all’arte.
Una visione semplicistica e superficiale che non dovrebbe appartenere agli ambienti intellettuali – se proprio per l’intelletto questi ambienti si distinguono –, ma che esiste e di cui vorrei parlare in questo articolo.

Intrattenere
Partiamo dalle ovvietà: la narrativa generale non esclude l’intrattenimento, e viceversa. Se smettessimo di pensare a compartimenti stagni, mettendo qui il bello e lì il brutto, e apprezzassimo le sfumature senza la paranoia di perdere le definizioni (e quindi le nostre certezze), la vita sarebbe molto più semplice. Perché, diciamolo, far rientrare la vita nelle nostre costrizioni è molto più complicato che accettarla così com’è. Ma sto filosofeggiando. Il punto è questo: nella “vera letteratura” l’intrattenimento è sempre stato presente, perché l’arte tutta è potenzialità di fruizione. Altrimenti non esisterebbe produzione letteraria, cinematografica, figurativa, e tutte le opere se ne starebbero ad ammuffire in cassetti e soffitte. Un pubblico è previsto, è preso in considerazione, e uno degli scopi è sempre tenerlo lì, a fruire di qualcosa.
Intrattenere, quindi, come tenere lì, tenere occupati, senza limitarsi all’accezione del termine che associamo al divertimento.

La “vera letteratura”
Molti di quelli che oggi consideriamo autori di “vera letteratura” sono stati, a loro tempo, qualcosa di molto simile all’intrattenitore: mentre la letteratura andava sdoganandosi e non era più materiale per soli intellettuali, fioccavano i romanzi d’appendice. Romanzi che, ad oggi, sono grandi classici della letteratura inglese, francese, russa.
Qual è la differenza?
Perché una differenza c’è, è ovvio.
Dickens, Flaubert, Dostoevskij e tutti i loro simpatici amici sono stati in grado di resistere alla prova del tempo invece di essere dimenticati, perché le loro opere hanno qualcosa di universale e profondamente umano che continuerà a parlare ai lettori anche in futuro. Non importa se stiamo cercando di portare a casa la pagnotta (o di pagarci il vizietto del gioco, vero Fëdor?), l’importante è metterci l’anima, puntare al meglio che si possa creare, tenere a mente che anche la più banale esperienza umana può essere narrata in modo che parli all’anima. Intrattenere, quindi, una parte più profonda di noi che va oltre la soddisfazione di una voglia superficiale.

L’importanza (ignorata) della qualità
A questo punto può sorgere spontaneo chiedersi come spingersi più a fondo e se sia davvero necessario farlo.
Sulla seconda domanda, la mia risposta è semplice: sì. L’obiettivo non dovrebbe mai essere, scrivendo, “voglio che la mia storia sia dimenticabile”. Le autrici e gli autori che conosco, quelli di cui posso sperimentare indirettamente il processo creativo, non si pongono il problema del loro pubblico quando ideano una storia, ma non sputano sulla carta tutto quello che esce dal loro cervello senza selezionare o ragionare e, in seguito, rivedere e sistemare. Questo significa che il loro obiettivo è – anche involontariamente – quello di fare bene il loro mestiere, in modo da essere letti e apprezzati (per quanto possibile, com’è sempre ovvio quando si parla di processi creativi e percezione da parte del pubblico).
Ricordati, quindi.
Con questa predisposizione mentale, si risponde anche alla seconda domanda: perfino nella dinamica più scontata (mi si passi il termine denigratorio) – ad esempio “lui e lei si incontrano” –, se esploriamo i personaggi, le circostanze, gli ostacoli e i motivi delle scelte, possiamo trovare spunti per far sorgere domande, riflessioni e pensieri involontari. Non è necessario filosofeggiare e dispensare grandi verità, quando si scrive, ma fare bene il proprio compito di scrittori. Il resto viene da sé.
Pare ovvio, seguendo questo ragionamento, che la vera distinzione non dovrebbe riguardare la letteratura di genere e la narrativa generale, ma la qualità del singolo libro e le capacità del singolo autore. A mio parere si dibatte mancando il punto per l’ennesima volta.

Scrivere per scrivere, non scrivere per vendere
Tutta l’arte è commercio. Bisogna scendere a patti con questa materialistica verità.
Però, come accennato sopra, a mio parere non è vendere lo scopo con cui l’arte dovrebbe nascere. La narrativa (di genere o generale che sia), dovrebbe partire dal desiderio di scrivere, di raccontare al meglio una storia, e porsi il problema del pubblico solo in modo collaterale.
Quando commerciare prevale sul creare, si dà fondamento al pregiudizio che affligge la narrativa di genere: la sua scarsa qualità.
Se il nostro obiettivo è vendere, infatti, tenderemo a restare entro le regole del genere di riferimento e a rispettarne i paradigmi, in modo da proporre qualcosa di familiare e facile da acquistare. Se siamo abituati a comprare carote arancioni, difficilmente compreremo carote viola, per intenderci; se vendiamo carote, quindi, meglio produrle arancioni e farla semplice.
Il problema è che non stiamo facendo bene il nostro mestiere di scrittore (al contrario di chi vende carote, che può venderle un po’ come gli pare). Anzi, non lo stiamo facendo affatto.
Evitare i cliché, imparare le regole e infrangerle, raccontare le banalità della vita con uno sguardo diverso, sono le caratteristiche che faranno ricordare a qualcuno la nostra storia, che la faranno amare, che sia una storia d’amore, di pirati, di serial killer poco importa.

Un invito per chi legge
Questa piccola analisi – che come ogni venti del mese nasce dalla voglia di chiacchierare di un tema specifico e, magari, conoscere le opinioni altrui in merito – non ha lo scopo di sminuire chi legge scritti di scarsa qualità per la voglia divertirsi un paio d’ore e poi passare oltre. Io vivo secondo il motto che si può leggere ciò che si vuole, senza eccezioni.
Vorrei solo far notare, però, come credo si possa ottenere questo e qualcosa in più cercando meglio e non accontentandosi. Leggere un thriller, un giallo, un romance non significa farsi andare bene una pessima qualità perché “questo passa il convento”. Di opere che possono intrattenere e stimolare allo stesso tempo, infatti, il mondo dei libri è pieno. Siamo solo pigri. Siamo solo bulimici. Siamo solo fermamente convinti che si debbano leggere “Guerra e pace” oppure “Cinquanta sfumature”, o l’uno o l’altro, o l’opera letteraria per eccellenza o l’intrattenimento di qualità infima che solletica una voglia estemporanea.
Non è così.
Anzi, questo lo pensa chi è d’accordo con gli intellettuali di cui ho parlato in apertura, anche se lo fa senza la consapevolezza di farlo ed è schierato dalla parte bistrattata (quella dell’intrattenimento, della letteratura di genere). In questo specifico caso, schierarsi significa credere in questa contrapposizione e rinforzarla.

