“Nightbird” Lucia Patrizi

Capita che, scoperto un editore italiano, io decida di dargli una possibilità alla cieca. Non leggo recensioni, non conosco il catalogo, non ho idea di come lavori. Di solito succede alle fiere e tanto lo fa il modo in cui si viene approcciati allo stand.
La Acheron Books pubblica libri fantasy, fantascientifici e horror (e sottogeneri affini) tutti ambientati in Italia e, arrivata davanti al suo stand, la passione per quello che fa mi è stata evidente da subito.
Ma il libro che ha catturato più di tutti la mia attenzione è “Nightbird” di Lucia Patrizi (che si può acquistare sul sito dell’editore, nei vari store e in libreria) ed è di questa lettura incredibile che vorrei parlare oggi!

Trama: Irene e Giada sono acchiappafantasmi professioniste. Ma il loro metodo di lavoro è un po’ particolare: Irene disinfesta i luoghi appositamente infestati da Giada al fine di procacciarsi nuovi, danarosi clienti. I quali credono di avere a che fare con lo spettro infuriato del proprio trisavolo, e non sospettano trattarsi invece di una messinscena ben orchestrata.
Sì, perché Giada è realmente un fantasma. Le sue sono vere infestazioni, seppur abusive. Ma questo non impedisce alle due ghostbusters di mantenere “vivo” il profondo, contrastato legame che le unisce, messo a dura prova dal terribile evento che ha segnato per sempre le loro esistenze: la morte di Giada.
Questo precario equilibrio si infrange quando, in una villa abbandonata sul lago di Bracciano, Irene e Giada si trovano di fronte a un’infestazione precedente alla loro. Una forza perversa, antica e brutale, si è risvegliata e minaccia di annientare tutto ciò che incontra.
È tempo allora di fare le acchiappafantasmi sul serio, anche se questo significa affrontare la più devastante minaccia sovrannaturale per Roma (e per il mondo intero) e fare i conti una volta per tutte con il passato.
E con la bicicletta chiamata Nightbird.


Se conoscete anche solo un poco i miei gusti, sapete già cos’ha catturato la mia attenzione in “Nightbird”. Sì, se c’è una storia lgbt+ in un libro di genere, tendo a comprarlo a occhi chiusi. Spesso questa mia tendenza mi ha lasciato con l’amaro in bocca, ma capita di incontrare poi libri come questo, in grado di far dimenticare tutte le delusioni passate.
“Nightbird”, infatti, è bello dentro e fuori.

Come sempre, partiamo dalle apparenze, perché chi dice che un libro non si giudica dalla copertina mente. Qui, l’illustrazione che ci presenta la storia è del bravissimo Giulio Rincione (Batawp) e oserei dire che alla Acheron gli piace vincere facile. L’immagine non solo evoca quello che troveremo all’interno, ma diventa ancora più significativa una volta letto il libro e conosciuta la storia. Scelta approvata, insomma, e che dimostra cura per dettagli che poi dettagli non sono.

Passando al contenuto delle pagine, descriverei “Nightbird” come un horror molto umano. I veri punti di forza non sono l’atmosfera tesa o le scene truculente – che pure ci sono e funzionano alla perfezione – ma gli esseri umani che portano avanti gli eventi.
La protagonista, Irene, è quello che vorrei sempre trovarmi davanti quando leggo un libro, specialmente se il libro in questione ha una protagonista donna. Irene è tosta, temprata da ciò che le è accaduto, ma non è invincibile, non è inspiegabilmente intoccabile, anzi. È una donna piena di fragilità, tenuta insieme dalla necessità di andare avanti e sopravvivere – all’infestazione di turno, certo, ma anche alla perdita e ai rimpianti.
Leggerla ed entrare nella sua testa – perché è questo che succede con un romanzo in prima persona – è stato un piacere, complice la fantastica introspezione della penna, nonostante le atrocità spaventose a cui veniamo sottoposti. Se dovessi identificare la caratteristica che più me l’ha fatta amare, direi che sono le sue contraddizioni. Sì, perché spesso mi ritrovo a leggere di personaggi coerenti con se stessi e con gli altri dall’inizio alla fine di un romanzo, e l’effetto non è altro che irrealtà, mentre qui Irene è tridimensionale e – come ho già detto – molto umana: è cinica, ma ha un suo codice morale; è distante, ma solo perché ha provato troppo ed è rimasta ferita; è coraggiosa perché ha imparato dalla sua codardia; era una ragazza giovane e insicura, insomma, che è stata trasformata dal trauma della perdita.

Di telepatia ne so qualcosa. Il mio cervello, per ragioni incomprensibili, riesce a entrare in contatto con i residui di chi è morto e a sentire le vibrazioni che ancora trasmette al mondo.

Irene è il fulcro e da lei si diramano tante tematiche che ho apprezzato. Primo fra tutte, com’è evidente dalla trama, il tema della perdita e dell’elaborazione del lutto. Giada, la co-protagonista, è una presenza fissa nella vita di Irene e un’infestazione nella sua mente e nel suo cuore. I loro scambi e la loro storia sono emozionanti, realistici, profondi, strazianti e tanti altri aggettivi che vorrei usare per descrivere tutto quello che mi hanno fatto provare, ma che vi risparmio per bontà d’animo.
La dinamica fra questi due personaggi si divide su due linee temporali – il passato e il presente – e obbliga a divorare pagine su pagine per capire cosa sia successo e come ci ritroviamo con Giada ridotta a un fantasma.
Così viene introdotto un altro tema del romanzo: la memoria. I ricordi sono parti preziose di Irene e riviverli non solo permette a noi di scoprire il passato, ma ha un peso all’interno della storia stessa. Un viaggio emozionante – a tratti struggente, perché condizionato dai rimpianti – che ci interessa sia per scoprire cos’è accaduto, sia per l’importanza che ricordare ha per Irene.
Non aspettatevi una storia d’amore drammatizzata, però, nonostante l’evidente morte di Giada: perfino questa dinamica è realistica e umana, fatta di incomprensioni grandi e piccole, di paure e di ostacoli, non solo di sentimenti profondi.

Ma mentre ero con Giada tornavo a essere intera, potevo dare spazio al fagotto terrorizzato che ero stata, non dovevo vergognarmi che esistesse, perché nessuno poteva farle male.

Aiuta di certo la scrittura dell’autrice, che dimostra tutta la sua efficacia in due punti in particolare: i dialoghi e le descrizioni. Non che manchi qualcosa a tutto il resto – la narrazione scorre fluida, le figure retoriche sono dosate e incisive, le introspezioni perfette e mai pesanti –, ma dialoghi e descrizioni rendono il tutto vivido e reale.
Sui dialoghi non spenderò troppe parole, perché sono parte dell’ottima caratterizzazione di tutti i personaggi, dalle protagoniste ai secondari. Ognuno ha una sua voce e questa voce è adatta alla sua personalità.
Ma le descrizioni meritano un approfondimento. Come ho detto, la Acheron Books si occupa di romanzi con ambientazione italiana e “Nightbird” si snoda con Roma sullo sfondo. Non una città distante e scenografica, ma una presenza che diventa quasi un altro personaggio. La esploriamo grazie al ruolo fondamentale che ha l’andare in bici per le protagoniste, che si conoscono proprio per una bicicletta e che si avvicinano grazie alla trasmissione di questa passione da Giada a Irene. Niente descrizioni lunghe e particolareggiate, ma scampoli di visioni, connotazioni emotive, piccoli dettagli intrecciati al tessuto della storia.
Mentre Irene pedala sentiamo il vento in faccia, l’odore della città, la fatica dei muscoli… e io in bici non ci so neanche andare!

Ho bisogno di sentire le vibrazioni dell’asfalto che dal manubrio mi salgono lungo le braccia e il formicolio all’altezza del gomito.
Mi serve il sudore lungo la spina dorsale, la fatica della salita, la gioia delle discese, la liberazione dei muscoli quando posso spingere con tutte le mie forze sui tratti pianeggianti.
È tutto così facile e naturale. È tutto come deve essere.

Difficile dimenticare, però, che “Nightbird” è un horror e che da quel punto di vista non fa sconti.
Le minacce esterne sono una costante pressione sul lettore, che si domanda come riuscirà Irene ad affrontarle uscendone indenne e, dovesse farcela, a quale costo. L’autrice inserisce tensione e paura, momenti evocativi molto lovecraftiani a vere e proprie scene splatter, azione ed emozione. I luoghi sono inquietanti e inquietante è ciò che si nasconde fra quelle mura… o sotto i letti.

Dietro di me, anche la belva ansimava. Una zaffata del suo fiato caldo mi ha spostato i capelli. Un odore nauseabondo, di polvere vecchia secoli, mi ha fatto salire un conato di vomito.

Consiglio questo romanzo a chi ama l’horror nelle sue declinazioni più umane, a chi cerca una lettura che superi le barriere del genere per esplorare l’interiorità dei personaggi nei suoi lati luminosi e in quelli più bui, a chi vuole una storia d’amore fatta di bellezze e brutture, a chi ama andare in bici e sfrecciare per Roma e a chi, come me, non lo farà mai ma vuole viverlo lo stesso.

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“Aria e altri coccodrilli” di Silvia Pillin

La lettura e la recensione (o, meglio, gli appunti) di questo romanzo risalgono ormai all’anno scorso ma, come chi mi segue su Instagram sa, ho ripreso da poco a parlare delle mie letture. Non potevo riprendere a condividere senza parlare, quindi, di Aria e dei suoi coccodrilli.
Il romanzo, scritto da Silvia Pillin, è stato pubblicato da Augh! E si può trovare sul sito dell’editore, negli store online e, ovviamente, in libreria.

Trama: Aria ed Eva hanno diciotto anni, frequentano la stessa scuola e la stessa biblioteca, ma non si conoscono. Eppure hanno molto in comune: entrambe vorrebbero smettere di esistere.
Aria ha un quaderno in cui annota i luoghi, i libri, le frasi, i modi del morire, domandandosi se troverà mai il coraggio di passare dalla teoria alla pratica, e intanto cerca di racimolare i soldi per il corso di scrittura che potrebbe essere un motivo per vivere ancora un po’.
Eva si butta dalla finestra e basta, ma sopravvive a se stessa e dopo tutto è quasi peggio.
Quando le loro strade si incrociano, grazie a un biglietto non firmato e a un esercizio di scrittura, qualcosa inizia a cambiare. I loro coccodrilli, forse, possono ancora essere addomesticati.