Un invito per chi analizza
Se chi legge ha piena libertà decisionale su quello che legge, meno libertà dovrebbero avere i critici, gli intellettuali, i giornalisti letterari. Il pregiudizio, lo snobismo e l’elitarismo non dovrebbero essere accettati come la norma. Anche questi sono un accontentarsi, infatti, un farsi andare bene l’opinione comunemente accettata senza porsi davvero delle domande, senza scavare più a fondo. Si sta facendo male il proprio mestiere, esattamente come lo scrittore che si accontenta di scrivere opere mediocri allo scopo di vendere. Denigrare la letteratura di genere per essere accettati come competenti non ci rende davvero tali. I libri sono un modo per creare connessioni fra esseri umani (come tutta l’arte), accomunandoli attraverso le storie che leggono e le emozioni che queste storie suscitano; non un modo per creare distanze e differenze o, peggio, umiliazioni.
Vorrei leggere di intellettuali in grado di sfidare l’opinione diffusa nei loro ambienti e dar vita a dubbi e dibattiti. Vorrei un mondo dove parlare di letteratura non significhi fare copia e incolla di visioni vecchie di decenni che forse è arrivato il momento di mettere alla prova.

Un invito per chi scrive
A chi scrive, invece, va la mia chiusura. Il bisogno di vendere c’è ed è innegabile, perché vivere di scrittura è il sogno di (quasi) tutte le persone che scrivono, ma non bisogna dimenticare che lo avevano anche molti dei grandi nomi del passato e che questo non gli ha impedito di svolgere bene il loro lavoro. Alcuni sono morti poveri, certo, e la qualità delle loro opere è stata riconosciuta solo dopo, altri sono riusciti a sopravvivere e ottenere la fama. La qualità, però, è il denominatore comune, il fondamento, il punto di partenza. Se ce ne disinteressiamo, stiamo facendo del male a un mondo che non ha proprio bisogno che gli vengano inferti altri colpi; un universo – quello della letteratura – che ha già tante difficoltà, senza bisogno che venga alimentato il pregiudizio su una sua buona parte.
Scriviamo di quello che più ci piace, ma facciamolo bene.

NANOWRIMO 2018

Ci risiamo, è novembre, e come ogni anno i miei amici che non hanno a che fare con la scrittura si chiedono di cosa diavolo io stia continuando a parlare sui social.
Sì, perché novembre è il mese del NaNoWriMo, il National Novel Writing Month: un evento lungo trenta giorni e aperto a tutti in cui chi scrive si pone l’obiettivo di buttare su carta cinquantamila parole (possibilmente la bozza base di un romanzo).
Questo sarà il mio terzo anno e, assieme alla sfida principale novembrina, mi sono impegnata in quasi tutti i campeggi virtuali associati. Due volte all’anno, infatti, ci si sfida di nuovo, questa volta stabilendo il proprio obiettivo personale, immaginando di ritirarsi in campeggio per dedicarsi solo e soltanto alla scrittura.

Certo, come ho già scritto negli articoli passati (qui e qui) il NaNoWriMo non è per tutti, mentre i campeggi – essendo più elastici – possono adattarsi a molte più persone (per esempio, l’obiettivo personale di un CampNaNoWriMo può essere “scrivere un’ora al giorno”).
Credo però di non aver mai parlato un po’ più nel dettaglio di come funziona, di chi – secondo me – farebbe meglio a evitarlo e di chi, invece, potrebbe trarne beneficio.
Prima di tutto, come ogni evento online con un sito, ci si iscrive dando un indirizzo email, una password e un nickname. Non è richiesta alcuna quota di partecipazione, ma si può decidere liberamente di donare per sostenere il progetto.
Fatto questo primo passo, c’è chi compila il profilo nei minimi dettagli (la sottoscritta) e chi lo lascia con le informazioni di base fornite all’iscrizione. Non è un problema, l’importante è annunciare il proprio romanzo o, per dirla con parole non rubate direttamente al sito (che è in inglese), caricare il titolo. Sì, basta il titolo, ma si può decidere di postare anche una sinossi, un estratto e una copertina, per quanto provvisoria.

Fatti questi primi passi, il sito permette di aggiornare il conteggio delle parole ogni volta che si vuole, che siano le parole totali dell’intero progetto o le parole della singola sessione di scrittura. La quota si riflette su un “simpatico” grafico e su una serie di statistiche che permettono di tenere d’occhio i progressi. Non mancano poi, nella posta del proprio profilo sul sito, i messaggi motivazionali di scrittori più o meno celebri e partecipanti al NaNoWriMo che “ce l’hanno fatta”.

 

Per chi è utile il NaNoWriMo, quindi?
Per chi vuole provare qualcosa di nuovo, prima di tutto, dopo un periodo in cui la scrittura è diventata un po’ stagnante; per gli underwriters (quelli che scrivono quantitativamente poco, al contrario degli overwriters) in cerca di una spintarella per buttare le parole sulla carta – ok, sullo schermo; per chi vuole costruirsi una routine e non sa da dove partire; per chi ha un’idea da tempo, ma trova una scusa o un’altra per non sedersi al computer e concretizzarla in un romanzo.
Sconsigliato, invece, per chi prova ansia ponendosi un obiettivo difficile da raggiungere, per gli overwriters che cinquantamila parole le raggiungono fin troppo facilmente, per chi ha già una routine consolidata che non è il caso di stravolgere (magari sincronizzata con un lavoro che tiene troppo occupati per scrivere quote giornaliere e consente solo lunghe sessioni nel week end).
In entrambi i casi, si tratta della mia visione dell’evento. Non è detto che un overwriter non possa partecipare e trarre beneficio dal NaNoWriMo, né che chi è ansioso non debba provare almeno una volta, e così via.
Ha i suoi lati positivi, quindi, ma non è un rito di passaggio obbligato che si adatta a tutti. Né è il caso di denigrarlo se non fa al caso nostro, come mi è capitato di sentire in giro per il web (“se si vuole fare gli scrittori si scrive tutto l’anno, mica solo a novembre”; certo, ma scrivere il resto dell’anno non esclude di poterlo fare a novembre con altre persone all’interno di un evento, no?). Dipende dalla situazione, dal tipo di scrittore, dal tipo di progetto, com’è ovvio che sia. Io ci ho scovato alcune delle persone con cui mi ritrovo più spesso a scrivere e scambiarmi opinioni sulla scrittura, quindi non posso che apprezzarlo. Inoltre sono una dannatissima underwriter e mi servono tutte le spinte possibili per sputare fuori le parole.

Questo novembre tornerò alle origini e proverò a finire il progetto dal nome in codice “Numero Zero” (che prima o poi dovrà essere battezzato, lo so). Ne ho parlato qui e qui, per rendere l’idea di quanto sia cambiata l’idea nel tempo, ma ho anche creato una playlist (triste, anzi tristissima) che mi tiene compagnia mentre scrivo e una bacheca pinterest per motivarmi e ispirarmi con qualche immagine. Due attività che consiglio, nelle pause dalla scrittura, a chi partecipa al NaNoWriMo (o a chi scrive in generale e cerca di restare motivato e ispirato, appunto).
Novembre è un mese pieno, ma quest’anno ancora di più perché, se tutto va bene, a fine NaNoWriMo sarò nella nuova casa!

ESSERE EMERGENTI SUL WEB: come NON comportarsi fra netiquette e promozione

Gli autori emergenti sono maleducati
Questa frase circola ovunque, nell’ambiente della scrittura underground (sì, l’ho ribattezzata come la musica) e, da esponente del gruppo preso d’assalto, vorrei poter dichiarare a gran voce quanto sia falsa.
Il problema è che, proprio da esponente di tale gruppo, non mi sento di difenderci a spada – o penna – tratta. Certo, è una generalizzazione, è un estremismo e io non sono né per gli uni, né per gli altri, ma è innegabile che sul web circolino soggetti in grado di far guadagnare una pessima reputazione all’intera categoria. L’animale-emergente assume diverse forme, spesso è educato, gentile, disponibile, altre volte è un po’ narcisista e si rapporta al prossimo con la delicatezza di un rullo asfaltatore.
A chiunque legga faccio un personale appello: le considerazioni che seguono non nascono dal desiderio di sangue, dalla voglia di scatenare flame e guerre di categoria fra autori e blogger, o autori e editori, o autori e altri autori. Sono, come vorrei fossero tutti gli articoli di questa rubrica, delle riflessioni più estese e approfondite su temi che mi appassionano. Per renderli accessibili a chiunque voglia dar loro un’occhiata, inoltre, tendo a spiegare anche questioni che per gli addetti ai lavori non hanno bisogno di essere spiegate.

L’animale-emergente
Chi è un “emergente” e perché le virgolette? Si tratta di autore che si avvia a una certa notorietà, almeno secondo le definizioni ufficiali. Non è ancora lì, ma è sulla strada che ce lo porterà, se sarà abbastanza – per non dire straordinariamente – fortunato e abile.
In realtà questa spiegazione fa storcere un po’ il naso. Prima di tutto, perché si concentra sulla fama, mentre esistono autori che da anni scrivono e vengono pubblicati da case editrici medio-piccole e che di certo farebbe ridere considerare ancora emergenti, pur senza una notorietà da prime pagine di Robinson. In secondo luogo, perché il termine sta iniziando a imprigionare una realtà varia e multiforme – come spesso accade con le etichette quando portate alle estreme conseguenze – che si ramifica nel self oltre che nell’editoria tradizionale e che spesso ha successo in modi alternativi. Infine, in certi ambiti sta assumendo un’accezione quasi negativa, distante perfino dalla definizione ufficiale: emergente come ingenuo, incapace, mr. nessuno, l’ennesima meteora.
Io mi considero un’autrice emergente senza troppi problemi, perché tendo a considerare l’emergente come qualcuno che sta muovendo i primi passi nelle pubblicazioni, che si sta facendo le ossa, che sta imparando come funziona il mondo della scrittura a un gradino più alto della sola passione. E poi perché, se sto emergendo, da qualche parte dovrò pur spuntare, come i funghi. Insomma, mi cullo nell’implicita speranza di questa definizione.

“Ti piacerà sicuramente”
Succede che scrivere è un’arte, in linea di massima. Oppure, se vogliamo – e a volte dobbiamo – essere più modesti, è una forma di intrattenimento. Come arte o intrattenimento, la scrittura prevede quindi una fruizione, ossia che qualcuno la prenda e ne goda. Per farla semplice: si scrive per essere letti, per quanto sia importante scrivere qualcosa che ci appassioni in prima persona. E qui credo risieda l’origine del primo comportamento dannoso con cui mi è capitato di scontrarmi in questi anni di attività fra gli autori del web: il caso del “ti piacerà sicuramente”.
È capitato a me, che non sono blogger o booktuber nel senso stretto dei termini, non immagino quante volte possa essere capitato a chi aderisce perfettamente a queste due categorie. Inizia sempre con un messaggio privato di qualche tipo, magari perfino copia-incollato un miliardo di volte, e finisce sempre nello stesso modo: “questo è il link per comprare il mio libro, leggilo, ti piacerà sicuramente”. A volte la frase cambia, ma la sostanza è la stessa.
Chiariamoci, magari mi piacerà davvero, magari è il mio genere nello stile che adoro, ma questa non è sicurezza in sé, questo è puro ego e non piace a nessuno. O ci si conosce da anni, oppure non si può sapere cosa piacerà all’interlocutore. Di certo non si può saperlo sicuramente.
Il problema è che neanche interessa, perché il meccanismo è “l’ho scritto io, a me piace, piacerà anche a te”, unito a quel “ho bisogno di lettori” che ci riporta all’idea che la scrittura, in quanto espressione, voglia un suo pubblico.
Avere passione per quello che si scrive è importante, fondamentale, ma non deve farci perdere il contatto con la realtà, né l’accortezza nel considerare i gusti e gli spazi degli altri. Né questo è il modo corretto per attirare i lettori, che invece alzeranno gli occhi al cielo e ignoreranno il nostro invito alla lettura – se di invito si può parlare quando si usano gli imperativi.