Prima di parlare di quello che si trova dentro, vorrei spendere almeno una frase per parlare di quanto mi piaccia l’aspetto del libro. Non solo perché apprezzo la tendenza a utilizzare questo stile minimale e molto grafico, ma anche perché niente poteva rappresentare di più il contenuto del romanzo come l’illustrazione in copertina.
Ormai lo sappiamo tutti, un libro si giudica anche da questo.
La storia in sé non è da meno, però.
Dovessimo riassumere il tutto in una frase, diremmo “è un romanzo che parla di suicidio”, ma forse questa semplificazione toglierebbe alla storia una delle sue caratteristiche fondamentali. Il tema del suicidio c’è, infatti, ma non è drammatizzato o spettacolarizzato; né si tratta di una lettura che subito assoceremmo a questo tema, tutta fatta di dolorosa introspezione e cupezza. E credo che i motivi siano due: l’essere adatto al suo target – secondo me, è un libro principalmente rivolto a giovani adulti – e il modo in cui gli eventi sono raccontati – la forma, per farla semplice.
La scrittura, infatti, è scorrevole e diretta, priva delle esuberanze stilistiche che tanto mi piacciono ma che, in questo caso, avrebbero forse reso le vicende più melodrammatiche che intense. Un’economia di parole dritte al punto, una serie di pensieri lucidi nella loro distorsione, una capacità di modellarsi su personaggi e voci diverse.

Quel tipo di pensieri era come una corsa in discesa, come le ciliegie: uno tira l’altro. Erano potentissimi e inarrestabili, li sentiva farsi largo nella sua testa senza fatica, una palla di neve che diventa una valanga e trascina tutto con sé.

Non c’è la (purtroppo) frequente demonizzazione della terapia, non c’è la paura di chiamare una malattia con il suo nome, non ci sono solo gli aspetti di cui tanto funziona parlare quando si racconta di questi temi, a discapito del loro realismo. In questo, la seconda parte del romanzo è fondamentale.
Ecco, parlando di parti, conviene specificare con l’unico spoiler che mi concederò, e solo perché non è proprio tale: il libro è diviso in due parti, una su Aria e una su Eva, ma non ci sono sovrapposizioni temporali e la storia – tutta scandita dalle date – prosegue dalla prima parte alla seconda. Lo specifico perché le recensioni servono anche a decidere se un libro possa o meno fare al caso di chi capita a leggerle e alcune persone preferiscono i punti di vista fissi.
Non è il mio caso. Anzi, ho apprezzato questa scelta perché si intreccia perfettamente alla trama, ha un solido motivo per esistere e mette in luce le due protagoniste in modi diversi ma altrettanto efficaci.

Non sapeva nemmeno come si chiamasse. Non l’aveva mai chiesto perché si capiva che voleva stare da sola, che aveva paura di infettarti con la sua disperazione, sembrava aver creato una specie di bolla per proteggersi.

Con Aria, protagonista della prima parte, ho avuto quindi un rapporto un po’ tormentato. Non è un personaggio che mi è stato particolarmente simpatico, ma sono certa – proprio grazie al confronto con la seconda protagonista, Eva – che il suo obiettivo non fosse piacere a tutti i costi. Anzi, Aria mostra la depressione per la spirale di pensieri, fragilità e apatie che è, senza fare sconti in favore della simpatia del lettore. Ha momenti in cui si difende dal suo malessere sentendosi speciale (lei non è come sua sorella e le sue amiche, lei non è come i compagni di scuola) e momenti in cui la malattia prende il sopravvento e condiziona la visione di tutto, dalla sua possibilità di trovare lavoro a quella di essere presa per un corso di scrittura tenuto dal suo autore preferito. A un personaggio ben costruito, a un personaggio “reale”, non si può chiedere di essere privo di difetti.
Forse, l’unica nota che davvero mi sento di fare in relazione alla sua parte di romanzo, riguarda i “nemici esterni” (la famiglia e i compagni di scuola). Non sono solo percepiti come tali da Aria, la cui malattia distorce la realtà e la fa sentire un bersaglio, ma sono proprio cattivi con lei, nei dialoghi e nei fatti. Tutti quelli che la circondano la maltrattano, rendendo così un po’ troppo carico il contrasto fra Aria e il mondo. Insomma, i personaggi secondari della sua parte mi sono sembrati costruiti attorno alla protagonista per evidenziarne la solitudine e l’isolamento emotivo, più che persone tridimensionali di cui vediamo soltanto alcuni aspetti per pura necessità di punto di vista. È una differenza sottile, ma io l’ho sentita e ne volevo parlare.

Sembravano non avere un problema al mondo. Aria provò prima una fitta d’invidia: quanto avrebbe voluto non avere niente di meglio a cui pensare che al cantante del momento! Poi si sentì afferrare da una solitudine angosciante: non aveva nulla in comune con Ilenia e Francesca, niente da spartire con le sue coetanee, con le sue compagne di classe, con nessuno.

Se il romanzo fosse stato composto solo dalla sua parte, quindi, il mio parere ne sarebbe uscito positivo, ma con delle piccole riserve.
Ma la parte di Eva c’è ed è quella che ho trovato più matura all’interno del romanzo. Quella in cui non ci sono nemici esterni, ma “solo” una malattia che – trascurata – ha il potere di distruggere una persona; quella in cui i rapporti familiari non sono facili, ma in cui i genitori sono esseri umani con pochi strumenti e non semplici carnefici; quella in cui si parla di terapia, si costruiscono rapporti, si è depressi ma si è anche persone.

Certe volte quei cinquanta minuti sembravano infiniti. Quando ne usciva si sentiva svuotata, e non nel senso buono, ma come eviscerata, come se qualcuno le avesse tolto da dentro degli organi vitali.

Un tema che ho amato, sia per la sua semplice esistenza nel romanzo sia per come viene sfruttato, è quello della scrittura. Anche qui, niente banalizzazioni o drammatizzazioni: la scrittura è fatta di un insieme di insicurezze, esaltazioni e motivazioni. Proprio come per la depressione, si rimbalza, ci si ingarbuglia, si vuole di più ma si ha paura di meritare molto meno. Questo romanzo ha la dote di raccontare le cose come stanno, senza… beh, romanzarle.
Il ruolo che la scrittura ricopre nella storia è importante perché Aria e Eva non condividono solo il desiderio di morire (o di non esistere), ma anche quello di comunicarsi attraverso la narrazione. Basta la citazione di un autore morto suicida, e la scrittura diventa punto di contatto fra le due.
Se però c’è un punto davvero forte, oltre allo stile secco ed efficace, è la costruzione della trama. Il ritmo della storia è ciò che davvero mi ha spinta a divorare il libro in pochissimo tempo. Pende, su Aria e sul lettore, una promessa di morte evidente fin dalle prime pagine ed è su questa aspettativa instillata nel lettore che l’autrice costruisce gli eventi.

La speranza è quella di guarire, di avere abbastanza pazienza per aspettare il momento in cui le cose ricominceranno ad avere senso.

Per concludere, un romanzo che mi ha emozionata, che mi ha tenuta incollata alle pagine, che mi ha fatto “sentire” (tristezza, rabbia, rassegnazione, gioia, speranza…) e che sono contenta di consigliare a chi ama le storie introspettive, a chi vuole leggere di depressione in modo diretto e concreto, a chi preferisce gli stili asciutti ed efficaci che arrivano dritti dritti alla testa e al cuore.

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SALONE DELLA CULTURA 2020

Gennaio sta durando un intero decennio, ma io non mi faccio scoraggiare dalle temperature o dal letargo. Sono ormai quattro anni che si tiene il Salone della Cultura (quello che ancora, in amicizia, chiamo “fiera del libro usato”) e sono quattro anni che non me lo faccio scappare. La nostra è ormai una relazione stabile e posso dire di aver visto l’evento crescere sotto i miei occhi. Ricordo ancora i tempi in cui un posto chic come il Superstudio Più ce lo potevamo solo sognare!

Anche quest’anno un biglietto di cinque euro per l’ingresso di una giornata, cifra perfetta non solo perché quello che si trova all’interno la vale, ma per la selezione di visitatori che un evento a pagamento comporta. Non so come la pensino davvero i venditori, ma le persone che passeggiano fra gli stand sono quelle più interessate (forse più propense a comprare?) e si riesce a camminare senza essere inghiottiti dalle folle dei primi anni, quando l’evento era gratuito e preso d’assalto.

La scelta di mettere i micro e piccoli editori nella parte iniziale si dimostra ancora una volta la migliore. In questo modo avranno davvero la possibilità di farsi vedere e saranno invogliati a partecipare, arricchendo la fiera di una realtà che a volte viene un po’ trascurata. Nella sala laterale in cui venivano relegati gli editori un tempo, oggi si trovano gli stand dei librai antiquari (non solo italiani), e perfino chi non ha alcun interesse a spendere una fortuna per un tomo di araldica vecchio di secoli resterà a bocca aperta davanti a tanta bellezza.

Nella parte più grande, dedicata ai libri usati, tantissimi stand con prezzi vantaggiosi e occasioni. È facile spenderci un intero stipendio senza rendersene conto, per farla breve. Ma sono riuscita a rispettare la promessa fatta a me stessa di non accumulare libri senza freni, un po’ grazie alla riscoperta della biblioteca vicino casa (ora che l’hanno rimessa a nuovo dopo un incendio), un po’ perché abbiamo effettivamente una casa tutta nostra e un po’ perché la mia lista di libri da leggere ha già proporzioni mastodontiche senza bisogno della mia compulsione a comprare libri.
Per sbirciare il mio unico acquisto, mi trovate su instagram.

Se vi trovate dalle parti di Milano, la fiera è aperta anche oggi (domenica 19 gennaio 2020) e vale la pena visitarla!

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Perché scrivi? Domande e risposte sull’atto sovversivo di creare (e sopravvivere)

Questo AppuntaVenti non parte da una tesi, ma da una lettura. Durante questo novembre dedicato alla scrittura sto leggendo “In punta di penna. Riflessioni sull’arte della narrativa” curato da Blythe. Nella raccolta, alcuni autori americani si raccontano rispondendo alla domanda “Perché scrivi?”, di volta in volta in modo analitico o nostalgico, personale o tecnico.