Lo spam, il volantinaggio della rete
Quella di cui ho appena scritto è una forma di spam, una pubblicità non richiesta e invasiva, ma non ne è la forma più disprezzata. Infatti l’autore del “ti piacerà sicuramente” tende a fare questo discorso a chi può recensirlo o a persone che ha incrociato nel mondo dei gruppi e delle pagine Facebook apposite. Insomma, un aggancio con il mondo dei libri c’è e lui lo sfrutta nel modo sbagliato.
Una forma di promozione sgarbata più subdola è la risposta “c’è il mio libro” ai post che chiedono consigli di lettura: se non è spam nel senso stretto del termine, è quantomeno di cattivo gusto. Siamo tutti tentati di dare questa risposta, perché quello è un potenziale lettore, ma rischia di far storcere un po’ il naso e suonare bisognoso. Anticipo per un istante un discorso che farò più avanti: in questi casi, approfittiamone per consigliare il libro di un emergente che ci piace e con cui, magari, abbiamo creato un legame professionale (o d’amicizia, perché no), magari spendendo due paroline sulla trama invece di limitarci a copiare il link. Ovviamente, diverso è il caso in cui la richiesta di consigli di lettura riguardi i libri scritti dagli utenti del gruppo o della pagina, perché in quel caso è lecito rispondere promuovendosi.
Un discorso a parte lo meritano proprio i gruppi, in cui spesso compaiono figuri in grado di infrangere manciate di regole tutte in un colpo solo. La condivisione di link d’acquisto si può fare solo il mercoledì, riguardo a specifici argomenti? Ed eccolo di lunedì a fare pubblicità al suo libro, senza neanche curarsi del tema previsto. Così non si guadagnano lettori e l’unico risultato sarà di essere cacciati dai gruppi, che sono invece uno strumento fondamentale per la promozione sana dei nostri libri. Supponendo che chi scrive sia in grado di leggere, direi che sorbirsi mezza paginetta di regolamento è meglio che privarsi di un canale che non solo ci permette di farci conoscere, ma anche di creare le connessioni di cui discuterò più avanti.
La promozione aggressiva peggiore, però, è il tag di massa, fatto con tutti, indistintamente. “Esce il mio libro”, con una bella immaginona della copertina e il numero massimo di persone che è possibile citare in una foto contro la loro volontà. Sembra una leggenda metropolitana, ma è capitato, spesso da parte di persone che si sono approcciate tardi ai social e che, quindi, hanno poca confidenza con l’etichetta del web.

Complotti e drammi emotivi
Esistono poi autori che vivono per essere al centro di complicati meccanismi che finiscono per soffocare l’opera e porre l’attenzione solo sulla persona. Litigi, frecciatine, fraintendimenti, veri e propri complotti ai loro danni… funziona, è innegabile, perché l’essere umano sul web è attirato dai flame e dagli scontri più di quanto non lo sia nella vita di tutti i giorni, ma bisogna essere davvero abili per uscirne con la reputazione professionale intatta. Se alcuni lettori verranno attirati, altri si stancheranno presto del teatrino e si allontaneranno, e il rischio che i secondi siano più dei primi è reale.
Allo stesso modo, non colgo i risvolti positivi in tutti quei meccanismi volti a suscitare compassione, sperando che questo comporti letture e vendite da parte dei passanti. “Non mi legge nessuno” è capitato anche a me di dirlo, come capita a tutti di sfogarsi nei momenti di sconforto, né dev’essere sempre e comunque vietato. Bisogna però cercare di mediare, di razionalizzare, di capire quando si sta usando il pietismo come arma promozionale e quando è puro e semplice sfogo emotivo. Il lettore si renderà presto conto della frequenza con cui ci si lamenta, con cui si additano come colpevoli quelli che non comprano e non leggono, e potrebbe lasciarci ad annegare nel nostro bisogno di attenzioni per rivolgersi a chi adotta metodi promozionali più professionali.
Peggio, forse, sono solo quelli che hanno sempre qualcosa da ridire sui colleghi, che criticano e correggono dall’alto delle loro competenze. Certo, un lettore ha sempre il diritto di criticare ed esprimersi, ma per uno scrittore la realtà è più complessa. In questo caso, ci viene difficile comprendere che tanto più ci poniamo su un piedistallo, tanto più dovremo dimostrare di meritarlo. Non verremo letti dai nostri colleghi con un occhio chiuso, perché in fondo “è la prima opera”, “siamo tutti emergenti”, “qualche refuso scappa”, ma verremo letti per come ci siamo posti: pretendiamo perfezione dagli altri, dobbiamo dimostrare che le nostre opere sono all’altezza. Talk the talk, walk the walk, come dicono oltreoceano.

Creare connessioni e raccontare storie
Come promuoversi, allora, se tutto è vietato?
I social sono un’arma affilata che, maneggiata bene, colpisce dritta il bersaglio. Tutto sta nel non darsela sui piedi e amputarsi gli alluci, ecco.
Conoscere altri emergenti, conoscere i potenziali lettori, è il punto di partenza e per farlo il segreto è esserci. Partecipare ai gruppi, quindi, sempre leggendo il regolamento e senza limitarsi al mero spam nei giorni prestabiliti; avere una presenza diffusa e costante, almeno su Facebook e Instagram (per i più svergognati, come la sottoscritta, vale anche YouTube); se si ha tempo per coltivarli, può andare bene anche crearsi una pagina (con il nostro nome, non il titolo dell’opera) o un blog.
Cosa fare di tutti questi mezzi sta alle nostre inclinazioni personali. Io sono per l’essere se stessi, con moderazione. I lettori, idealmente, non sono amici che vi perdoneranno l’essere sopra le righe a ogni costo, per esempio, anche quando è un tratto della vostra personalità. Non fingere, quindi, ma sapersi mettere in luce nel modo giusto. L’ideale, quando si parla di social, è condividere storie, far trasparire emozioni, connettersi all’altro toccandolo in punti che lo fanno sentire compreso.
Il passo dopo a “esserci” è “esserci per gli altri”: iniziamo a leggere i colleghi, magari condividendo quelli che ci colpiscono e spiegando perché ci piacciono, consigliando, chiacchierando, discutendo. I social sono connessione, nascono per creare comunità, e sarebbe bene approfittarne per crescere come autori e come persone, fra la condivisione di un gattino e l’altra (gattini che sono un diritto sacrosanto e inalienabile di tutti).
Visto il bagaglio culturale italiano, sorgerà spontanea in noi la domanda “cosa ce ne viene?” e la risposta è che – se quello che scriviamo è valido e curato in modo adeguato – gli altri potrebbero fare lo stesso con noi.

Ipocrisie, buonismi, opportunismi
Come per tutto, anche le opinioni che ho appena esposto hanno le loro estreme conseguenze. C’è chi dice che questa sia ipocrisia, che condividere gli altri sia solo un modo per ricevere in cambio qualcosa. Non credo sia così.
Personalmente non penso sia il caso, né sia salutare, promuovere tutti quelli con cui entriamo in contatto, senza curarci della qualità e del nostro personale apprezzamento per chi stiamo condividendo. Leggo una quantità indecente di emergenti, come dico spesso, ma in passato ho parlato solo di una manciata di loro. Sono quelli che mi sono piaciuti tanto da consigliarli e con alcuni ho poi creato, per stima e curiosità, anche rapporti personali per cui mi sento tutt’ora una persona molto fortunata.
Attaccati sono anche i blogger che non vogliono fare recensioni negative quando si trovano davanti prodotti di emergenti che le meriterebbero. Ipocrisia, per me, sarebbe parlarne positivamente, in modo che il blog non abbia problemi e continui ad avere pubblico anche grazie all’autore che condividerà volentieri l’articolo. Più corretto, invece – sempre se non si è a proprio agio con l’idea di fare una stroncatura –, decidere di evitare di pubblicarla, magari contattando l’autore per esporgli il parere in modo che ci sia comunque confronto e crescita, senza la pubblica ghigliottina che potrebbe annientare qualsiasi possibilità futura di chi magari è stato ingenuo e inesperto (“emergente” nella nuova e opinabile accezione negativa del termine). Certo, se ci si mette in gioco bisogna saper giocare e ogni blog ha la sua linea d’azione; da autori, è nostro compito imparare almeno a comprendere le critiche, per poi decidere se accettarle per crescere o ignorarle perché inutili. Anche in questo caso, è necessario prendere le distanze, razionalizzare, analizzare.