Leggere questo libretto edito dalla Minimum Fax, la cui edizione originale risale al finire degli anni ’90, mi ha fatto riflettere sul motivo per cui le persone scrivono e poi, più a fondo, sul motivo per cui io lo faccio.

La prima risposta, la più banale e istintiva anche se non meno vera, è: perché non posso farne a meno. Quando si cerca di farlo sul serio, scrivere non è facile, e per continuare serve un’ostinazione tutta speciale. Lo stesso motivo per cui ci svegliamo, respiriamo, mangiamo. Non possiamo farne a meno e ci siamo intestarditi sull’idea di vivere. Ecco, scrivere, per me, funziona proprio così: tutt’attorno il mondo mi spinge a non farlo e io, banalmente, devo.

Questo non mi rende speciale. Non c’è del genio scapigliato in me, niente di così romantico. Ogni scrittore, da quanto ne so, funziona con questo stesso meccanismo alla base. Ecco, se c’è un aspetto interessante in questa raccolta, sono le connessioni fra autori diversissimi fra loro e il modo in cui queste connessioni hanno risuonato in me mentre leggevo. Sembra quasi esista una motivazione prima, originaria, per cui tutti noi raccontiamo storie. Oltre all’egocentrismo, ovviamente.
Scriviamo per vivere.

A questa base si aggiungono le motivazioni personali, quelle di cui non siamo del tutto consapevoli o lo siamo solo a posteriori. Per me, per esempio, scrivere esorcizza la violenza, la paura del dolore – emotivo e fisico –, il timore dell’abbandono e quello molto più umano della morte. Raccontare storie ha sempre avuto quest’effetto su di me, fin da bambina. Le mie bambole si lanciavano nel vuoto dall’armadio, venivano trovate in vicoli abbandonati dietro il letto, con gli arti contorti e i capelli spettinati; litigavano, urlavano, si amavano e si lasciavano con un abbandono degno di una soap opera.

Ed è dopo quest’istinto di sopravvivenza che arriva il lavoro manuale, la parte artigianale in cui ci si sporca le mani – o la mente – e che mi rende ogni parola un piccolo inferno su misura. Con tutti gli strumenti che ho costruito nel tempo e che continuerò a costruire, scavo e spolvero e scalfisco per arrivare a trasmettere una specifica emozione per cui esiste una specifica stringa di parole. Un tempo, quando ancora non avevo vivisezionato altri autori e iniziato a studiare per bene, era tutto più facile: potevo scrivere migliaia di parole in una serata e rileggere dopo mesi per ritrovare le stesse grezze emozioni. Ora è più complesso. Emozionare resta fondamentale, per me, ma c’è dell’altro. Mi ossessiona l’idea che il prodotto finale sia stratificato, che possa risucchiare a fondo. Che infesti il lettore mentre legge e, nei miei sogni più ambiziosi, anche dopo. Come se gli tenessi la testa e lo costringessi a guardare qualcosa di macabro e ripugnante.
“Guarda cosa siamo in grado di fare” gli dico.
Non so se ci sono ancora arrivata. Né so se sia possibile arrivare da qualche parte per davvero. So solo che voglio essere soddisfatta di quello che scrivo e le mie pretese aumentano più mi informo, leggo, conosco.

Durante la stesura, però, non penso a una moltitudine di facce chinate sulle pagine del libro che sto scrivendo. Un po’ perché pensare a un pubblico è irrealistico, vista la quantità di offerta che popola il mondo dei libri; un po’ perché tutte le mie energie sono rivolte a lavorare sodo sulla storia, e pensare al futuro di quello che sto facendo rischia di paralizzarmi. Se penso a qualcuno, è me stessa. Io sono il lettore della storia che scrivo, io la sto scoprendo, io sto conoscendo i personaggi e mi sto costringendo a guardare come si sabotano, come le loro relazioni si sfilacciano e si spezzano.
Perché scrivo?
Perché voglio leggere la storia che sto scrivendo.

Ed è stata una vera sorpresa scoprire che esistono persone, là fuori, con il mio stesso morboso interesse.

La verità è che le storie mi hanno salvata. Un’altra banalità. Se non avessi immaginato di essere altrove, di essere qualcun altro, forse sarei comunque viva ma non sarei io. Non sarei lucida e funzionale, non sarei tutta intera nonostante le ammaccature. Ho iniziato a farlo leggendo, poi non mi è più bastato. Dovevo inventare storie su misura, costruirmele addosso come un’armatura e lasciare che mi proteggessero.

Non serve ricevere chissà quali colpi dalla vita perché l’immaginazione ci salvi, però.
Serve una sensibilità. Serve essere così esposti da sentire in profondità perfino quello che ci sfiora. A volte tutto questo arriva dai traumi, senza dubbio, altre volte si è stimolati fin da piccoli o sarà un dono innato legato all’intelligenza e all’apertura mentale, alla capacità di accogliere gli altri dentro di sé, all’empatia. Però è questo “qualcosa” che permette di creare le storie che mi piacciono, quelle che leggo fino a incastrarmele dentro per riparare chi sono.
Quelle che provo a scrivere.
Ora, nel mio caso specifico, non posso giudicare la qualità delle storie che produco. Non funziona così, non ci si può guardare da dentro e da fuori allo stesso tempo. So solo quando sono soddisfatta di quello che scrivo e quando no, e questo è quanto. E sono soddisfatta quando scavo e scavo, strato dopo strato, fino a costringermi a fissare cosa si nasconde sul fondo. Fino a quando posso dirmi “guarda cosa siamo in grado di fare”.

Fino a qui, sembra quasi che io subisca quello che scrivo invece di controllarlo, ma è un gioco di ruolo. Il controllo è mio, lo spazio in cui esercito la violenza, la distruzione e la morte è uno spazio protetto, posso dire “basta” quando voglio, chiudere il file, prendermi una pausa. Un altro dei motivi per cui scrivo è che, per quanto possa fare male quando scava troppo a fondo, scrivere è sicuro. Posso perfino decidere la distanza da cui guardare, usare una persona o un tempo verbale che mettano me da una parte e tutto quello che succede dall’altra.
Scrivo perché quando scrivo sono in controllo.

La verità è che si tratta di una domanda complessa.
Perché scriviamo?
È una domanda esistenziale se la si guarda sotto una luce, oppure è un quesito pratico se si analizza da un’altra prospettiva. Le risposte sono tante quante le persone che scrivono o forse una sola. A volte la risposta dipende da chi siamo stati e da chi vogliamo essere, altre volte è legata al potere dell’immaginazione e all’atto sovversivo di creare in un mondo in cui tutto cambia ma nulla può essere davvero creato o distrutto. Un mondo, il nostro, che dà valore al materiale e al pratico, ma che è pieno di persone che hanno bisogno di creare per sopravvivere.

Io scrivo perché niente mi fa sentire come scrivere – viva, protetta, e orribilmente vicino all’oscurità umana senza il rischio di esserne travolta.

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SEDARIS: QUANDO SIETE INGHIOTTITI DALLA… TRISTEZZA

La mia amica Patsy mi stava raccontando una cosa. «Sono al cinema» mi dice, «e ho appoggiato la giacca per benino sullo schienale della poltrona, quando arriva questo tizio…»
E qui io la fermo, perché su questa faccenda della giacca mi interrogo da sempre.

Sono nel bel mezzo della Mondadori in centro – parliamo di dieci anni fa, quando quella Mondadori era “nuova”– e ho gli occhi gonfi di pianto perché non sono riuscita a dare un esame. Alterno fasi di apatia a periodi di ansia incontrollabile da mesi, ormai. Non so cosa fare, quindi mi rifugio in libreria prima di tornare a casa.

Vago alla cieca, in realtà, perché non ho ancora sviluppato l’abitudine di avere una lista di acquisti mirati. Sfioro i libri, leggo qualche trama, valuto qualche prezzo. Poi vedo Van Gogh su una copertina e sono combattuta fra il rigetto – non solo non amo particolarmente le opere di Van Gogh, ma il mio indirizzo di studi, il motivo della mia ansia, riguarda proprio l’arte – e la curiosità – è un’opera quasi sconosciuta, un piccolo quadretto del 1885 intitolato “Cranio con sigaretta” che ritrae, sorpresa, un cranio che fuma.

Il libro si intitola “Quando siete inghiottiti dalle fiamme” e lo trovo particolarmente adatto al mio stato d’animo.

Sbircio e scopro che si tratta di una raccolta di racconti dalla penna – che ora so essere una macchina da scrivere – di David Sedaris.

Sedaris nasce a New York nel 1956 da una numerosa famiglia greca, e nella sua vita viaggerà ovunque e farà di tutto. Se un lavoro si può immaginare, lui l’ha fatto, compreso scrivere racconti pseudo-erotici per una rivista a tema “donne giganti” (questo ve lo dico io, non la quarta di copertina). Fumatore incallito quanto la madre, conclude la raccolta di racconti con un esperimento particolare: un viaggio in Giappone con il compagno con l’obiettivo, fra gli altri, di smettere di fumare. Da questo, immagino, deriva il cranio di Van Gogh.

Non è tanto la quarta di copertina ad attirarmi, però, con le sue specifiche sul contenuto del libro o i suoi aneddoti sulla vita dell’autore, ma le prime due pagine che leggo lì, in piedi, nel bel mezzo della “nuova” Mondadori.

Il primo racconto si chiama “È contagioso” e ha già tutte le caratteristiche di un racconto di Sedaris, anche se al tempo non lo sapevo. Parte da un momento curioso della sua vita per esplorare il grottesco che c’è nella vita di tutti, quel surreale che a raccontarlo sembra incredibile ma che è poi così vero, terribile e divertente allo stesso tempo.“È contagioso” mi fa ridere, per farla breve. Tanto forte che devo trattenermi perché sono in pubblico. E mi sforzo al punto che inizio a lacrimare per ben altri motivi rispetto a qualche minuto prima.
Cos’è “È contagioso”? Ancora oggi non lo so bene. Dalla germofobia di Patsy si passa al verme che ha vissuto nella gamba della suocera di Sedaris per poi approdare sull’ipocondria di sua sorella Lisa e concludere con il numero di bambini che ogni anno muoiono di spavento.