Conclusione
Non esiste una regola perfetta per stare sul web da emergenti, come non esiste una regola perfetta per stare al mondo nel modo giusto. Ci sono direzioni, però, che si possono seguire per dare e ottenere il meglio, restando fedeli a se stessi e promuovendosi allo stesso tempo. È un gioco da equilibristi che a volte può sembrare complesso, ma che è tutta questione di allenamento. Un passo alla volta, un errore e una correzione, e si può prendere la via giusta, magari emergendo per davvero.
E sì, tutto quello che ho scritto vale anche per me.

SULL’AUTO-EDITORIA, DOPO LIBRI IN BAIA

In un’entrata laterale sulla Baia del Silenzio, a Sestri Levante, si è tenuta la seconda edizione di Libri in Baia. Una piccola fiera che ha dato spazio soprattutto agli emergenti – singoli autori, certo, ma anche editori–, ad alcune librerie e a studi editoriali.
Se è difficile attirare pubblico nelle grandi città quando si tratta di libri, ancora più difficile è in questo contesto. Dalla parte di LiB, però, c’è stato un week end uscito direttamente dall’estate passata e un’ambientazione davvero bella, che permetteva alla gente di farci un salto direttamente dalla spiaggia per curiosare fra i libri.


La parte più vivace è stata sicuramente quella rivolta ai bambini, mentre è sempre più complicato presentare libri e tenere interventi che attirino gente, durante questi eventi. Soprattutto quando le indicazioni per raggiungere gli spazi sono fornite in modo un po’ vago dagli addetti.


Io sono andata per sentire Sara Gavioli, che seguo volentieri da tempo (qui la sua pagina Facebook, il profilo Instagram e il canale YouTube), e Gabriele Dolzadelli (qui la sua pagina Facebook e il suo profilo Instagram, nonché il gruppo Self Publishing Italia che amministra) parlare di auto-pubblicazione. La prima è una editor freelance che lavora anche con alcune case editrici, il secondo è autore – self, appunto – della saga Jolly Roger.
Sono rimasta piacevolmente soddisfatta dal modo in cui è stato affrontato il discorso, senza ignorare i difetti di un mondo “democratico” fino all’eccesso, ma ricordando anche gli aspetti positivi, che spesso vengono snobbati e sminuiti non solo dai lettori, ma dagli stessi addetti ai lavori.


Diciamolo: da autrice self, quando un emergente snobba questo mondo, storco sempre un po’ il naso e la mia stima tende a calare. “E, ma da lettore non ho voglia di star lì a cercare la qualità in mezzo alla spazzatura” è la frase che si dice più spesso, senza rendersi conto che è un discorso semplicistico, perché può essere valido anche per le piccole case editrici che pubblicano emergenti, a essere sinceri, e per qualche editore anche più celebre (viste le polemiche degli ultimi giorni). Insomma, la spazzatura la vogliamo solo con un bel marchio conosciuto sopra, altrimenti ci si indigna e non poco.
Il problema è che, quando si è autori, un occhio a come si muove l’editoria non fa male e porsi “al di sopra” di uno dei fenomeni più rivoluzionari (e ancora da capire, non lo metto in dubbio) del mercato è quantomeno ingenuo. Questa frase, poi, l’ho sentita in decine di occasioni, a volte da autori che successivamente si sono imbarcati proprio nell’auto-pubblicazione (lo sottolineo, perché a quel tempo l’ho trovato non poco ironico).
Nessuno può obbligare qualcuno a leggere o comprare libri di autori che si sono messi sul mercato senza la mediazione di una casa editrice, certo, ma rifletterci concretamente, senza i “sentito dire” che riempiono tante bocche, non credo farebbe male a chi scrive e vorrebbe farne un mestiere (o una carriera secondaria, almeno), anche se le sue scelte personali ricadono poi sull’editoria tradizionale.

Tutto questo, ovviamente, è un mio pensiero, una mia considerazione su un intervento che non si è concentrato su un singolo aspetto, ma ha esposto le dinamiche del self e i suoi meccanismi in generale, il lavoro necessario se si vuole prendere questa strada e le insidie che aspettano l’autore nel mondo complesso del auto-editoria – come sarebbe meglio parlarne per descrivere adeguatamente questa realtà.
Sì, perché con il self publishing si diventa editori di se stessi, com’è stato ripetuto più volte, e un editore ha tutti gli interessi a vendere un buon prodotto: l’editing, la grafica, la promozione sono tutti aspetti fondamentali, da fare secondo le proprie possibilità, ovviamente, ma mantenendo un certo standard di professionalità.

Consiglio di guardare il video dell’intera discussione, perché le considerazioni professionali di Sara si sono bene intrecciate all’esperienza diretta di Gabriele, dando così degli ottimi spunti di riflessione.
L’anno prossimo cercherò di ritagliarmi più tempo per vivere fino in fondo un evento che mi è sembrato interessante e che di certo merita un approfondimento, sperando di trovare altri interventi stimolanti quanto questo

PERSONAGGI FEMMINILI FORTI: UN DIBATTITO

Introduzione: cos’è una “badass chick”
Come da titolo, oggi voglio affrontare un argomento che viene ampliamente discusso su blog e canali di lettura, soprattutto made in USA. La questione della badass chick, il personaggio femminile tanto “cazzuto” (non uso casualmente questo termine, che personalmente non gradisco) da essere uno stereotipo che mal rappresenta il mondo femminile. I personaggi di questo tipo sono forti – anzi fortissimi – sono abili – no, abilissimi – e sono duri, non hanno bisogno di niente e di nessuno, tanto meno delle emozioni. Si appropriano di caratteristiche tradizionalmente associate al mondo maschile solo perché appropriarsi di quelle associate al mondo femminile è visto come degradante (supponendo che le une e le altre caratteristiche esistano, cosa di cui sono personalmente poco convinta, come spiegherò più avanti).
Questi, insomma, i principali attributi di tali personaggi e, di conseguenza, i temi del dibattito.

Reazione estrema alla Mary Sue
La genesi del personaggio femminile stereotipicamente forte può trovarsi in reazione a un altro tipo di personaggio-stereotipo: la Mary Sue. Quindi, per capirlo davvero, forse è necessario ricordare un attimo cosa si intende quando si parla del suo predecessore.
La Mary Sue è il personaggio che ha caratteristiche tradizionalmente femminili nel senso più antiquato del termine, e possiede una serie di attributi che di queste caratteristiche fondanti sono una diretta conseguenza. È, insomma, l’evoluzione – anacronistica; no, proprio andata a male – dell’angelo celeste stilnoviano.
La Mary Sue è vergine o, quando deflorata, è convinta sostenitrice dell’accoppiamento solo in caso di grandi, strabilianti amori. Qualunque altro personaggio femminile che non adotti questa filosofia di vita è etichettato dalla stessa come una poco di buono dalla morale traballante.
La Mary Sue è bella, ma non lo sa, quindi non si trucca e non si acconcia i capelli, perché sarebbe una perdita di tempo. Soprattutto perché curarsi, nel suo mondo, ha il solo scopo di piacere agli uomini o, meglio, a uno specifico uomo di cui è follemente innamorata.
La Mary Sue non ha la capacità di reagire alle situazioni, tantomeno agli abusi a cui la sottopone la sua controparte romantica (a cui “reagire” è di per sé difficile), e la trama le succede abbastanza passivamente.
Ovviamente, tutto questo comporta dei gravi problemi non solo di tipo letterario, ma anche di tipo concettuale. Da qui nasce la basass chick, generata per rinnegare tutto quello che è sbagliato nella Mary Sue, senza però riuscire davvero a superare i suoi limiti, sia letterari che concettuali.

Su cosa si focalizza il dibattito
La discussione su questo personaggio-stereotipo, per come vi ho assistito io fino ad ora, ha alcuni punti che mi piacerebbe approfondire.
Il primo argomento spesso affrontato riguarda l’incapacità della badass chick di provare emozioni e di mostrare fragilità, tanto che la sua intera personalità si esaurisce nella sua forza fisica e mentale.
Il secondo punto riguarda invece proprio le sue capacità fisiche, spesso caratterizzate dalla forza bruta senza alcun tipo di preparazione. Una forza innata che, sempre per chi dibatte, è propria solitamente degli uomini.
Infine, ultimo punto, questi personaggi non sono femminili e, in questa mancanza di femminilità, sembrano voler dichiarare che i tratti ad essa associati siano debolezze da cancellare.
Sebbene le obiezioni mi siano apparse inizialmente sensate, vi ho poi intravisto delle estremizzazioni e delle contraddizioni interne che rendono ai miei occhi l’intero dibattito controproducente o, a tratti, proprio limitato.

Personaggi femminili ed emozioni
Il mio problema con la prima argomentazione riguarda la sua associazione specifica ai personaggi femminili.
Mi spiego meglio: se un personaggio non prova emozioni e non ha fragilità, non è un “pessimo esempio di personaggio femminile”, ma un pessimo esempio di personaggio e basta, a prescindere dal suo genere. Se si attribuisce della problematicità alla questione solo nel caso in cui riguardi personaggi femminili, allora si dà per scontato – almeno nel sotto-testo dell’argomentazione – che i sentimenti, le emozioni e le fragilità siano proprie delle donne; visione superata da tempo che, a mio parere, necessita di essere sradicata dalle nostre convinzioni.
Se ci fossero le stesse osservazioni in merito a personaggi maschili o di altro genere, potrei fingere che è solo questione di attinenza (ossia: “si sta parlando di donne in questo contesto, per questo mi riferisco al caso specifico”); visto però che nessuno si lamenta mai del piattume emozionale dei personaggi maschili tanto da creare un’etichetta che ne identifichi tale stereotipo, non riesco a vedere quest’argomentazione come valida nell’ambito di una corretta rappresentazione femminile. I personaggi vanno creati con  luci e ombre a prescindere dal loro genere, proprio come in un disegno, altrimenti non si sta facendo un buon lavoro.

Forza fisica e lotta
Seguendo sempre lo stesso ragionamento, trovo controproducente affidarsi all’idea che esistano caratteristiche innate in base al genere di riferimento (idea nata dal limitante “binarismo di genere”, che ignora la realtà e le sue sfumature con forza e convinzione), soprattutto quando si parla di una corretta rappresentazione dei personaggi femminili.
Prendiamo l’esempio della forza fisica e delle capacità nella lotta, di qualsiasi tipo essa sia. Prima di tutto, queste due caratteristiche non sono prerogativa degli uomini e, di conseguenza, non rinnegano la “femminilità”. Sono prerogativa, invece, di chi si allena e si prepara, a prescindere dal suo genere. Il problema, ancora una volta, non risiede – a mio parere – negli attributi “rubati” dal personaggio femminile, ma nella sua povera scrittura come personaggio e basta: per lottare e sviluppare forza, ogni persona deve fare un percorso in tale direzione, anche nelle opere di finzione. Oppure, se l’universo letterario lo consente, tale caratteristica innata può essere frutto di situazioni particolari – magiche, magari – che al lettore devono essere comunicate, più o meno esplicitamente.
Ancora una volta, non si fa lo stesso discorso per i personaggi maschili: se un uomo letterario si appropria di caratteristiche tradizionalmente femminili – cucinare, crescere figli, pulire e tutte le altre attività tristemente relegate alle donne dalle frange reazionarie della società – nessuno sembra insorgere. Nessuno si lamenta del softass buddy, perché quest’etichetta non esiste. In fondo, anche nei dibattiti contro gli stereotipi, all’uomo è concesso essere un po’ quello che vuole, mentre la donna deve essere “qualcosa” di specifico.

Iper-femminilità come femminilità
L’ultimo punto ha per me dell’assurdo in generale. Se da una parte vedo la problematicità nel rinnegare trucco, vestiti e qualsiasi altra caratteristica associata all’universo delle donne (sempre per convinzioni sociali che non condivido) perché “troppo femminile” e quindi inadatta a una lottatrice – come se il truccarsi e il curare il proprio vestiario siano onte terribili –, dall’altra non trovo affatto che questi personaggi siano davvero, in tutto e per tutto, dei distruttori dello stereotipo femminile che tanto ci urta nella Mary Sue. Non sono armadi di due metri per due tutti muscoli. Non sono rasate e ferite dagli scontri. Non sono sepolte sotto chili di armature da guerriero.
Semplicemente, non sono iper-femminili. E, per questo dibattito, sembra quasi che tutto ciò che non sia iper-femminile sia un affronto, una negazione dell’essere donna.
Il problema di questo approccio, per me, sta nell’idea che un tipo di femminilità sia più o meno adeguata, più o meno accettabile. Non è così. Si è donne quando ci si identifica come tali, punto. Questo concetto aiuta, quando si deve scrivere un personaggio che si identifica così, perché tanto dovrebbe bastargli ad essere una vera donna™. Se è uno stereotipo è perché è scritto male in generale, non perché non è donna come dovrebbe esserlo, dal momento che non esiste un modo giusto di farlo.
E qui torna il paragone con gli uomini: anche loro soffrono di un “idea di mascolinità”, di uno standard da raggiungere per essere veri uomini™, ma il dibattito sui personaggi che non raggiungono tale livello non è mai efferato e implacabile quanto quello che riguarda le donne. Anzi: se un personaggio maschile rinnega tutte le fantomatiche caratteristiche tipiche degli uomini, anche a costo di trasformarsi in una macchietta, nessuno si lamenta della mascolinità negata. Come sempre, l’uomo difficilmente perde il suo essere uomo, perché a lui basta davvero identificarsi come tale per essere visto così.