«Poveri bambini» ha detto Ma’Hamrick.
«E poveri genitori!» ha aggiunto Lisa. «Ve lo immaginate?»
Entrambi i gruppi sono tragici, ma io ho pensato ai bambini che sopravvivono, o peggio ancora, a quelli che rimpiazzano, allevati in un’atmosfera di sobrietà preventiva.
«Allora Caitlin II, quando arriveremo a casa un sacco di persone salteranno fuori da dietro i mobili e grideranno “Tanti auguri!”. Te lo dico adesso perché non voglio che ti agiti.»

Un viaggio assurdo che mi convince a prendere il libro e che mi costringe a leggerlo per tutta la mezz’ora di viaggio sul tram.

Ridere è diventato, da quel giorno, il mio rimedio omeopatico alle difficoltà emotive e psicologiche. Non cura i miei mali, ma mi forza in direzione opposta per un po’: rido e mi dimentico di essere triste per qualche ora; rido e non sto meglio, no, ma mi scordo per un po’ di stare male. Se sono insonne, guardo uno spettacolo comico e ne rido fino a stancarmi. Guardo Bo Burnham o Daniel Sloss e non penso ad altro che a quello che stanno facendo sul palco, quello che stanno dicendo, come lo stanno facendo.

Ecco, tutto inizia da Sedaris e non finisce con “Quando siete inghiottiti dalle fiamme”.

Dopo quel primo acquisto, infatti, recupero tutti gli altri titoli– “Diario di un fumatore”, “Holidays on ice”, perfino “Naked” in lingua originale – e fra questi leggo il bellissimo “Me parlare bello un giorno” che è ad oggi, se proprio devo scegliere, il mio preferito.

Lì Sedaris racconta, fra le altre avventure personali e familiari, della casa in Normandia del suo compagno e di come restaurarla sia la scusa per imparare il francese (Sedaris è un appassionato di lingue). Da questa premessa si snodano incidenti che hanno il potere di farmi ridere ancora oggi e che non posso, per nessuna ragione al mondo, leggere ad alta voce. Lo dico perché ci ho provato, per far conoscere Sedaris al mio ragazzo, e ho rischiato di morire soffocata dalle mie stesse risate. E l’ironia della questione non mi sfugge.

Non sono mai stato uno di quegli americani che disseminano i loro discorsi di espressioni francesi e offrono agli invitati taglieri di brie. Per me la Francia non era una meta precisa, premeditata. Finii in Normandia nello stesso modo in cui mia madre finì nel North Carolina: conosci un ragazzo, abbassi un filo la guardia, e un attimo dopo ti ritrovi con il mondo capovolto.

Sedarsi impara parole in francese da cartoncini pazientemente creati con la sua fedele macchina da scrivere e intrattiene i nuovi vicini con una “patetica sfilza di nomi comuni”, indicando oggetti come un bambino.

«Posacenere!»
«Sì» annuivano loro. «Quello è proprio un posacenere.»
«Martello? Cacciavite?»
«No, grazie. A casa ce l’abbiamo.»

Il metodo funziona poco, così Sedaris inizia a imparare le parole che gli piacciono. Il problema principale è che, come me, Sedaris è morboso. Così impara “esorcismo”, “tumefazione facciale”, “pena di morte”. Parole leggermente difficili da inserire in un contesto quotidiano.

Quindi cambia ancora strategia e memorizza termini dai giornali scandalistici.

«Mangiauomini» dicevo. «Cacciatrice di dote, stallone, pezzente.»
«Ma di chi stai parlando?» mi chiedevano i vicini. «Quale arrampicatore sociale? Dove?»

Per non parlare dell’esilarante odio della sua professoressa quando si decide finalmente a seguire un corso o della sua passione per gli oggetti d’antiquariato più lugubri di cui i mercatini francesi sembrano pieni, come vecchi ferri da chirurgo e uno scheletro che, per un intero racconto, diventa un memento mori inquietante e divertentissimo.

Tutto questo per consigliarvi un autore di cui vorrei ardentemente comprare l’ultimo libro, non costasse quello che costa (se volete farmi un regalo, “Calypso” mi renderebbe felice).
Probabilmente qualcuno ha preso in mano un suo libro e non l’ha trovato così divertente, o gli darà una possibilità in futuro e non capirà cosa mi ha attratto dei suoi libri. La verità è che condivido lo stesso umorismo macabro e dissacrante, che non sono in grado di fare ma che è l’unico tipo di comicità in grado di divertirmi davvero.

O forse, in modo molto più banale, ho conosciuto Sedaris nel momento in cui ne avevo bisogno. Quando ero inghiottita… dalla tristezza.

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“Mani di mandarino. La coscienza di un carusu” di Marco Antonio d’Aiutolo

Con un nuovo banner per le recensioni, vi parlo di un’interessante lettura estiva, ossia La coscienza di un carusu, primo romanzo della serie Mani di Mandarino scritta da Marco Antonio d’Aiutolo e pubblicata per Milena Edizioni (lo potete trovare sul sito della casa editrice, negli store online e, ovviamente, in libreria).

Trama: Nella Catania fascista degli anni ’30, Gabriele inizia a confrontarsi con gli altri ragazzi e a mettere in discussione quell’identità da maschio siciliano che il mondo vorrebbe imporgli. La sua lotta interiore ha origine dalla scoperta di una sessualità diversa, da una segreta attrazione per i “masculi” e da un amore taciuto, nato tra i banchi del liceo. Solo quando conoscerà Calogero, nella sua coscienza ci sarà una svolta reale. Sullo sfondo, intanto, scorre una molteplicità di storie: gli incontri clandestini degli arrusi, pederasta passivi, a piazza Alcalà, le amicizie e gli amori proibiti, gli scandali famigliari e la condizione delle “fimmine”. Quando la grande Storia irromperà nelle giornate di Gabriele, inasprendo le leggi contro gli arrusi, quei masculi che sembravano così forti si mostreranno impotenti. Sarà la forza delle “fimmine” sicule a determinare, nel bene e nel male, il destino di tutti.


Dura solo una manciata d’anni, l’adolescenza, ma è da quell’esperienza tormentata e difficile che usciamo noi adulti. Più o meno indenni. Ecco perché i romanzi di formazione hanno un fascino tutto loro, che permette di rivivere le scoperte della vita se siamo ormai grandi e di sentirci compresi se siamo adolescenti.

È il caso di questo romanzo ambientato fra l’autunno del 1933 e l’estate del 1934, in pieno periodo fascista. Gabriele Di Mauro, da buon esponente di una famiglia sicula per bene, dopo il ginnasio viene mandato a studiare a Catania per volere del padre. È proprio fra l’anno scolastico in città e l’estate nel piccolo paese di Giarre che viviamo la sua storia. Una storia che alterna i due grandi momenti – l’anno scolastico e le vacanze estive, appunto – in un susseguirsi frammentato di esplorazioni, delusioni e piccole vittorie che non hanno mancato di emozionarmi in più punti, tutte legate dai pensieri di Gabriele e dalle considerazioni su quanto gli accade.

Se c’è una nota formale che può essere fatta, riguarda il punto di vista: seguiamo Gabriele per la maggior parte del romanzo tranne in qualche paragrafo, in cui la prospettiva si sposta e il narratore si focalizza su altri personaggi. Troppo pochi, questi momenti, perché il narratore mi sia sembrato onnisciente, ma comunque abbastanza da essere notati e risultare un po’ strani dopo che il narratore si concentra su Gabriele per pagine e pagine. Questa scelta funziona molto bene in alcuni contesti, però (nel prologo, per esempio), e il romanzo è in generale così ben scritto da non infastidire con questi piccoli cambiamenti.
La scrittura, infatti, è maneggiata sapientemente: la forma si adatta al contenuto ed evita sia inutili abbellimenti sia uno stile esageratamente banale. Il linguaggio utilizzato è fortemente intriso di siciliano, ma veniamo aiutati dall’equilibrato uso delle note a piè di pagina, che accorrono in soccorso solo dove strettamente necessario, senza essere invadenti nelle parti in cui il significato di una parola è comprensibile dal contesto.

Niente sapeva degli arrusi, Gabriele Di Mauro, quando, nel settembre del 1933, si trasferì a Catania: nenti di nenti, se non lo sparuliari della gente.

Gabriele è il protagonista, quindi, ed è una creatura “altra” rispetto ai maschi che lo circondano. Non solo i “masculi” adulti, che incarnano l’ideale da cui lui è attratto e respinto allo stesso tempo – perché non lo sente come parte di sé ma come parte dei suoi desideri –, ma è anche diverso dai suoi stessi coetanei, che già vestono i pantaloni lunghi tipici della vita adulta. Lui infatti, pallido, creatura del mare, fatto di una bellezza innegabile ma delicata e così diversa da quella dei “veri uomini”, veste ancora i pantaloni corti. Questo è uno dei tanti simboli che mi ha colpita, una delle tante immagini del romanzo che rimandano alle sue grandi tematiche. Un’altra, per fare un esempio, è quella delle ciliegie usate come orecchini nei giochi d’infanzia che Gabriele condivide con Catena – la sua migliore amica – in cui i due mimano le gestualità delle donne del paese. E, ancora, le “mani di mandarino” che danno il nome alla saga, tratte dal ricordo del profumo che i mandarini lasciavano su Gabriele quando era piccolo.
Attraverso queste immagini, quindi, i temi: la crescita, la scoperta di se stessi e della propria identità, l’interiorità in contrasto con il mondo fuori dal sé, l’idea di un universo femminile e di uno maschile come due poli opposti, con niente nel mezzo, che non riguardano solo il genere ma anche la sessualità (un’idea che alcuni personaggi rinnegano anche solo esistendo).

Ma, in cuor suo, Gabriele aveva sempre saputo di non essere come gli altri coetanei. Sentiva di non essere, come dire, masculo masculo.

Gabriele sperimenta la vita circondato poi da una moltitudine di piccoli e grandi personaggi. Nessuno è immune a un ruolo, nel romanzo, che sia rendere l’idea del contesto o interagire con il protagonista per cambiarne la visione del mondo (e, di conseguenza, influire sull’andamento della trama). Nessuno è superfluo e nessuno è superficiale, soprattutto per quanto riguarda i personaggi femminili. Sono madri, amiche, zie, ma sono prima di tutto persone; aderiscono agli archetipi di riferimento solo nella misura in cui è necessario per l’ambientazione della storia, dopo di ché diventano complessi, fatti di sfumature, ribelli nelle possibilità che l’epoca concede. Un esempio è zia Gilda, la parente che ospita Gabriele durante l’anno scolastico, con le sue vedute più ampie rispetto alla comunità che la circonda.

Proprio grazie alla zia, Gabriele entrerà in contatto con un mondo che in qualche misura aveva già sperimentato, ma mai con la consapevolezza di questo momento della sua vita. Gli omosessuali che prima erano una creatura mitologica, distante, fatta di tentacoli e tentazioni, acquistano consistenza solo quando Gabriele incontra Calogero, l’assistente del sarto della zia. A Calogero basta uno sguardo più attento per scovare qualcosa nel ragazzo e per invitarlo agli Archi della Marina, di notte popolati da uomini alla ricerca di altri uomini, da uomini vestiti da donne, da tutte quelle creature “altre” rigettate dalla società.
Questo invito tormenta Gabriele fin dalle prime pagine del romanzo ma è solo alla fine che scopriamo quale sia la decisione di Gabriele in merito, segno di una storia che incuriosisce, che sprona a proseguire per svelarne i misteri.

Gabriele scorse in lui qualcosa di diverso (e simile), di estraneo (ma familiare), come se anche lui appartenesse a un mondo altro, al mondo degli abissi.

Le rivelazioni giocano un ruolo importante in questo romanzo. Non solo quelle che il lettore vuole avere, ma anche quelle interne, nate dal contrasto fra i segreti dei personaggi che popolano il romanzo e la maschera che la società impone di mantenere. Un contrasto ben rappresentato dal padre di Gabriele, impaurito non solo dalla consapevolezza che il figlio posso essere diverso ma soprattutto dalla possibilità che gli altri colgano e sottolineino questa diversità.
Questa contrapposizione scorre poi in una delle sotto-trame più rilevanti, quella legata a un piccolo scandalo che coinvolgerà una vecchia conoscenza di Gabriele e che permetterà al lettore di scoprire eventi passati a cui Gabriele accenna per buona parte del libro, stuzzicando la curiosità. Un ruolo chiave nel riparare allo scandalo lo avrà proprio il padre di Gabriele, che nel romanzo diventa così, a tutti gli effetti, il protettore delle apparenze.

Gabriele pensò anche al patri ed emersero in lui emozioni contrastanti: timore e venerazione, ansia e passione, sottomissione e rispetto.

Dinamiche di questo tipo non sono proprie solo di Giarre, però. Catania, pur essendo una grande città, non risparmia a Gabriele la scelta di un ruolo sociale. E con questa scelta, fatta il primo giorno di scuola, scopriamo un lato di Gabriele più in ombra, manipolatore, accattivante e… davvero interessante. Sì, perché a questo tipo di malizia – che nasce più da un istinto che da vera intenzione –, si contrappone un’innocenza che emergerà soprattutto d’estate, quando Gabriele si rapporterà con un uomo più grande di lui trasferitosi nelle vicinanze della sua residenza.
Le sfaccettature rendono Gabriele un personaggio tridimensionale, di cui importa seguire l’evoluzione, ma danno anche spessore alla trama legata alla sua crescita, alla sua consapevolezza di sé.

L’accettazione di Gabriele dipendeva anche dalle sue qualità. Aveva, infatti, la capacità di attrarre la simpatia e conquistare la benevolenza.

Tornando all’anno scolastico, anche qui l’autore non ci risparmia una schiera di personaggi ben scritti che credo si avrà modo di esplorare più a fondo nei prossimi libri: i Finocchiaro con il resto dei compagni di scuola, e l’amato Pietro, a cui Gabriele pensa sin dall’inizio romanzo. Fra i coetanei si creano dinamiche complesse e, grazie a loro, si esplorano i temi tipici dell’adolescenza: dal cambiamento dei corpi alle relazioni con le ragazze, fino ai ruoli di potere nel microcosmo sociale che i ragazzi creano.
Pietro non sarà però l’unico a ritagliarsi un posto nel cuore e nei desideri di Gabriele, e in questo emerge un buon ritratto del suo essere un adolescente in esplorazione di se stesso.

Ma poi, come d’incanto, senza preannunciarsi e senza poterselo spiegare, ecco ritornargli in mente il volto del suo bel Pietro Spaduzza e, con lui, macari quello di Tano, lì, sul davanzale delle vecchie scuderie di palazzo Torrisi.

Per concludere, un romanzo che intrattiene senza rinunciare alla profondità, con le radici salde nel territorio e nella storia, ma con i temi proiettati verso l’universale umano, che riesce a incuriosire sulle vite dei suoi personaggi fino all’ultima pagina (e oltre).

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5 TRUCCHI PER STARE BENE MENTALMENTE

Sono tornata dalla mia estate di vacanza dai social (conta come vacanza vera?) e immagino di essere mancata terribilmente. Non temete, non solo sono qui, ma porto con me un’utilissima lista!

Però il titolo di questo articoletto è un’esca, devo ammetterlo. Clickbait, come dicono i più tecnologici. No, non c’è bisogno di chiuderlo e scappare, perché c’è davvero una lista in cinque punti e parlo davvero di come stare bene. Solo che non sono trucchi. I trucchi, mi dispiace dirlo, non esistono. Anzi… iniziamo dal primo punto.

1 – Non esistono trucchi per stare bene

Non basta mangiare bacche di goji (ancora non ho capito cosa dovrebbero fare, né perché costino come diamanti) o fare il saluto al sole ogni mattina; adottare un cucciolo oppure sistemare la propria stanza. Non basta pensare positivo o fare una lista di “cose belle che ci sono capitate durante la giornata”; sfogarsi con un amico o fare passeggiate nei boschi. Stare bene dal punto di vista emotivo e psicologico è un lavoro impegnativo che non finirà mai, soprattutto se avete costruito la vostra vita (come me) su fondamenta fragili. E se questo vi lancia in una crisi esistenziale sul lavoro che richiederà sopravvivere per altri cinquant’anni minimo (a patto che la terra sopravviva altrettanto): complimenti, siete umani! Ecco una stella dorata e ora tornate alla vostra giornata.

Il punto è che non esiste una cura miracolosa, ma tanti piccoli accorgimenti uniti a tante grandi decisioni. E quando si raggiunge un punto di equilibrio – che sia evitare di piangere davanti a un bicchiere che si rompe perché “vedete? Non valgo nulla, non so neanche tenere in mano un bicchiere” o evitare una scenata iraconda degna di una tragedia greca perché una vecchiettina ci supera alla cassa oppure, ancora, riuscire ad alzarsi dal letto senza trovarla un’impresa impossibile –, si deve essere consapevoli che non si è arrivati da nessuna parte. Un giorno si sta bene, il giorno dopo si potrebbe stare male, il giorno dopo chi può dirlo? È un percorso in cui il traguardo è continuare a percorrere. Una di quelle gite panoramiche in cui non si sa bene dove si sta andando e che all’inizio ci sembra l’inferno (non dovevamo ascoltare l‘agenzia di viaggi, no) ma che poi diventa quasi piacevole. Anzi, no, bella.

2 – Piangere sui limoni versati

Viviamo in un’epoca in cui siamo bombardati dalla positività, dall’antica televisione ai più moderni influencers.
“Pensate positivo!”
“Starete bene!”
“Pensate alla fortuna che abbiamo a esistere!”
“Siate forti!”
“Se la vita vi dà limoni…”

In questo contesto il mio messaggio è: “concediamoci di stare male”. E non perché stare male sia bello o particolarmente augurabile; semplicemente perché concedersi di abbracciare la negatività quanto la positività è importante. Fondamentale. Siamo umani (lo dice la nostra stella dorata di prima) e siamo fatti per provare emozioni e sentimenti di ogni tipo, da quelli positivi a quelli negativi. E poi è importante per tutta una serie di motivi validi che comporrebbero una sotto-lista degna di un articolo clickbait a sé:

– non possiamo controllare quello che proviamo, ma solo come agiamo;
– reprimere la negatività significa entrare in un circolo vizioso in cui ogni volta che emozioni, pensieri e sentimenti negativi si palesano ci sentiamo in colpa, alimentandoli invece di elaborarli;
– questo tipo di cultura nasce dalla vergogna verso il disagio mentale. Una vergogna immotivata e malsana, figlia delle generazioni precedenti e non certo della nostra, che rischia solo di isolare invece che spingere a cercare supporto.

A volte si sta male, chi più chi meno, e negarlo non fa sparire il malessere, anzi…
Insomma, se la vita ci dà limoni, niente ci vieta di piangere perché volevamo mele. L’importante è avere gli strumenti per elaborare quello che proviamo (ecco il perché del prossimo punto).

3 – Chiedere supporto professionale*

Abbracciare la negatività non significa abbandonarsi al malessere e rassegnarsi per sempre a non stare bene. Se il disagio persiste, consultare il medico, dicono. E non vale solo per gli antidolorifici che ingurgitiamo al minimo dolorino.

Questo punto è complesso e di certo il mio articoletto frizzantino non sarà abbastanza per coprire la questione in modo esaustivo, ma voglio parlare un po’ di terapia: la mia idea è che dovrebbe passarla la mutua alla nascita, a tutti, nessuno escluso. Perché lo scopo non è entrare in uno studio, sedersi e piangere (succede, ma non è lo scopo finale), bensì costruire degli strumenti per affrontare la vita nel modo più sano possibile, godendosi il viaggio invece che odiando ogni secondo di ogni giorno. Se si è fortunati, questi strumenti vengono dati dai genitori; nella maggior parte dei casi, però, le generazioni precedenti non sanno manco cosa voglia dire avere consapevolezza delle proprie emozioni, figurarsi tramandare questa consapevolezza ai figli. E qui arriva in soccorso la terapia, che ci fornisce stampelle adeguate per imparare a camminare da soli come non ci è mai stato insegnato prima.

L’idea che sia per pochi, per i pazzi, non solo è sbagliata, ma anche fuori moda. Sì, una moda può essere positiva ed è proprio questo il caso. Si scherza sempre che i millennial non riescano a fare un discorso senza citare il proprio terapeuta… beh, grazie al cielo, dico io.

E non solo la terapia: viva i farmaci quando sono necessari! Viva il progresso scientifico che ci permette di avere un supporto, temporaneo o a lungo termine che sia, per imparare a vivere nel miglior modo possibile. E sì, sono consapevole che non sempre trovare il farmaco giusto sia facile, né credo sia bello averne bisogno (soprattutto per tutta la vita, nei casi più complessi), né escludo la problematicità che l’argomento porta con sé. Credo solo sia necessario svecchiare un po’ l’approccio, altrimenti la lista non sarebbe completa.