Le estreme conseguenze
Un altro problema che ho con il discutere continuo su come dovrebbero essere i personaggi forti quando sono donne sta nelle sue estremizzazioni.
Ripeto: sono convinta che il vero nocciolo della questione risieda nell’incapacità di scrivere, perché l’utilizzo di uno stereotipo, dei personaggi-maschere in generale, è problematico per la storia e per chi quella storia la fruisce; sono convinta che non esista un modo corretto di essere donna, anche se si è un personaggio; sono convinta che il dibattito sia impietoso solo con i personaggi femminili e lasci campo libero a quelli maschili, anche quando scritti davvero male.
Eppure, se anche tutto questo non mi facesse sorgere dei dubbi sulla qualità della discussione, ci si mette chi fa rientrare nella categoria badass chick anche personaggi che non lo sono affatto.
Esempi? Katniss Everdeen dalla saga Hunger Games o Buffy Summers dalla serie Buffy.
Entrambe sono ottimi personaggi, hanno una personalità ben strutturata, hanno punti di forza e debolezze, hanno una storia alle spalle e un’evoluzione davanti; sono forti o hanno abilità particolari, certo, ma per ragioni coerenti con l’universo in cui si muovono o per un trascorso valido di cui il lettore è a conoscenza; provano emozioni più volte nel corso della narrazione, e non solo per amore.
Sono nominate spesso da chi parla della badass chick come uno stereotipo negativo, però, e questo mi fa credere che il problema siano le donne dai tratti forti in generale, più che l’utilizzo di uno stereotipo che appiattisce il personaggio. Se è così, allora non andrà mai bene nulla, dobbiamo esserne consapevoli. Non andranno bene neanche personaggi femminili con caratteristiche tradizionalmente associate al loro universo, anche se ben scritti, perché accorpabili sotto l’etichetta “Mary Sue”. Non andrà bene la donna che lavora, né quella che sta a casa con i figli: l’una troppo indipendente, l’altra anti-femminista.
Se si parte dal presupposto che non c’è un modo corretto di essere donna, invece (o, meglio, che si ha la libertà di essere donna come più ci piace), allora si avranno personaggi scritti male – stereotipi nel senso di “personaggi scritti rifacendosi a convinzioni antiquate della società”, ma anche “personaggi abusati in un particolare genere”, perché no – e personaggi scritti bene, ben strutturati, ben raccontati al lettore.
Inoltre, piccola parentesi, nessuno si lamenta di Peeta Mellark quando decora torte e si strugge per amore. Ancora una volta, avere il pene dà diritto a infinite uscite gratis dall’etichetta “stereotipo”.

Conclusione
Non credo, in nessun caso, che il confronto sia sbagliato in sé, ma il modo in cui si decide di argomentare un dibattito può esserlo.
Da una parte trovo degli spunti interessanti nella discussione che, se approfonditi, potrebbero essere stimolanti e su cui ho dei punti di vista e delle opinioni precise, anche se non ho potuto dar loro troppo spazio in questa analisi. Per esempio cosa si intende quando si parla di “femminilità” e se questo concetto è ormai antiquato o se considerarlo tale svalorizzi uno dei modi di essere donna. Cosa si intende quando si parla di caratteristiche innate e cosa, invece, quando si parla di caratteristiche acquisite. E, soprattutto, quanto sia dannoso un possibile stereotipo, sia concettualmente che letterariamente, se non ha alle spalle secoli di consolidamento sociale come invece accade per la Mary Sue (quest’ultima, infatti, attinge a una visione sociale dalle radici antiche e, a volte, dalle terribili conseguenze, che è davvero problematica per le donne in carne e ossa); cosa che non si può dire, per esempio, per la badass chick.
D’altra parte, però, penso anche che la stessa analisi critica vada rivolta ai personaggi maschili, che delle distinzioni fra personaggi femminili forti e personaggi stereotipati vada fatta, che sia necessario abbracciare l’idea che non esiste un modo corretto di essere – e quindi di “scrivere di” – donne.

SALONE DEL LIBRO DI TORINO 2018

Sono le undici e mezza di sera – d’accordo, è notte – ma io devo parlarvi della mia giornata. So che vi sono mancata e sento il bisogno fisico di sopperire con il mio commento sul Salone del libro di Torino. Siate felici con sobria moderazione.

Premessa: non elencherò la sfilza di libri che ho acquistato perché, prima di tutto, mi sento in colpa e perché, se mi seguite su instagram come di certo fate (immaginatelo detto con voce minacciosa, la stessa di vostra madre quando vi dice che “sicuramente avete chiamato parente X per il suo compleanno, no?”), sapete già tutto. Ho la dote delle stories tremolanti mentre rientro in macchina, io.

Veniamo al Salone.
Sono riuscita a incastrare una visitina lunga un solo pomeriggio fra i duemila impegni che la vita adulta richiede (cercare casa, per esempio) e l’uscita di un libro pubblicato da self esige (impaginazioni, correzioni, promozioni, tante –zioni). Il motivo della mia visita era del tutto interessato: Olimpia E. Petruzzella era lì per firmare le copie del suo romanzo e farlo conoscere al mondo. Dal momento che girerò un video in cui lo consiglio in modo approfondito, dico solo che Olimpia è per me una risorsa preziosa e che il suo “Il peso delle parole” è bellissimo. Stop, fine, basta.

Questo non mi ha impedito un giretto fra gli stand e un’occhiata a una fiera che non avevo mai visitato prima di oggi. Certo, le ho trovato qualche pecca, ma mi si passi l’essere una milanese imbruttita che – se non le viene indicato TUTTO con grosse frecce e cartelli – tende a perdersi in un bicchiere d’acqua. E ad annegarci dentro dopo giorni passati ad aspettare soccorsi che non sanno manco che sei in quel bicchiere d’acqua perché c’è stato un problema con l’aereo e il pilota ha cambiato rotta e…
Sto guardando Lost per la prima volta, scusate.