“Però la terapia costa”, dicono.
“Però non ti sei informato”, rispondo io.
Esistono ospedali, associazioni, consultori. Esiste internet per trovare opinioni su tutto questo e sui rispettivi professionisti (internet fa anche cose buone, davvero). La soluzione c’è, anche se non è veloce come sborsare settanta euro a seduta. Basta chiedere…

*Postilla: il nostro migliore amico, la portinaia, nostro cugino non sono terapeuti. Possiamo sfogarci con loro? Sì, certo. Consapevoli, però, che non sono formati per aiutarci, che potrebbero dire la cosa sbagliata, che rischiamo anche di caricarli di una responsabilità che non dovrebbero avere: quella della nostra salute mentale. Chi ci sta attorno è una risorsa preziosa e deve supportarci, ma non può sostituire il lavoro con un professionista.

**Postilla alla postilla: vale anche se il nostro amico fa il terapeuta di mestiere. È nostro amico, è coinvolto. Smettetela di cercare una scappatoia alla mia lista!

4 – Multitasking

Quindi basta andare in terapia, pensare negativo e staremo tutti bene?
No (vedi il primo punto).

Aiuta, a volte è fondamentale, ma lo è solo insieme a tanto altro. Il lavoro inizia fuori dallo studio, quando dobbiamo prendere le piccole decisioni di tutti i giorni. Il che significa mangiare, fare attività fisica, avere abitudini sane, circondarci da persone che ci supportano, trovare gioia in quello che ci piace fare e ridurre al minimo indispensabile quello che odiamo fare, per quanto ci è possibile.

Questa è la parte difficile: accettare che mente e corpo non sono due entità separate, così come non lo siamo noi e il mondo che ci circonda. Tutto è collegato e tutto ha delle ripercussioni sul resto.

Quindi sì, se stiamo tappati in un ufficio tutto il giorno, forse il latte possiamo andare a comprarlo a piedi. Se facciamo un lavoro solitario, forse possiamo trascinare qualcuno fuori per un caffè di tanto in tanto, se mangiamo sempre sofficini in padella forse un’insalata la domenica sera non ci ucciderà. Scelte piccole, che sembrano irrilevanti, ma che sono un altro dei modi in cui possiamo prenderci cura di noi. Senza ossessionarci, ma facendoci caso.

5 – MarieKonda (o quasi) la tua vita

Perché dico “per quanto ci è possibile”? Perché non ho mai creduto fosse sano imporsi regimi eccessivamente restrittivi, né tutti possiamo permetterci di tagliare con quello che è dannoso nella nostra vita da un giorno all’altro.

Però si vive una volta sola e il pianeta sta ticchettando. Allora ha senso sprecare il nostro tempo? Ha senso uscire con quell’amico che è una presenza tossica solo perché siamo amici da molto tempo? Ha senso tenersi un lavoro che odiamo senza neanche provare a trovare qualcos’altro? Ha senso mettere da parte un sogno perché farne un progetto è faticoso? Ha senso restare in una relazione che non ci appaga e da cui l’ultima gioia l’abbiamo avuta il Natale dell’87?

Se il metodo Konmari prevede di disfarci di tutto quello che non dà gioia (e che, in un momento no, potrebbe essere davvero di tutto), credo sia invece meglio disfarci di quello che ci ostacola attivamente, che ci ferisce, che ci danneggia perché tossico.

Non è facile, realizzare che dipende tutto da noi. Non è facile perché le volte in cui non è vero, le volte in cui dipende dagli altri, dalla fortuna, da una serie di eventi casuali sono quelle che fanno più male e che ci ricordiamo di più. E abbiamo tutto il diritto di stare male e di arrabbiarci. Anche in quei casi, però, come decidiamo di usare quello che ci accade, come decidiamo di elaborarlo, come ci lavoriamo sopra… beh, spetta a noi.

E questo è quanto. Non sono regole assolute, né ho alcuna competenza professionale per dirvi quanto sia giusto o meno quello che ho scritto (vedi il terzo punto), ma ho passato un periodo difficile e volevo condividere come ne sono uscita.
Niente trucchi, niente miracoli, ma tante grandi, piccole scelte.

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EDITORI E BLOGGER: come (non) fare la corte ai recensori

In questi giorni, soprattutto su Instagram, si sta parlando molto del rapporto fra editori e blogger, fra chi i libri li pubblica e chi aiuta a spargere la voce – positiva o negativa – su quegli stessi libri.
Vorrei approfittarne per fare qualche riflessione, per capire come funziona il sistema, come potrebbe funzionare meglio e qual è il nostro ruolo di lettori comuni che fruiscono dei libri pubblicati e recensiti.

Come funziona?
Funziona che un profilo o un blog hanno determinati numeri di visualizzazioni, seguaci, interventi e, in base a quanto sono grandi, ricevono dalle case editrici delle copie gratuite di cui parlare. Se i soggetti sono influencer, i libri arriveranno dalle big o dalle medie “prestigiose”, se sono numericamente più piccoli avranno a che fare con case editrici più piccine o direttamente con gli autori (per esempio nel caso del selfpublishing), se magari hanno la reputazione di cacciatori di perle rare potrebbero ricevere i libri da case editrici che non sono conosciutissime ma hanno una buona reputazione in tal senso, se invece hanno il potere di farlo possono essere loro a richiedere determinati titoli alle case editrici, e così via.
Insomma, salvo casi specifici, il sistema funziona in base alla visibilità.
Nel sistema, però, c’è anche qualcosa che non funziona. Sì perché ricevere un libro in cambio di una recensione non significa sempre ricevere un libro in cambio di una recensione onesta. Per questo alcuni editori tendono a rendere più o meno note le loro richieste: fra non-detti, sottintesi e pretese esplicite, c’è chi manda copie solo in cambio di recensioni entusiaste. Pubblicità (positiva) che costa quasi nulla, giusto le copie del libro, ma che fa girare titoli e autori per il web, dove potranno raccogliere qualche vendita in più.
Ai bookblogger, poi, conviene avere collaborazioni con le case editrici: le case editrici condivideranno i loro articoli – con un ritorno di visibilità per il blog –, e in più loro non dovranno svenarsi per comprare tutti i libri da recensire. Anche perché si parla di ultime uscite, una spesa non indifferente, quindi. Inoltre c’è sempre un po’ di prestigio nel collaborare con una casa editrice, perché significa aver i numeri per farlo, iniziare ad avere la tanto sudata visibilità, essere tenuto in conto anche dagli addetti ai lavori.
Questo discorso non vale per tutti i blog o per tutti gli editori, com’è ovvio che sia, ma è da questa parte meno nobile del rapporto fra blog ed editori che nasce la riflessione del post.

La Libridinosa e La Corte editore
La mia riflessione parte, però, da un evento ancora più specifico, anche se è da tempo che il tema di questo rapporto – editori e bookblogger – viene discusso sui gruppi e fra chi si interessa di libri o con i libri ci lavora.
La Libridinosa pubblica – sul suo blog e, di rimando, con una foto su Instagram – la sua recensione di “A cosa servono le ragazze” di David Blixt. Il libro, pubblicato da La Corte Editore, non le è piaciuto, e la recensione non ne fa segreto, soffermandosi su tutti i motivi per cui il romanzo non funziona come tale.
Sotto la foto Instagram appare poi un commento fatto con il profilo dell’editore che le spiega il libro e che la accusa di averlo recensito negativamente per il semplice fatto di non aver ricevuto la copia gratuita su cui si erano accordati. Una caduta di stile da parte dell’editore, fra l’altro espressa pubblicamente, in cui la blogger coglie l’accusa di non essere onesta nelle sue recensioni.
Consiglio, per evitare che questo mio scarno resoconto banalizzi lo scambio, di seguire La Libridinosa e le sue storie in evidenza.

L’immagine pubblica dell’editore e l’importanza della giusta comunicazione
Arriviamo subito al punto della questione: una casa editrice non è un passatempo, ma un lavoro. Può appassionare chi lo svolge, può essere il frutto di un amore smisurato per i libri, ma resta una questione professionale. Chiunque si interfacci con il pubblico, quindi – dall’editore più piccolo in cui le stesse persone ricopriranno più ruoli, a quello più grande in cui c’è un ufficio stampa – dev’essere professionale e deve tenere in conto le possibili ripercussioni di un intervento fuori luogo. Su internet si ha sempre l’impressione che la comunicazione abbia un altro peso, che sia meno concreta, ma non è così: ha un suo codice, richiede attenzione e comporta delle conseguenze (proprio come la comunicazione fatta di persona). Soprattutto se si devono sfruttare i social per costruire la propria immagine professionale.
A questo non è stata data attenzione, ovviamente, e il ritorno negativo di pubblicità che La Corte Editore avrà da questa scivolata non è indifferente, anche se potrebbe durare poco grazie ai velocissimi tempi con cui tutto nasce e muore su internet.
Il motivo per cui si contatta un blogger – la pubblicità praticamente gratuita – in casi come questo si ritorce contro l’editore e porta alla luce quello che non funziona nel loro rapporto. A rimetterci, però, è più che altro il lettore dei blogger che preferiscono lo scambio vantaggioso con le case editrici a quello con i loro lettori.

Le recensioni: un parere personale?
Non mi ha mai convinta l’idea che una recensione sia frutto esclusivamente del parere personale di chi la sta scrivendo. Si ha sempre più l’impressione che chiunque possa scrivere una recensione, ma io ho sempre tenuto alla distinzione fra un commento, un’impressione, un parere, un consiglio (tutti diritti del lettore, anche di quello che ha un blog) e una recensione, che presuppone una – anche minima – capacità di analisi critica e di comprensione del testo. Questo non significa che solo i laureati in lettere possono permettersi una recensione, ma significa che sono necessarie certe competenze. Che poi vengano acquisite leggendo manuali o seguendo corsi di lettura consapevole, perché si ha a che fare con il mondo dei libri per motivi professionali o si ha una spiccata sensibilità letteraria, non è rilevante, per me. Non significa neanche dover essere seri e inamidati come le riviste di critica letteraria, perché un blogger può essere bravo ad approcciarsi a un testo e mantenere una vena ironica e leggera nelle sue recensioni.
Significa solo avere idea di cosa costituisca un testo e di come gli strumenti della scrittura possano essere usati bene o male.
Questa riflessione, che prescinde dal caso specifico con cui ho aperto questo post, mi serve per esporre i punti successivi.

Numeri e qualità
Gli editori dovrebbero avere fiducia nei prodotti che pubblicano e, grazie a questa fiducia, non dovrebbero temere un parere onesto da parte dei blogger.
Certo, emerge un altro problema: dal momento che tutti fanno recensioni, come potrà l’editore essere certo che quello specifico blogger colga per bene il libro e sappia argomentare le sue impressioni in modo accurato?
Gli basterebbe non guardare solo e soltanto ai numeri, ma anche alla qualità. I numeri – i follower, l’engagement e tutte le altre parole care al nostro tempo – sono un dato importante, che sicuramente aiuterà nel selezionare i blogger, ma poi si potrebbe dare un po’ di attenzione a come questi blogger lavorano, a cosa recensiscono e come analizzano i testi per motivare i loro pareri.
Avendo fiducia nel proprio prodotto e nelle capacità di chi lo riceve di leggerlo e capirlo, il problema dello “scambio di favori” non dovrebbe più sussistere. E può essere un pensiero naïve, non lo metto in dubbio, ma la spedizione sconsiderata di copie a chiunque abbia più di mille follower perché del libro “se ne parli” l’ho sempre trovata una pratica un po’ pericolosa. Perché nell’epoca di internet, basta un attimo perché tutti parlino di un libro nello stesso identico modo (non sempre positivo).

Le recensioni negative
Ci sono poi blogger che le recensioni negative non le fanno e preferiscono tacere se un libro non li colpisce. Premetto che io non faccio recensioni, né sui miei canali come youtube, dove mi limito ai consigli di libri che mi sono piaciuti (spesso di altri emergenti), né su goodreads, dove preferisco chiamare le mie considerazioni “commenti”. Quindi, a parte rare esperienze, non so cosa significhi davvero dover parlare costantemente di libri in modo motivato, curato e serrato su una propria piattaforma. Delle recensioni sono per la maggior parte una lettrice (almeno al momento di questo post).
Però sono d’accordo. Nel senso che ognuno dovrebbe essere libero di gestire il proprio blog come crede sia meglio: sì, se si pubblica un libro ci si deve aspettare anche un riscontro negativo, e un blogger può voler fare delle considerazioni anche su un libro che non è piaciuto visto che ha speso del tempo per leggerlo; di contro un blogger può anche nascere con l’intento di spargere la voce sui libri che reputa meritevoli e magari evitare di dare spazio a quelli che non rientrano nei suoi standard qualitativi , soprattutto se non si è riusciti a finire la lettura.
Quello che non credo, comunque, è che una persona con delle competenze (ripeto, anche minime) che le permettono di recensire un libro debba sentirsi in difetto nell’esprimere un parere negativo. Né credo che siano moralmente superiori i blogger che decidono di pubblicare recensioni negative dei libri. Come dicono oltreoceano “you do you”, basta fare le cose per bene, in modo onesto.

Il ruolo del lettore
Le mie letture sono in minima parte influenzate dai blog. Un po’ perché è difficile trovare un blog che parli dei libri con temi che mi piacciono, un po’ perché tendo a preferire alle recensioni i pareri di persone che so avere gusti simili ai miei, che magari seguo sui social e che, in generale, stimo per motivi personali. Persone che spesso non hanno un blog, non fanno recensioni, ma si limitano a dire “questo libro mi è piaciuto per questi motivi, questo libro non mi è piaciuto per questi altri”, soprattutto se sono addetti ai lavori (altri scrittori, editor e simili).
Questa però è una scelta – anzi, lo definirei più un istinto – personale, che niente toglie all’utilità dei blog. Un lettore approda su un blog di questo tipo, infatti, proprio per leggere le recensioni su un libro – magari perché è affezionato al taglio che ha quel blog, magari perché il libro in questione lo interessa – e, in alcuni casi, per tenerle in considerazione al momento di acquistarlo o meno. Un grande blog può muovere una buona quantità di gente, quindi, e la gente siamo noi lettori.
Se un blog decide di non pubblicare recensioni negative e magari collabora con le case editrici e si fa mandare le copie in cambio di pareri quantomeno positivi se non entusiasti, come lo sapremo noi lettori? E, anche nel caso pubblichi recensioni negative, come sapremo che non sono frutto di questioni altre rispetto alla qualità del libro?
Leggendo le recensioni.
Se una persona ha capacità critica, se sa riflettere su un testo, lo si legge. Si trovano osservazioni sul modo in cui sono trattati i personaggi, sull’ambientazione, sulla trama, sul lessico, sullo stile, sul modo in cui si adegua a un genere oppure ne sconvolge i canoni, eccetera. Sembrano considerazioni personali? Questo perché possono esserlo: un conto, per esempio, è apprezzare o meno un determinato aspetto di una storia, tutt’altro conto, invece, è sapere quando quella caratteristica sta bene in quel contesto, quando è sfruttata con attenzione, quando – nonostante possa non piacerci personalmente – è stata utilizzata con consapevolezza.
La differenza fra una recensione e un parere, per essere ripetitivi.
Se il lettore inizia a premiare i blog di buona qualità, quei blog avranno buoni numeri e per gli editori sarà facile mandare i libri senza la paura che a riceverli sia qualcuno che non è in grado di recensirli. Se l’editore avrà fiducia, poi, nei suoi prodotti, non dovrà mai e poi mai specificare – o sottintendere – che desidera un riscontro positivo.

Conclusione
Parlando dell’evento in sé, non c’è dubbio che l’editore – o chi ne ha fatto le veci – abbia preso una decisione sbagliata. La questione, infatti, si è risolta con delle scuse molto più professionali del commento e sono certa che settimana prossima ce ne dimenticheremo tutti (complici altre questioni che infiammeranno il mondo di bookstagram, booktube e simili).
Più in generale, invece, credo siano i lettori a fare la differenza. Il sistema, infatti, è fatto di ottimi blog e di ottime case editrici, ma anche di blog meno buoni (seppure con grandi numeri) e di case editrici meno abili nelle pubbliche relazioni e nel rapporto con i blog e i lettori. Forse suona retorico e un po’ vuoto, ma potremmo pensare di premiare i primi e ignorare i secondi, imparando a distinguere fra chi ha per le mani gli strumenti per recensire un libro e chi invece si limita a dire se gli sia piaciuto o meno.
Per quello esistono le stelline di goodreads, dopotutto.

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ORIGINALITÀ E BANALITÀ: fra scelte e competenze

“QUESTO ROMANZO NON È ORIGINALE”
Con molta più diplomazia e capacità retorica, questa frase si può trovare ovunque, fra le recensioni di Goodreads e Amazon. La risposta automatica – spesso da parte di chi ha il cattivo gusto di difendersi dalle recensioni negative – è che non esistono storie originali.
Nell’articoletto di oggi vorrei spiegare perché non sono d’accordo né con la critica, né con la risposta. Come sempre, esporrò la mia personale opinione e l’articolo sarà una scusa per ricordare anche a me stessa alcuni di questi punti.

L’ORIGINALITÀ ESISTE
Se si cerca sul web o si leggono manuali di scrittura creativa (soprattutto se scritti oltreoceano, dove sembrano amare le liste numerate) si troveranno svariate trame di base: c’è chi ne identifica sette, chi venti, chi altre quantità arbitrarie; c’è perfino chi vede nell’archetipo del viaggio dell’eroe la forma base di tutte le storie. In fondo, ridotte all’osso, tutte le narrazioni riguardano un personaggio, un desiderio, degli ostacoli (esterni o interni).
Quindi niente è davvero originale?
Non credo. Se una storia fosse fatta di sola trama, se un’idea si esaurisse in se stessa, allora sì. Ma una storia e un’idea hanno senso solo quando sono raccontate. Anche se si dovesse arrivare a un risultato scontato riducendo un’opera intera a una sola frase, quella singola frase non varrà mai tutta la storia.
In una narrazione, infatti, ha un peso non indifferente scegliere come esporre la storia, quali vie prendere per arrivare al lettore, perfino con un’idea semplice e dall’apparenza scontata. A rendere interessante un’idea che è già circolata, poi, c’è di certo anche il chi: lo sguardo di chi racconta la storia, il suo punto di vista, la sua specifica sensibilità. Per non parlare del momento in cui viene scritta e diffusa, del perché si è deciso di raccontarla, del mezzo attraverso cui viene fruita, e tanti altri dettagli che possono – a seconda delle circostanze – rendere interessante l’idea più ovvia.
Scrivere una groundbreaking novel non è semplice e non tutti hanno la folgorazione che porta a un romanzo in grado di riscrivere i confini della letteratura (sì, strano ma vero, non tutti sono Joyce). Quello che conta davvero, quindi, non è essere originali a ogni costo, ma evitare di essere banali.

COSA RENDE UNA STORIA BANALE?
Potrebbe sembrare – e in certi contesti è così – che l’originalità e la banalità siano poli opposti.
Se è vero che una storia originale non potrà mai essere banale e viceversa, però, non è sempre vero che una storia sarà banale se non è originale. Mi spiego: l’originalità assoluta è propria di pochi, ma non per questo tutto il resto della produzione letteraria mondiale è scontata. Proprio per quello che ho scritto prima, le storie possono essere interessanti non tanto per la loro idea di base, quanto per come vengono esposte, per il punto di vista particolare che quell’autore ha sul mondo, per le tecniche usate, per il modo in cui si tratteggia la psiche del protagonista, e così via.
Un romanzo o un racconto sono scontati quando non sappiamo usare le tecniche narrative in modo adeguato, quando non riusciamo a sfruttare la costruzione dei personaggi a nostro vantaggio per interessare il lettore a seguirli durante il loro viaggio, quando tutto l’universo che una storia può essere si riduce a una pila di cliché.
Specifico: utilizzare i cliché che ci piacciono non è un peccato mortale, ma ci rende il lavoro più complicato. Per fare in modo che la nostra storia non si confonda fra altre che utilizzano la stessa identica dinamica, dobbiamo conoscere gli strumenti tecnici della scrittura e utilizzarli per fare in modo che sia interessante leggere tutto quello che gira attorno ai cliché da noi tanto amati.