Certo, il Salone di Torino mi ha fatto sentire davvero dispersa, con le indicazioni un po’ vaghe che fornisce all’interno degli spazi immensi del Lingotto. Non parlo dell’aggirarsi fra gli stand in sé (diciamolo, nessuno ha mai un metodo in quello), ma dell’arrivare dal parcheggio ai padiglioni, per esempio. O uscire e ritrovare il parcheggio, per dire. Abbiamo incrociato tantissima gente dallo sguardo vacuo che sussurrava “di qua… no, no, aspetta, di là…”
Diciamolo però, il Salone non soffre delle mie personali lamentele, ma di problemi strutturali ben più gravi che ne rendono continuamente il futuro incerto. Ovunque si trovano le informazioni sui suoi trascorsi turbolenti: fornitori che attendono pagamenti, debiti non indifferenti, accordi che sono stati strappati con le unghie e i denti. Per non parlare dei grandi editori, che quest’anno c’erano, ma poi chissà…
Sembra che l’affluenza di quest’edizione, però, sia stata consistente e io ne sono contenta, perché è comunque un buon segnale e, se proprio non potrà risolvere alcuni problemi, sono certa che aiuterà in altri. E poi significa che la gente legge, che è sempre una gran bella realizzazione.
Tornando all’organizzazione, le carenze sono evidenti anche se tutto sommato sopportabili. Pochi gli addetti ai controlli per la sicurezza, con conseguenti file chilometriche (che io ho saltato per l’orario furbetto a cui sono andata e che, mi si dice, siano stati gestite meglio dal primo giorno in poi) e pochi i posti in cui sedersi (con persone accampate per terra in modo molto triste, famigliole comprese). Ecco, se c’è una cosa per cui il paragone con Tempo di Libri mi è sfuggito – chiedo perdono – è la gestione di queste piccole cose; lì c’era un intero spazio con tavoli e panche in cui sedersi a prendere fiato, mangiare un boccone, chiacchierare un attimo degli acquisti.
In ogni caso, me la sono goduta perché c’erano i libri. Sono un animo semplice e tanto mi basta, quando non devo trarre conclusioni più ampie (ovvero quando è praticamente mezzanotte).

Che poi, io, a questi eventi, i grandi editori non li calcolo mai. Faccio la snob – o la snob al contrario – e mi fiondo sulle realtà più piccole, quelle che sì, puoi trovare in qualche libreria indipendente o in scaffali dispersi dei grandi nomi, ma che qui brillano con tutto il loro catalogo in bella mostra. Quelle che ti parlano, che ti coinvolgono, che si raccontano. Perché se vuoi stare in quest’ambito (da autore, editor, grafico, o qualsiasi altro ruolo), è lì che vuoi – e forse devi – guardare.
Per ben tre fiere di vario tipo ho resistito alla tentazione di razziare lo stand della Dark Zone, consapevole che prima o poi Olimpia avrebbe fatto uscire con loro il romanzo, e oggi mi sono finalmente tolta lo sfizio. Ok, gli sfizi. Altri editori piccoli e medi, invece, hanno già ricevuto sonanti denari da me in passato – cito la Hacca edizioni perché è bella bella e la amo – quindi mi sono limitata ad annusare i libri da buona drogata quale sono.

Questo è quanto. Buonanotte!

CAMPNANOWRIMO 2018

Ebbene sì, anche questo aprile mi sono lanciata nell’avventura del CampNaNoWriMo. Ne caso vi stiate chiedendo “di cosa diavolo parli?”, qui c’è un articolo in cui spiego di cosa si tratta.
Quindi oggi andiamo al sodo e sorvoliamo sulle introduzioni: come sta andando il mio personale CampNaNoWriMo?

Non in modo eccellente, ad essere onesti. Sapevo che aprile sarebbe stato un po’ un incubo, per via dell’uscita imminente di “Denti e ossa, carne e sangue”, per via delle commissioni grafiche, per via del tempo che manca sempre quando ci si imbarca in tremila attività come fa la sottoscritta. Però, come sempre, questi eventi di scrittura permettono di scrivere più di quanto si farebbe senza di loro. Aprile l’avrei passato ignorando completamente il mio progetto (progetto con cui sto pensando di fare un passo in territorio sconosciuto, ossia mandarlo a qualche CE una volta finito, per la prima volta nella mia vita), invece mi ci sto dedicando un pochino ogni giorno, avanzando piano ma avanzando comunque.

La realtà è che eventi di questo tipo sono utili per chi, come la sottoscritta, è un underwriter, uno scrittore che sputa fuori poche parole sul foglio e tutte a fatica. Sono ben sotto la soglia di parole prevista per questa prima settimana, quindi, ma sono fiera di aver comunque scritto.
Inoltre non si possono affrontare i vari NaNoWriMo e CampNaNoWriMo senza gruppi in cui confrontarsi, parlarsi, sfidarsi. È il mio caso, per fortuna, visto che sono circondata da altre scrittrici e altri scrittori con cui ho sviluppato delle belle amicizie e con cui continuo a farmi forza!

Questo è quanto per la prima settimana…
Per i curiosi, ecco l’incipit del progetto (che potrebbe non sopravvivere a revisioni ed editing, ma che intanto è lì e volevo condividere con chi passerà da queste parti).

Venne al mondo davvero per colpa di una maglietta rosa che gli andava un po’ stretta, che gli abbracciava le costole e i fianchi come una seconda pelle. Peggio, venne al mondo per un colore, ed Elia pensò che i colori non si possono neanche toccare.
Fu un pensiero fugace, che con il tempo avrebbe trovato ridicolo, ma la paura gli aveva riempito la testa del battito rapido del cuore e non c’era stato spazio per la logica. Erano rimasti solo pensieri goffi e scoordinati, proprio come il suo corpo.
I colori non si possono toccare.
«Toglitela.»
Avrebbe ricordato i loro nomi, come succede sempre quando si condividono le prime volte con qualcuno. Quei tre ragazzi poco più grandi gli strapparono via una verginità mentale che non ci sarebbe stato modo di recuperare: l’idea che indossare una maglietta rosa non significasse nulla se non che quella specifica maglietta, di quello specifico colore, gli fosse piaciuta e l’avesse quindi chiesta in prestito a sua sorella. Niente di più semplice.
Invece era rosa. Era stretta, certo, ma era rosa. E il fatto che non capisse la portata di quel dettaglio come lo vedevano quei ragazzi, era il risultato di un’ingenuità per cui non ci sarebbe stato più spazio, dopo.
«Toglitela.»