IL PROCESSO CREATIVO
A volte ho letto di persone che definivano i propri lavori assolutamente originali, non influenzati da letture, visioni, altri prodotti creativi. Credo che questa percezione di se stessi e di ciò che si produce manchi di una certa consapevolezza. Sono infatti convinta che le persone creative siano spugne in grado di assorbire non solo dal mondo che le circonda, ma anche dalla fruizione di altri prodotti creativi. Non è per forza un percorso voluto (da questo, forse, deriva la mancanza di consapevolezza), ma le idee tendono a spuntare fuori rimescolando gli stimoli ricevuti.
A volte esce qualcosa di incredibilmente originale, altre volte esce qualcosa di interessante.
Altre volte ancora il risultato sarà banale. Magari perché ci è piaciuta molto un’idea e vorremmo averla scritta noi, altre volte perché pecchiamo di superbia e pensiamo che fra le nostre mani quell’idea possa avere una vita migliore, altre ancora dobbiamo allenare di più la nostra immaginazione. Insomma le ricette per il disastro sono infinite, in realtà, e non sto neanche parlando dei casi di plagio spudorati (quelli sono un discorso a parte che con il processo creativo non ha nulla a che fare).

IL PUBBLICO
Concentrarsi troppo su che pubblico vogliamo è una delle vie che potrebbe portarci alla banalità (sempre parlando per generalizzazioni), ed è più rischioso che guardarsi attorno o lasciarsi ispirare dai prodotti creativi altrui.
Questi, infatti, sono pensieri che sarebbe bene avere a prodotto finito. Non completo, ma finito. Dopo la prima bozza, quando è il momento dei primi – grandi – aggiustamenti, ci possiamo chiedere se la storia ha un suo pubblico dal momento che, nel migliore dei casi, ci toccherà renderla vendibile. Farlo prima potrebbe comportare un caso di prodotto-fotocopia, creato per essere consumato piuttosto che per sfogare la creatività: vediamo un pubblico e decidiamo di scrivere qualcosa indirizzato proprio a lui, creato su misura per quella domanda. È una scelta remunerativa, nessuno lo mette in dubbio, ma non è una scelta creativa. Solitamente quel pubblico consuma prodotti in modo quasi bulimico, andando sul sicuro nei suoi acquisti perché quella storia l’ha già letta in altre versioni e sa che gli piace. Chiuso il libro, spento il reader, se ne dimenticherà e passerà alla successiva.
Se ricorderà una storia, sarà quella che è stata creata così per istinto personale dell’autore, non quella creata così per il pubblico, per le vendite, perché il nostro nome giri fra i lettori. Non sostengo ci siano più storie proprie della prima categoria e meno storie scritte spontaneamente per lo stesso pubblico; credo solo che nelle prime si percepirà meno originalità che nelle seconde, per quanto la sostanza – sempre se ridotta all’osso – sia la stessa.

IL GENERE
Stesso discorso per il genere. “Voglio scrivere un romanzo fantasy” oppure “voglio scrivere un romance” non sono pensieri sbagliati di per sé, ma non sono necessari alla creazione. Meglio abbandonarsi al processo creativo (che sia pianificato o spontaneo) e pensare a prodotto finito – come per il pubblico – all’etichetta da appiccicarci sopra. Se partiamo con un’idea così rigida di quello che vogliamo, rischiamo di intrappolarci nelle regole dei generi, di seguirle come dogmi invece che come indicazioni, e di diventare banali per non rischiare di trasgredire e, magari, non piacere ai lettori di quel genere.
Certo, vale sempre la regola che tutto può essere reso interessante con il giusto approccio, ma ha senso imporsi limiti quando non sono necessari a scrivere una bella storia?

LE FANFICTION
Le fanfiction sono un esempio di storie interessanti anche se non originali per forza di definizione. Non vale per tutte le fanfiction, visto che molte sono i prodotti-fotocopia di cui ho scritto sopra (che è il motivo per cui certa produzione con standard qualitativi tipici della gratuità da fanfiction non dovrebbe essere pagato, a mio parere), ma quelle ben scritte sono un esercizio di creatività. Per trovare qualcuno che legga le nostre fanfiction, infatti, dobbiamo rendere interessante qualcosa di già conosciuto al lettore. Come? Incredibilmente (per chi non conosce questo universo, almeno), utilizzando gli strumenti della scrittura. La forza delle fanfiction sta nella capacità di utilizzare stile, punti di vista, analisi dei personaggi e tecniche narrative per ridare forza a qualcosa di già esistente. Non solo: i tag e gli avvertimenti non sono altro che i cliché propri della scrittura in generale (le famose trame di base), ma rielaborati e rivisti nella singola fanfiction avranno il potere di renderla interessante.

IL PREGIO DELL’ORIGINALITÀ, IL PROBLEMA DELLA BANALITÀ
Uno scritto creativo è come una torta. Che è una similitudine scontata (tanto per restare in tema), ma rende l’idea.
L’originalità è una decorazione sulla nostra torta, una glassa: un di più che può rendere il dolce delizioso e che sarà la parte preferita di molti, ma che non è strutturale.
Gli strumenti della scrittura, le tecniche narrative, sono invece la base, il pan di spagna. Difficile che da soli siano gustosi (per quanto ad alcuni piacciano), ma sono necessari, tengono tutto in piedi e danno una forma riconoscibile alla nostra torta. La banalità sta lì, quando non abbiamo un buon impasto del pan di spagna, quando le nostre difficoltà in cucina si ripercuotono sulla parte fondante della torta.
Per recensire criticamente (che poi dovrebbe essere un po’ l’unico modo di recensire, quello fatto con sguardo critico), la differenza è fondamentale. Così come è fondamentale per comprendere una recensione negativa che tira in ballo l’originalità.

CONCLUSIONE
Quando si critica un romanzo per mancanza di originalità si sta dicendo, in realtà, che è banale. L’originalità dell’idea non è propria di tutti e sarà un valore aggiunto per la storia. La banalità, invece, è un problema strutturale, di fondamenta, di incapacità nel maneggiare le tecniche. Si può essere interessanti senza essere originali, ma per curare la banalità bisogna scavare molto più a fondo, ripensare il nostro rapporto con la tecnica e con il processo creativo. Non tanto perché raccogliamo gli stimoli esterni – che trovo facciano parte della creatività – quanto perché li subiamo invece che rimescolarli e sfruttarli. Certo, scegliere di vendere, di partire da un pubblico alla ricerca di una specifica storia, da un genere entro cui incasellarsi, da percorsi fatti “al contrario”, non è sbagliato di per sé. Il rischio, però, è che qualcuno possa trovare la nostra storia banale e scriverci “questo romanzo non è originale”.

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IL SALONE DELLA CULTURA 2019

A Milano, gennaio ci fa venire voglia di entrare in letargo e uscire solo quando un raggio di sole filtra oltre lo smog. Così, per tutta la strada che separava la fermata del tram dal Superstudio Più che ha ospitato il Salone della Cultura, non ho fatto altro che pentirmi di essere uscita di casa.

È andata meglio all’interno, ma solo dopo aver superato insoliti problemi con i biglietti: sono stata indirizzata alle casse per l’acquisto e sono tornata indietro per farli scansionare (fin qui tutto nella norma), peccato che il biglietto del mio ragazzo sia stato letto subito e il mio no; l’addetto agli ingressi ci ha provato una singola volta e poi mi ha chiesto di passare alle casse dove avevo appena acquistato l’ingresso, non si sa bene con la speranza in quale risultato. Perfino il cassiere mi ha guardato sperduto quando gli ho spiegato cosa stesse succedendo. Alla fine, in un altro ingresso, i biglietti sono stati letti senza problemi. A volte basta intestardirsi… o, beh, provare più di una volta.

E lo so, lo so che questa lamentela è sterile e non serve a niente, ma sto facendo il resoconto della mia giornata ed è l’una di notte, orario standard a cui mi ritrovo per scrivere questi post, quindi mi si passi un filo d’acidità.
Per il resto non mi posso lamentare dei giovani volontari (o poco più?) che sono stati selezionati come staff, perché sono giovani e volontari, appunto, e sono stati tutti gentilissimi a dare indicazioni, gestire il guardaroba e timbrarci il dorso delle mani per farci entrare e uscire (una cosa che le celebri fiere dell’editoria potrebbero imparare, evitando di imprigionare dentro chi paga il biglietto perché vale “un ingresso” e non “una giornata”).

Un punto a favore di quest’edizione è stata la disposizione degli stand. L’anno precedente i piccoli e medi editori erano relegati in una stanza che non era di passaggio e che è rimasta, di conseguenza, deserta (come abbiamo ricordato con Elena del blog Sogni di carta e altre storie, che consiglio di visitare). Quest’anno, invece, era obbligatorio passare per i loro stand prima di entrare nella parte dedicata all’usato e all’antico, e la loro sezione è sembrata molto più frequentata e vivace. Lo trovo giusto, perché sono realtà che molti conoscono poco e trovarsele davanti agli occhi è più facile che andare a cercarle con intento per i locali.
Nella sala che occupavano l’anno prima sono stati messi gli stand con i libri d’antiquariato e i laboratori di carta e rilegatura, perché quelli sì che hanno un loro pubblico e delle persone interessate a seguirli nonostante la sistemazione spaziale.

Non ho comprato molto. Come sempre il mio ragazzo ha razziato lo stand della Hypnos con quello che gli mancava e io ne ho approfittato per recuperare due volumi della prima edizione di Harry Potter che mio padre mi ha disperso fra un trasloco e l’altro (che. dolore.)
C’era molto da vedere, spulciare, selezionare, ed è stato divertente farlo, come ogni volta, ma se c’è una lezione che il trasloco e il nuovo anno mi hanno insegnato è quella di comprare solo i libri che voglio ardentemente, che desidero con tutta me stessa, che bramo con la potenza di mille soli… insomma, ci siamo capiti: ho fatto la brava e non ho inflitto alla nuova libreria più peso di quanto già non ne sopporti.

Se l’evento continuerà a migliorare e a trovare un modo sempre più efficace di accogliere il pubblico, come sta dimostrando, io continuerò a frequentarlo e ad affrontare il freddo d’inizio anno solo per lui. E, forse, ma solo forse, riuscirò a essere sempre più brava e a comprare sempre meno libri.

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